Home Chiese e Religioni Quel debito del Papa a Martini, il «sogno» della Chiesa dei poveri

Quel debito del Papa a Martini, il «sogno» della Chiesa dei poveri

Marco Garzonio
Corriere della Sera, 11 ottobre 2013

C’è senz’altro una gran dose di novità nel papato di José Mario Bergoglio. Ma chi vede solo
quell’aspetto fa torto a lui e alla Chiesa. E applica solo categorie di tipo politico o comunque di
comodo, figlie d’una cultura usa a distinguere tra cattolici «buoni», aperti alla modernità, e cattolici
attaccati a tradizione, riti, potere. Le dichiarazioni di Francesco riportate da Scalfari vanno lette
nella chiave di un uomo di Dio che s’è posto un compito di cui sa l’arditezza: trasformare in fuoco
scoppiettante le braci che covavano sotto una pesante coltre di cenere, la quale ha rischiato, anche in
tempi recenti, di soffocare ogni afflato vitale, prima che spinte riformatrici. Braci vive, però.

Alcuni esempi li ha offerti lo stesso Papa. Ha citato due volte Carlo Maria Martini. Ed già è un
bell’attestato per il cardinale scomparso poco più d’un anno fa trovarsi in una galleria che va da
Francesco d’Assisi a Sant’Agostino, da San Paolo a Sant’Ignazio. A quegli che fu Arcivescovo di
Milano in oltre un ventennio difficilissimo Francesco esprime pubblicamente un debito di
riconoscenza straordinario: l’aver per anni indicato ai pontefici allora regnanti, Wojtyla e Ratzinger,
il modello di una Chiesa «sinodale», cioè un’istituzione in cui il Papa governa non da monarca
assoluto, ma per «servizio», aiutato da vescovi e cardinali. Ascoltando questi e potendo contare sul
loro apporto egli diviene effettivamente capo di tutta la Chiesa, perché tiene conto delle voci di altri
continenti, di altri bisogni, di altre sollecitazioni, rispetto a quel Vaticano ripiegato su se stesso e
sulla gestione. E, come vescovo di Roma, senza cioè pretese egemoniche e di proselitismo («una
solenne sciocchezza», dice Bergoglio) spiana la via a ecumenismo e dialogo interreligioso su cui
Martini incentrò il suo episcopato, prendendosi più di un rimbrotto ufficiale in quanto poco attento,
appunto, al proselitismo.

Quando Martini, nel 1981, come bilancio del primo anno di episcopato e quindi dei contatti con Cei
e Santa Sede, cominciò a parlare di «Chiesa sinodale», dovette porre la sua intuizione personale e la
via di sviluppo della Chiesa sotto la categoria del «sogno». Da uomo di fede e persona realista,
oltreché prudente gesuita, aveva capito che le sue argomentazioni non costituivano materia gradita
ai vertici. Pose le sue idee come meta magari lontana, ma non tacque. E pagò di persona. Ancora di
«sogno» dovette parlare quasi vent’anni dopo, con amarezza e delusione verso il profilarsi del
nuovo millennio quando cresceva la decadenza di forze di Wojtyla e aumentava di potere della
«corte» come oggi Bergoglio chiama chi attornia il pontefice. E ancora fu non capito, da alcuni,
avversato dai più, dagli stessi confratelli vescovi e cardinali riuniti in Sinodo. Martini ci credeva e
non rinunciò mai al «sogno», che ora Bergoglio cerca di far camminare perché si trasformi in realtà.

Nell’intervista dell’8 agosto 2012, pubblicata il 1° settembre, giorno successivo la morte, sul
Corriere della Sera , col tono grave del lascito testamentario e del monito profetico indicò anche la
via pratica: il Papa si contorni di 12 vescovi e cardinali se vuole che la barca di Pietro non venga
sommersa dai flutti interni e da una società che non le crede più, indietro com’è di 200 anni su temi
quali la famiglia, i giovani, il ruolo della donna (argomento questo su cui Francesco ha promesso di
parlare ancora). Martini tenne la barra del timone dritta sino all’ultimo. E per dare ancora più
incisività ed elevatezza al suo dire aveva precisato che non sognava più «sulla» Chiesa, ma pregava
«per» la Chiesa.

Le preghiere devono aver bussato molto in alto se il Conclave sei mesi fa ha scelto Bergoglio e lui
ha accettato dopo una crisi quasi mistica. Ma è certo che se Francesco riprende quei temi ed esprime
riconoscenza pubblica a chi l’ha ispirato è perché Martini non era poi così solo e isolato come molta
pubblicistica cattolica ha cercato di far credere per anni. A smentita dell’opinione pubblica ufficiale,
fatta filtrare dai vertici della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana, e di un certo
manicheismo laico cui è sempre piaciuto indicare un Martini «contro» Papa, dottrina, magistero,
ecco che un grande fiume carsico scorreva sotto i sagrati, gli altari, i sacri palazzi. Erano quei
vescovi e quei preti, quei laici e quei dirigenti o volontari di movimenti per i quali non v’era da
temere affatto che la Chiesa perdesse potere temporale. A partire dal Convegno ecclesiale di Loreto
del 1985 presieduto da Martini (e di quello di Palermo degli anni 70, con Martini, Lazzati e gesuiti
quali padre Sorge) furono in molti a riconoscersi nell’immagine di una Chiesa che, oltreché
sinodale fosse povera tra i poveri, ispirata al vangelo delle Beatitudini, lievito e granello di senape.

Da parte di una componente della gerarchia si cercò di contrastare quel corso, di recuperare anzi la
gestione diretta («clericale» la chiama ora Bergoglio) del potere e dei rapporti con la politica al
momento della fine della Dc e della diaspora dei cattolici, in aperto dissenso con Martini che invece
pensava sarebbe servita da «purificazione» la lontananza dei cattolici dal potere. Francesco riparte
di lì, certo con le dichiarazioni ai giornali, ma anche con atti di governo interni (Segreteria di Stato,
Ior, Gruppo degli 8 cardinali) e rivolti alla Cei. Ci si avvia, infatti, all’elezione del capo dei vescovi
italiani da parte degli stessi vescovi, con maggioranze e minoranze, legittimazione del dibattito e di
posizioni differenti, non più a designazioni ufficiali e gestione autocratica.

Certo, si appresta a essere una Chiesa diversa quella che Francesco delinea e che già si intravede.
Ma se davvero sarà così anche alla cultura laica toccherà di compiere un po’ di autocritica.
Facciamo un esempio. Bergoglio ha dichiarato a Scalfari: «Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico,
non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». Nel 2007 Martini disse in Conversazioni notturne a
Gerusalemme : «Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi
stabiliamo». Si stracciarono le vesti in molti. Nel mondo cattolico ad alcuni parve quasi una
bestemmia. Ma pure tra i laici molti sussultarono. Per quel libro Martini fu attaccato anche
all’interno del Gruppo dell’Espresso , il Gruppo di Scalfari. E non fu né la prima né l’ultima volta.

Ecco, il lavoro da fare è molto se si punta davvero a una società e a una politica in cui ciascuno
possa dare il proprio contributo, per quello che può e sa. Con onestà e coerenza, disposto a mettersi
in discussione. Allora stupore e ammirazione per il Papa saranno autentici e lo si aiuterà nelle
riforme, in quanto vescovo di Roma, come lui tiene a ribadire, pastore di un popolo intero che con
lui cammina. Esaltarlo troppo rischia di distanziarlo da quel popolo che per larga parte era già
vicino alle sue idee e lo aspettava. E di danneggiare la sua opera.

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