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Priebke, perdono e riconciliazione? Una prospettiva evangelica

Peter Ciaccio
www.vociprotestanti.it, 12 ottobre 2013

È morto Erich Priebke, il gerarca nazista riconosciuto tra i responsabili dell’esecuzione di 335 persone alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Scontava la sua pena agli arresti domiciliari presso l’appartamento del suo avvocato. Il 29 luglio scorso aveva compiuto cento anni.

L’enormità della rappresaglia nazista, il forte carattere simbolico del regime e dell’ideologia criminale cui aveva aderito, l’emozione per la parabola di morte che ha rappresentato il nazismo nell’arco della storia italiana, europea e mondiale e — aggiungiamo — l’arroganza del personaggio, hanno fatto in modo che il decesso dell’anziano non potesse lasciare indifferenti.

Le reazioni possono essere riassunte in tre. La più delirante esaltava la coerenza di un uomo che, pur macchiandosi di un crimine orrendo, non si è mai pentito. Questa reazione merita di non essere presa neanche in considerazione, se non per il fatto che rivela che la coerenza in sé non può essere considerata un valore.

Le altre due sono invece più degne d’interesse. Da una parte chi ha gioito per la sua morte: il paradosso tra la sua eccezionale longevità e la morte indotta con crudele vigliaccheria alle sue vittime ha fatto pensare a molti e dire ad alcuni «Finalmente!» Dall’altra chi stigmatizzava questa reazione, invitando a perdonare il personaggio, come comanderebbe il Vangelo.
Ma siamo sicuri che il Vangelo ci comanda di perdonare Erich Priebke? Io non ne sarei così sicuro.

Il perdono e la riconciliazione sono concetti fondamentali della dottrina cristiana. «Padre nostro… rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (Matteo 6,12) significa che il perdono tra uomini e donne è riflesso dell’opera di riconciliazione tra Dio e gli esseri umani. Come in una croce — il Signore è ironico — il perdono ha due dimensioni: orizzontale (tra me e il prossimo) e verticale (tra me e Dio). Questo non vale solo per il perdono, ma anche per l’amore: «Ama il Signore Dio tuo… Ama il tuo prossimo come te stesso» (Matteo 22,37-39).

Il perdono e la riconciliazione non sono però automatici: sono piuttosto dei processi di durata variabile. Alcune cose possono essere perdonate quasi istantaneamente, altre richiedono anni, altre ancora non trovano il tempo sufficiente perché non basta la durata di una vita. Gesù dice chiaramente che il perdono è la prospettiva, che il senso stesso della sua vita è la riconciliazione, ma non costringe mai la vittima a perdonare. Quando Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme, non perdona i mercanti, che pure lo offendevano personalmente, avendo profanato la «casa del Padre». Eppure lo stesso Gesù perdona i suoi carnefici in punto di morte, anzi — particolare non indifferente — chiede al Padre di perdonarli.

«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34) implica da parte di Gesù un giudizio, una condanna di chi lo ha messo in croce e, allo stesso tempo, invoca il perdono.

Un aspetto spesso poco evidenziato o semplicemente bypassato è che il perdono implica un giudizio. Se io non giudico, che cosa sto perdonando? Lo stesso perdono di Dio nei confronti degli esseri umani è conseguente a un giudizio di condanna, dal quale gli uomini e le donne non possono salvarsi con i propri mezzi — siano essi la coscienza, le buone opere, la volontà.

Ma che cos’è un giudizio? È l’affermazione di una verità. Il giudizio giusto è l’affermazione della verità. Significa poter dire a chi ha fatto male «Tu hai fatto male» e dire a chi ha subito un torto «Tu hai subito un torto».

Nel Sudafrica post-Apartheid la paura di molti bianchi è stata affrontata seriamente. Cosa ci faranno ora, se diamo ai neri accesso al potere? Cosa ci faranno con tutto quello che gli abbiamo fatto? L’intuizione di Nelson Mandela e di Desmond Tutu fu di amnistiare tutti quelli che ammettessero le loro colpe davanti alle vittime in una commissione poi denominata “Verità e Riconciliazione”. Chi vuole essere perdonato dallo Stato deve partecipare al ristabilimento della verità.

Una nazione riconciliata si fonda sulla verità. Non è un caso che la Repubblica italiana post-fascista non si è mai posta come comunità riconciliata: l’amnistia dell’allora ministro di Giustizia Palmiro Togliatti rispondeva esclusivamente a una questione pratica (“E ora che facciamo con i fascisti?”).

Sul giudizio tra esseri umani, Gesù dice: «Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?» (Matteo 7,1-3).

Come si concilia questo con il perdono e la riconciliazione? E, nello specifico, cosa possiamo dire sul caso Priebke alla luce dell’insegnamento evangelico?

Anzitutto bisogna distinguere i piani. Primo, non sostituirsi a Dio. Il giudizio umano non deve pretendere di essere il giudizio di Dio. Questo è un forte argomento, ad esempio, contro la pena di morte. I nazisti si sostituivano a Dio, dicendo “Questo uomo non è un uomo e quindi deve morire”. Il perdono di Dio è un affare di Dio. Se Priebke sarà o meno perdonato dal Signore, è competenza del Signore, non nostra.

Possiamo però chiedere al Signore di perdonarle Priebke? No. Ognuno risponde del proprio agire e la preghiera di Gesù sulla croce è la legittima richiesta della vittima, che ha un legame unico e particolare col proprio carnefice. La riconciliazione di crimini irreparabili è affidata al Signore.

Per lo stesso motivo, non possiamo chiedere al Signore di condannare Priebke. Possiamo solo chiedergli di portare avanti la sua giustizia, cui tutti sottostiamo. Ecco il senso del “non giudicare”. Nelle circostanze storiche vissute da Priebke e dalle sue vittime, noi non sappiamo da che parte saremmo stati. Per fare un esempio altro, pensiamo a quei medici — professione che tradizionalmente rappresenta il “bene” contro il “male” — che poi, in determinate circostanze, sono diventati dei torturatori, degli aguzzini, degli assassini. Oggi è facile dire che non saremmo stati dalla parte di Priebke — cioè, per qualcuno non è facile, ma questa è un’altra faccenda — perché c’è la condanna della storia. Nel 1944 a Roma c’era una legge ingiusta e il mondo era capovolto. Solo Dio sa come noi ci saremmo comportati.

Il nostro è un giudizio temporaneo. Noi oggi possiamo dire che la nostra società è migliore di quella costruita da Priebke e dai suoi sodali. Noi oggi possiamo dire che chi è responsabile di crimini contro l’umanità debba essere processato, nonostante la sua età, perché la verità va ristabilità. Noi oggi possiamo dire che la pietà richiede che nessuno dovrebbe morire in carcere e che a una persona anziana come Priebke andava concessa una pena alternativa alla detenzione, come in effetti è stato.

Il fatto che sia morto nel letto di un appartamento al centro di Roma è segno che una cultura migliore ha preso il sopravvento sulla cultura nazista. Tuttavia — e qui è forse una delle differenze col nazismo e altri deliri politico-criminali — noi sappiamo che la storia ci giudicherà. Sappiamo che Dio ci giudicherà, rinfacciandoci il nostro giudizio, per ristabilire la Verità — questa volta con la V maiuscola.

Erich Priebke ha pubblicamente negato di volere far suo il giudizio della storia sul suo operato. Da questo punto di vista, non ha scelto di testimoniare la verità. Si sarà pentito nel suo cuore? Non è una domanda che noi possiamo porci, non è di nostra competenza. Se ci sembra che la giustizia umana non basti o che la giustizia divina sia poco soddisfacente per noi ora, possiamo fare solo una cosa: riflettere su ciò che ci lega al carnefice, che era un essere umano come noi, ed eventualmente convertirci alla giustizia. Quando Hanna Arendt guardava Adolf Eichmann, diceva che bisognava sforzarsi a non vedere in lui un mostro, ma uno come noi: altrimenti si rischia di commettere gli stessi errori. E, aggiungerebbe Gesù, di essere giudicati con lo stesso metro.

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Gli archivi vaticani e i segreti sulla fuga dei nazisti

Francesco Peloso
ilmondodiannibale.globalist.it

La morte di Erich Priebke ha riaperto un capitolo spinoso per la Chiesa: quello della fuga di gerarchi e capi del nazismo, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, in Argentina e in altri Paesi dell’America Latina con l’aiuto e il sostegno decisivi di esponenti del clero. In realtà da tempo su tutta la vicenda aleggia un sospetto ben più pesante: e cioè che le massime autorità vaticane, compreso Pio XII o qualcuno dei suoi più stretti collaboratori, potessero essere quantomeno informate dell’opera di salvataggio che alcuni prelati, preti e religiosi, avevano realizzato.

La storia nelle sue linee generali è nota: una rete di monasteri e di chierici, fra i quali spicca il nome di Alois Hudal, vescovo filonazista che lavorava in Vaticano, ha reso possibile la fuga di diversi criminali come appunto Erich Priebke, Adolf Eichmann e Josef Mengele tanto per limitarsi ai nomi più noti. Molti segreti, appunti, documenti relativi a questa storia restano sepolti nei tanti archivi ecclesiali; quelli vaticani in primis, certo, ma in realtà altre carte potrebbero essere conservate dai francescani (in Italia e nel resto d’Europa) il cui ordine fu coinvolto in modo particolare in questa vicenda. Allo stesso tempo curie locali o sedi arcivescovili di primo piano conservano probabilmente qualche traccia di quei lontani avvenimenti.

E’ stato proprio il ‘Secolo XIX’ a chiedere già una decina di anni fa e poi di nuovo nelle settimane scorse, che la curia genovese mettesse a disposizione i propri archivi. Genova è infatti stata uno snodo fondamentale delle “ratlines”, le cosiddette vie di dei topi; dal suo porto si sono imbarcati molti dei capi ustascia croati e dei gerarchi nazisti tedeschi più noti, il ruolo svolto dallo stesso arcivescovo Siri è assai problematico sotto questo punto di vista. A suo tempo il cardinale Tarcisio Bertone diede la propria disponibilità per una verifica storiografica, ma poi non se ne seppe più nulla. Un intervento di papa Francesco potrebbe sbloccare anche questa situazione.

Tuttavia la vicenda Priebke apre le porte su un quadro più complesso e delicato. La storia ha infatti voluto che destinazione privilegiata degli uomini del terzo reich in fuga, fosse proprio l’Argentina nella quale nazisti e fascisti provenienti dall’Europa – con l’aiuto sovente dei servizi segreti occidentali, del Vaticano e della Croce rossa – furono fatti arrivare in nome della lotta al comunismo; la necessità era quella di non rinunciare al ‘personale’ più qualificato per la nuova battaglia che stava cominciando il giorno dopo la fine della guerra. In Argentina Juan Domingo Peròn si dimostrò particolarmente sensibile sull’argomento e aprì le porte del Paese a questa emigrazione del tutto particolare. E’ inoltre storia ormai documentata che alcuni dei personaggi passati attraverso le ratlines verso la fine degli anni ’50, ebbero un ruolo nei regimi repressivi e nelle dittature che interessarono quasi tutti i Paesi dell’America Latina fra gli anni ’60 e gli anni ’80 del secolo scorso. Un caso a parte è quello di Alois Brunner, uno dei maggiori responsabili dello sterminio ebraico che, seguendo le ratlines, raggiunse la Siria dove contribuì a formare i servizi segreti di Hafez al-Assad.

Oggi sul Soglio di Pietro siede un papa argentino non estraneo a una certa fede politica peronista che del resto si coniuga anche con un filone di partecipazione popolare e di giustizia sociale; allo stesso tempo Francesco è grande amico della consistente comunità ebraica del Paese latinoamericano. Anzi, fra i suoi più forti sostenitori va annoverato uno dei leader dell’ebraismo argentino, il rabbino Abraham Skorka, esponente dell’ala più liberale del pensiero ebraico. Il Papa poi, nei giorni scorsi, ha incontrato in Vaticano la comunità ebraica romana e ha avuto parole forti contro l’antisemitismo ricordando la tragica deportazione dal ghetto di Roma avvenuta il 16 ottobre del 1943.

Così i funerali di Priebke, martedì prossimo, finiranno quasi con il coincidere con la data della razzia del ghetto di Roma. I fili di diverse storie, allora, s’intrecciano in questa lunga vicenda che dal dopoguerra arriva fino ad oggi. Il problema delle carte conservate dal Vaticano nei suoi archivi segreti è ormai parte essenziale del dibattito sul rapporto controverso fra Shoah e comportamento della Santa Sede (una parte di questi documenti fu comunque fatta pubblicare da Paolo VI).

Ma oggi il problema si apre anche, e proprio con Bergoglio, per casi più recenti come quelli della sanguinosa dittatura militare argentina. La leader delle “abuelas”, le nonne, di plaza de Mayo, Estela Carlotto, nell’aprile scorso ha incontrato il pontefice e a lui ha chiesto un aiuto per conoscere la verità su figli dei desaparecidos adottati dai militari. “Non chiediamo – disse nell’occasione Estela – di vedere i registri della Chiesa per accusare questo o quel prete, ma per ritrovare i nostri nipoti”. Nei giorni scorsi, ancora, l’altra organizzazione che si batte per la verità sugli anni bui del regime, “las madres de plaza de mayo”, ha chiesto al papa, con una lettera, due cose: da una parte di “riconoscere” le complicità di vescovi e sacerdoti con i militari, ma dall’altra di dire quali furono i preti e le suore “assassinati dalla dittatura”.

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