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Quando padre Bergoglio congiurò contro i golpisti

Daniele Barbieri
http://danielebarbieri.wordpress.com

recensione a «La lista di Bergoglio» di Nello Scavo (*)

Il libro è uscito pochi giorni fa ma la Emi (la casa editrice dei missionari) lo ha dovuto ristampare di corsa mentre in 8 Paesi è in corso la traduzione. Era facile prevedere che «La lista di Bergoglio» (doppio sottotitolo: «I salvati da Francesco durante la dittatura» e «La storia mai raccontata») di Nello Scavo, giornalista del quotidiano «Avvenire», avrebbe avuto successo. Una indagine approfondita, arricchita dalla prefazione del premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel (che durante la dittatura fu arrestato e torturato), dall’interrogatorio – inedito in Italia – all’allora cardinal Bergoglio durante il «Processo Esma» del 2010, da una breve cronologia e da una sintetica bibliografia.

La lista dei salvati, degli aiutati e dei consigliati che Scavo ha raccolto è esauriente anche se non lunghissima. Le storie raccontate per esteso sono 9 più la dettagliata testimonianza resa dallo stesso Bergoglio (nel 2011) di un suo scontro con il generale Videla e con l’ammiraglio Massera, al vertice del gruppo golpista. Lo stesso autore spiega che altri nomi si aggiungeranno e chiarisce le molte ragioni di reticenze o silenzi che sono arrivati sino a oggi.
Alcune ombre si erano allungate su Bergoglio, in particolare per il «caso Jalics» che nel libro è ampiamente raccontato. Scavo scrive che di recente anche il critico più feroce, cioè Horacio Verbitsky, della Chiesa argentina rispetto alle complicità con i golpisti ha ammesso come le ultime testimonianze esimano Bergoglio da ogni responsabilità per l’arresto di Jalics e questo chiuda ogni sospetto.

Restano i silenzi: ma ammesso che si potesse all’epoca parlare in Argentina (fra gli assassinati ci fu anche il vescovo Enrique Angelelli, troppo “critico” verso i militari) le voci raccolte nel libro sono concordi nel dire che il giovane Bergoglio lavorò in silenzio per salvare più persone possibile. «E’ un attore» si disse dell’allora padre Bergoglio e Scavo conferma ma ne rovescia il senso: «sul piano dell’immagine era riuscito a dare a bere ai militari di starsene rintanato aspettando che soffiasse vento di bonaccia mentre tesseva una rete clandestina per la copertura e il salvataggio di decine di persone».

Scavo non tace le complicità della Chiesa argentina con i golpisti, anzi un capitolo si intitola «Bergoglio aiutava le vittime, altri prelati spalleggiavano il regime». Una storia, piena di reticenze, che non era compito di questo libro raccontare ma che invece dovrà essere indagata in tutti i suoi risvolti. Di recente sia le Madri che le Nonne di Plaza de Mayo hanno chiesto al Bergoglio papa di aiutarle a ritrovare i loro nipoti (cioè i bambini rapiti alle donne uccise sotto la dittatura) ma anche chiarezza sulle complicità nella Chiesa argentina di allora per quei 7 anni di terrore. Il papa ha promesso che lo farà. Solo allora, quando cioè tutti i responsabili saranno stati individuati, si potrà dire, con piena convinzione «Nunca mas» (mai più): era il titolo del rapporto che nel 1986 confermò al mondo che i 30mila desaparecidos erano stati assassinati dai golpisti. E che molti – in Argentina e fuori – sapevano ma avevano preferito girare la testa da un’altra parte.

(*) Questa mia recensione è uscita – parola più, parola meno – l’11 ottobre sulle pagine culturali del quotidiano «L’unione sarda». Nell’articolo pubblicato c’è un refuso tremendo (è colpa mia, evidentemente mi sono riletto troppo di fretta) dove ho scritto che Scavo titola: «Bergoglio aiutava le vittime, altri prelati spalleggiavano le vittime», ovviamente – lo si capisce dal contesto, per fortuna – Scavo titolava invece «Bergoglio aiutava le vittime, altri prelati spalleggiavano il regime», come infatti ho corretto qui.

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Se nella mia recensione avessi avuto un po’ più di spazio avrei aggiunto almeno un paio di questioni che ora propongo qui.

La prima è che Scavo cita per intero anche un documento «a uso esclusivamente interno» di Amnesty International su «la Chiesa cattolica e il ruolo del nuovo papa durante l’ultimo regime militare argentino (1976-1983)», redatto il 14 marzo, dunque il giorno dopo l’elezione di Bergoglio a papa. In sintesi Amnesty «non crede che sia possibile generalizzare il ruolo della Chiesa cattolica, in Argentina o in qualsiasi altro Paese della regione». Giustissimo, anche se questo non esime da indagare sulle responsabilità dei singoli, come ricorda Amnesty.

La seconda questione è che se Scavo risponde alle domande sui rapporti fra i militari e Bergoglio (chi è più esperto di me sull’Argentina valuterà se ha risposto … al di là di ogni ragionevole dubbio) scivola troppo rapidamente sul Vaticano. Ricordo due fatti, ma ce ne sono altri, molto gravi che potete leggere qui in blog. Il primo è il ruolo del cardinale Pio Laghi del quale ho scritto anche io. Il secondo è Paolo VI che riceve l’ammiraglio golpista Emilio Massera il 10 ottobre 1977 (ne ha parlato qui David Lifodi).

Questo di Scavo era un libro su Bergoglio e non sui rapporti fra Vaticano e golpisti argentini, come ho già scritto sopra, però non fare un cenno a questi episodi – e altri simili – in un libro di 190 pagine mi pare voler eludere la questione e tacere informazioni importanti anche per capire come si mosse (o non si mosse) allora Bergoglio.

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“La lista di bergoglio”. Un libro sulle vittime della dittatura argentina salvate dal futuro papa

Claudia Fanti
Adista Notizie n. 37 del 26/10/2013

Il titolo non potrebbe essere più indicativo: La lista di Bergoglio (sottotitolo: I salvati da Francesco durante la dittatura), con esplicito riferimento alla famosissima Schindler’s List. E in effetti il libro di Nello Scavo pubblicato dalla Emi ricostruisce proprio gli sforzi messi in campo dall’allora provinciale dei gesuiti per salvare persone in pericolo negli anni del regime militare: «A voler azzardare una stima prudenziale – scrive l’autore – si direbbe che padre Jorge abbia messo al sicuro più di un centinaio di persone». Il libro di Scavo ricostruisce nove vicende di salvataggi, raccontando di «un Bergoglio sconosciuto», di «giornate trascorse tra breviario e posti di blocco, escogitando maniere per evitare i controlli, depistare la polizia, raggirare i generali.

Per condurre sani e salvi di là del confine i ragazzi destinati agli scannatoi clandestini», anche attraverso la costruzione di una rete d’appoggio in Brasile. È così, ad esempio, che viene messo in salvo il militante uruguayano Gonzalo Mosca, a cui Bergoglio aveva offerto rifugio nel Collegio di San Miguel: un piano elaborato in base a cui Mosca, giunto con un volo interno a Puerto Iguazú, al confine con Brasile e Paraguay, avrebbe attraversato clandestinamente la frontiera a bordo di una barca e, una volta in Brasile, sarebbe stato preso in carico da altri gesuiti che lo avrebbero messo su un aereo diretto in Europa. «Padre Jorge – racconta Mosca – non solo mi accompagnò in aeroporto, ma venne fino al portellone dell’aereo».

Vicende, queste, che Scavo inserisce nel contesto degli anni della dittatura, secondo una ricostruzione in cui si affaccia anche la “teoria dei due demoni” – contestatissima dalle organizzazioni dei diritti umani, ma molto quotata tra l’episcopato argentino – che finisce per equiparare il “terrorismo di Stato” alla “violenza guerrigliera”: l’autore dà infatti voce a Loris Zanatta, docente di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna (di cui sono note le severe critiche a Hugo Chávez, la cui eredità egli ha recentemente definito un «frutto avvelenato»), il quale ricorda che «anche i guerriglieri montoneros uccisero», che «anch’essi avevano i loro bravi cappellani a benedirne le armi» e che «la scelta della via violenta contribuì a causare il golpe militare».

Le responsabilità della Chiesa

La ricostruzione di Scavo getta nuova luce sull’allora provinciale dei gesuiti sul piano della solidarietà concreta offerta alle vittime della dittatura anche al prezzo di non trascurabili rischi personali: se il libro non riporta testimonianze di segno contrario (come quella resa da Estela de la Cuadra, figlia di una delle fondatrici delle Nonne di Plaza de Mayo, al processo del 2011 sul sistematico piano di sottrazione dei figli di desaparecidos; Adista Notizie nn. 11 e 12/13 e Adista Documenti n. 18/13), queste appaiono comunque assai meno numerose. Tuttavia, sul piano politico, qualche ombra rimane.

È quanto sembra emergere, implicitamente, anche dalle parole di uno dei “salvati” di cui Scavo racconta la vicenda, Alfredo Somoza, oggi affermato giornalista, il quale, distinguendo nella Chiesa argentina tra «una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta e un’area “indefinita”, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, pur non condannando pubblicamente il regime dei generali, nemmeno lo approvarono mai, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone», riconduce a quest’ultima area Bergoglio e la Compagnia di Gesù.

Ed è quanto riconosce, in maniera esplicita, nella prefazione, lo stesso premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel, il quale afferma con convinzione che Bergoglio «contribuì ad aiutare i perseguitati e si operò in ogni modo affinché i sacerdoti del suo ordine che erano stati sequestrati fossero rilasciati». Ma poi aggiunge: «Tuttavia, come ho già avuto modo di sottolineare altrove, non partecipò, allora, alla lotta in difesa dei diritti umani contro la dittatura militare. Lo fecero alcuni vescovi come Jaime de Nevares, Miguel Hesayne, Jorge Novak, Antonio Devoto, Vicente Zazpe, mio compagno di prigione in Ecuador, dove fummo detenuti con 17 vescovi latinoamericani a Riobamba. Ma nell’insieme, l’episcopato argentino, nonostante il rinnovamento dei suoi membri, ha ancora un conto in sospeso nel far emergere la verità e favorire la giustizia, che dovrebbe riconoscere e contribuire a riparare».

Delle responsabilità della Chiesa argentina, mai pienamente riconosciute dall’episcopato del Paese (si pensi, ancora di recente, al documento della Conferenza dei vescovi “La fede in Gesù Cristo ci muove alla verità, la giustizia e la pace” del 9 novembre del 2012; v. Adista Notizie n. 43/12), non tace di sicuro il libro di Scavo: «Le testimonianze che inchiodano membri del clero sono drammatiche», scrive, soffermandosi in particolare sul ruolo del cappellano Christian Von Wernich, condannato all’ergastolo nel 2007 (senza ricordare tuttavia il fatto che quest’ultimo, appartenente all’arcidiocesi di Buenos Aires guidata da Bergoglio, non ha ricevuto alcun tipo di sanzione canonica; v. Adista nn. 55, 68, 71/07 e 17/10). Furono di certo conniventi col regime di Videla, afferma Loris Zanatta, «vari vescovi; ancor più lo furono i cappellani militari; e fu il peso di quella lunga storia a indurre la Chiesa a non fare denunce pubbliche e a discutere col regime per vie confidenziali».

Il caso Jalics e Yorio

Il libro di Scavo non poteva non affrontare il caso dei gesuiti Francisco Jalics e Orlando Yorio, su cui più sono divampate le polemiche all’indomani dell’elezione di Bergoglio. L’autore riconduce senza esitazioni le accuse rivolte all’allora provinciale ad «alcune insinuazioni somministrate dai servizi segreti e dagli aguzzini del regime», che sarebbero state «prese per buone anche dalle vittime e dagli oppositori, diffondendosi fino ad oggi come la zizzania tra il grano».

A prenderle per buone sarebbe stato anche Horacio Verbitsky, il quale, tuttavia, dopo l’ultima dichiarazione di padre Jalics – oggi convinto di essersi sbagliato nell’affermare che il suo sequestro e quello di Yorio nel 1976 fossero avvenuti dietro denuncia dell’allora superiore provinciale gesuita – avrebbe, secondo Scavo, ritirato le precedenti accuse. In realtà, l’articolo di Verbitsky in questione (“Pasado pisado”, Página 12, 21/3) è tutto fuorché una ritrattazione: si tratta già nel titolo (“Passato calpestato”) di una dettagliata replica a Jalics, in cui il giornalista riferisce anche il contenuto di telefonate intercorse con il sacerdote, di segno opposto a quello delle sue ultime dichiarazioni.

E sulla questione Verbitsky è tornato anche il 6 ottobre scorso, sempre su Página 12 (in un articolo, dal titolo “La revelación”, che appare una risposta tanto all’incontro svoltosi il 5 ottobre tra papa Francesco e l’oggi 86enne Jalics quanto al libro di Scavo), rivendicando, a fronte di «alcune sorprendenti conversioni» il fatto di «non aver modificato le conclusioni della mia ricerca al ritmo degli avvenimenti e delle convenienze» e ribattendo punto per punto, ancora una volta, alle dichiarazioni del gesuita, per concludere che «non furono i militari torturatori a far credere a Jalics e a Yorio che il loro padre superiore li aveva abbandonati».

In ogni caso, la ricostruzione della vicenda offerta da Scavo non fa alcun riferimento né alla lettera inviata da Yorio nel 1977 all’assistente generale della Compagnia di Gesù, p. Moura (v. Adista Notizie nn. 11 e 12/13), né alle rivelazioni dell’ex insegnante di catechismo della scuola della diocesi di Morón, Marina Rubino – raccolte sempre da Verbitsky nel 2010 – riguardo a un colloquio da lei avuto con il vescovo di Morón, Miguel Raspanti, al Colegio Máximo de San Miguel, dove il vescovo era venuto a parlare con Bergoglio proprio del caso di Jalics e Yorio, i quali avevano chiesto il trasferimento nella sua diocesi. «Marina – scriveva allora Verbitsky – pensava che si trattasse di una mera formalità, ma Raspanti le spiegò che la situazione era più complessa: con le pessime referenze che gli aveva mandato Bergoglio, i due gesuiti non potevano essere accettati nella diocesi.

Il vescovo era molto preoccupato perché in quel momento né Orlando né Francisco dipendevano da alcuna autorità ecclesiastica: “Non posso lasciare i due sacerdoti in questa situazione e non posso nemmeno accettarli con la relazione che mi ha mandato. Vengo a chiedergli semplicemente di dar loro l’autorizzazione e di ritirare questo rapporto che dice cose molto gravi”».

Alcuni interrogativi

Interrogato nell’ambito del «Processo Esma» del 2010 (la scuola della Marina militare nei cui locali sono stati torturati e uccisi innumerevoli desaparecidos argentini), Bergoglio (il cui interrogatorio si può leggere nell’appendice) parla di una lunga conversazione telefonica con Raspanti, nella quale il vescovo «chiese informazioni su ciascuno di loro»: «Non ricordo – dice – se lasciai qualcosa di scritto». Né ricorda da chi venissero le accuse di cui erano oggetto Jalics e Yorio. E così si esprime l’allora cardinale sui preti delle baraccopoli: «In alcuni Paesi furono coinvolti in mediazioni politiche. Per esempio, una lettura del Vangelo con una ermeneutica marxista.

Questo diede vita alla teologia della liberazione. In altri Paesi si avvicinarono di più alla pietà popolare e si allontanarono da tutti gli impegni politici, se non optando per la politica con la P maiuscola, per la promozione e l’assistenza ai poveri. La Santa Sede espresse due pareri, in quel momento, sulla teologia della liberazione, dove spiegava bene le differenze. Erano pareri molto aperti, che incoraggiavano il lavoro con i poveri, però all’interno di una ermeneutica cristiana, non presa in prestito da una qualche visione politica». Quanto all’Argentina, «ci furono alcuni molto coinvolti con alcune interpretazioni politiche [del Vangelo], e altri che invece fondarono la linea che viene seguita oggi».

In base alla ricerca di Scavo, Bergoglio si sarebbe molto adoperato per ottenere la liberazione dei due gesuiti. A testimoniarlo sono anche Martínez Ossola, La Civita e González, tre seminaristi della diocesi di mons. Enrique Angelelli (il vescovo di La Rioja assassinato per il suo impegno in difesa dei poveri) accolti e protetti dal provinciale nel Collegio Máximo (dove a molti Bergoglio assicurava un rifugio con «il pretesto degli esercizi spirituali»): «Abbiamo visto – riferiscono a Scavo – come si adoperava per loro. Lo faceva standosene dietro le quinte per arrivare a una soluzione. Riuscì a salvarli, anche se c’è voluto molto tempo perché si capisse che entrambi devono la vita a Bergoglio».

Avendo verificato che erano nelle mani della Marina, racconta l’autore, il provinciale andò a parlare con Massera: «Quando vide Bergoglio, l’ammiraglio gli si fece incontro con un gesto plateale. Davanti alla corte di regime voleva trattarlo con ostentata giovialità. In verità, un modo per irriderlo agli occhi dei presenti, pensando che mai quel prete avrebbe avuto il fegato di sfidare l’irascibile Massera senza temere di cacciarsi nei guai. Non fu un dialogo, ma un corpo a corpo verbale. “Che dice, Bergoglio?”.

Un eccesso di confidenza che il provinciale della Compagnia di Gesù non gradì. Non era tipo da smancerie. Meno che mai quel giorno. “Che dice, Massera?”, gli replicò a tono. L’ammiraglio, impettito nella sua divisa bianca, reagì con una smorfia di disappunto. Soprattutto quando il giovane prete gli piantò gli occhi addosso e, senza abbassare lo sguardo, altrettanto platealmente lo rintuzzò. “Che dice, Massera? Sono qui per dirle che, se non rimette in libertà i sacerdoti, come provinciale denuncerò l’accaduto”. Il triumviro non fece in tempo a balbettare una risposta che Bergoglio aveva già girato i tacchi. La notte successiva padre Yorio e Jalics vennero narcotizzati e caricati su un elicottero che li scaricò, salvi ma ancora incoscienti, in mezzo a una palude».

Volendo prendere per buono questo racconto, una domanda sorge allora spontanea: se bastava la minaccia di una denuncia per indurre Massera a rilasciare i due gesuiti, perché Bergoglio non andò mai oltre? Di certo, non gli mancarono le occasioni: è stato lo stesso Bergoglio ad aver riferito di essersi una volta recato in un luogo di detenzione «per appurare quale fosse il destino di un muchacho».

Nell’interrogatorio al processo Esma, l’avvocato di parte civile Luis Zamora pone direttamente la domanda all’allora cardinale (domanda respinta dal giudice presidente): «Nei passati 34 anni, cioè da quando sequestrarono i due sacerdoti a lei vicini, e avendo saputo particolari importanti attraverso di loro, tra cui ciò che avvenne nell’Esma, perché non fece mai una denuncia?». Risponde il legale di Bergoglio: «Perché la giustizia non lo avrà mai chiamato a testimoniare».

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