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Lettera aperta al nuovo Ordinario Militare di A.Lombardi

Antonio Lombardi
Pax Christi

Caro fratello vescovo mons. Marcianò,

è di oggi, 10 ottobre, la notizia della sua nomina a nuovo Ordinario Militare. Non ce la faccio a congratularmi con lei, perché considero una sconfitta per un cristiano entrare nei ranghi delle forze armate e per di più entrarci attraverso la porta della Chiesa. Al suo predecessore, mons. Pelvi, avevo scritto alcune lettere per aprire un dialogo sul senso evangelico dei cappellani militari, ma è stato sempre un monologo: non ho mai ricevuto risposta. Mi auguro miglior fortuna con lei.

Riducendo al massimo la questione, osservo che il personale delle forze armate ha sì diritto all’assistenza spirituale, ma senza che coloro che la prestano accedano ai ranghi militari, diventino cioè organici ad un’istituzione nata ed esistente per fare la guerra. Anzi, restandone fuori, essi avrebbero la possibilità di assumere uno sguardo critico più libero, di essere essi stessi esempio di nonviolenza, che rifugge dalle attività belliche e da tutto ciò che ne costituisce supporto e strumento. Insomma, esempio di una scelta diversa.

Sì, perché la pace e la guerra sono concetti che vanno tenuti sempre distinti, soprattutto in un’epoca in cui ingannevolmente e interessatamente essi vengono continuamente sovrapposti, confusi, diluiti l’uno nell’altro, fino a far affermare al Ministro della Difesa che per amare la pace bisogna armare la pace. La Chiesa non può prestarsi a queste alchimie linguistico-politico-affaristiche, il Papa stesso ha ricordato con forza che le guerre hanno tutte un comune denominatore: vendere le armi.

La pace è un’altra cosa.

Lei ha oggi stesso indirizzato un saluto “Ai sacerdoti e ai fedeli della Chiesa Ordinariato Militare”, in cui si legge che i militari sono “a servizio della vita e della pace” la quale, in quanto cammino, richiede passi per costruirla. E lei elenca tali passi: “passi di dialogo con tutti, di rispetto reciproco e rispetto dei diritti umani; passi di ordine e libertà, di legalità e onestà, di giustizia e solidarietà, di lotta contro i soprusi e la corruzione, contro ogni forma di violenza o discriminazione; passi di protezione delle città dell’uomo, nella loro dimensione sociale e politica, nel loro patrimonio di storia e arte; passi di preservazione della natura e dell’ambiente, di custodia della straordinaria bellezza del Creato. Soprattutto, passi di difesa e promozione di ogni vita umana nella sua stupenda dignità: dei più deboli e poveri, dei piccoli e indifesi, dei carcerati e perseguitati, dei senzatetto e disperati, degli abbandonati ed esclusi, di coloro che vivono diverse forme di malattia o disabilità, dei tanti profughi e immigrati che continuano a sbarcare nelle nostre coste dopo viaggi in cui trovano anche la morte, continuando a sollecitare il nostro impegno e il nostro amore”.

Le forze armate, di cui lei si accinge a far parte e con un elevato grado gerarchico, sono la negazione di questi passi.

La guerra dialoga solo con le pallottole, che sibilando nell’aria portano messaggi di morte; la guerra è esattamente la forma di violenza più scientificamente studiata ed organizzata; non si distingue per giustizia e solidarietà, ma discrimina tra amici e nemici, schiaccia, corrompe, fa prigionieri. La guerra non protegge gli esseri umani né le loro città: bombarda e distrugge l’ambiente, le risorse per la vita e le opere d’arte. Ma soprattutto non difende i poveri e i disabili, ma fa andare in rovina le case producendo senzatetto e mutilati. La guerra non promuove la dignità dei profughi ma li genera, ed essi, come primo impegno ed atto d’amore, con la loro condizione ci chiedono di smettere di inviare truppe ed armi che riducono in polvere le loro vite.

Il primo servizio alla pace che è possibile fare come sacerdote o vescovo impegnato nella cura pastorale dei militari è questo: uscire ed invitare ad uscire da quella fabbrica di morte.

Un saluto fraterno.

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