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Servire Dio o servirsi di Dio di F.Scalia

p. Felice Scalia
Oreundici, ottobre 2013

Perché ci dobbiamo abbandonare alla tenerezza? Perché non devo avere paura di amare? E se amore
fosse un’illusione che delude? E se la tenerezza fosse faccenda per i deboli, come dice Nietzsche?
Per poter parlare di amore, di tenerezza, di abbandono devo sapere chi sono, perché sono nato: se
siamo nati per caso, domina il nulla iniziale e quello finale, domina l’insignificanza dell’individuo:
chi sono io per “il caso” che mi ha fatto nascere? Nell’intervallo tra la nascita e la fine, che altro
debbo fare se non divertirmi, prevaricare, seguire la parte più arcaica di me, dimenticare la mia e
altrui umanità? Nella Scrittura c’è un testo del I secolo a.C., nel libro della Sapienza (capitolo 2) che
descrive, perfettamente la mentalità di oggi: “Siamo nati per caso, e dopo saremo come se non
fossimo stati. … Il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. … Il nostro nome sarà
dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra esistenza è il passare di
un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte…” E allora? “Su, godiamoci i beni presenti, facciamo
uso delle creature con ardore giovanile! … Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le
vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. La nostra forza sia regola della
giustizia, perché la debolezza risulta inutile”.

La vita può avere un senso?

La vita può avere un senso? Se chi chiama alla vita è parola, e la parola ha una intelligenza e una
finalità ben al di là delle mie capacità di comprensione, allora la vita può avere un senso. Cedere al
mistero, rispondere a chi mi affascina è il compito tra la nascita e la morte, se sono caro agli occhi
di qualcuno che mi ama non per quello che faccio, ma perché sono io.

Solo in questa prospettiva ci è lecito dire che non tutte le cose accadono inevitabilmente, perché
esiste lo spazio per l’inedito, che può essere duplice: la comparsa dell’uomo, della vita, dell’amore,
dell’oltre, del magis, ma anche dell’orrido, del terribile, del terrore come è accaduto nella
sanguinaria storia del XX secolo. Solo in questa prospettiva le contorsioni e le resistenze del
narcisismo possono essere viste come superabili, non come croce cui essere inchiodati per sempre.
Solo in questa prospettiva, Cristo non è il più grande malfattore dell’umanità. Se fossimo nati per
caso e andassimo verso il nulla, Cristo ci avrebbe ingannati dicendoci che ci dobbiamo amare,
avrebbe dovuto attrezzarci perché gli artigli crescessero e perché ci armassimo gli uni contro gli
altri: se fossimo veramente l’uno contro l’altro, se non ci fosse una parte di noi che è collaborazione
e non solo competizione, Cristo sarebbe un grande illusionista.

Ma se non siamo nati per caso Cristo è un benefattore che ci ha aperto gli occhi e ci ha detto chi
veramente siamo. La vera domanda di ogni esistenza è: che ci sto a fare? che devo fare della mia
vita? fumarmi il cervello? diventare violento? arricchirmi? mostrare che sono qualcuno anche se
mi sento nessuno? oppure abbandonarmi all’amore, credere alla tenerezza e voler crescere tanto da
poter essere umano tra umani?

Servire Dio è essere grati della sua fiducia

Parlare di servire Dio o servirci di Dio significa calarci nella storia. Che ci siamo serviti di Dio è
storicamente accertato, che continuiamo a nominare il nome di Dio invano per i nostri interessi
anche, che tentiamo di servirlo è ciò verso cui siamo chiamati.

Questo problema del servire vorrei affrontarlo a partire da Ignazio di Lojola, che tenta di dare una
risposta concreta: nei suoi esercizi spirituali, dice che l’uomo è stato creato per lodare Dio, per
prestargli riverenza e per servirlo e così salvare la sua anima, cioè diventare uomo.

Guardando alla nostra situazione concreta di cristiani, servire Dio viene spesso identificato con il
servizio divino che è sinonimo di culto. Se il culto cristiano per eccellenza è l’eucarestia, e se
l’eucarestia è ringraziamento, allora servire Dio è essere grati per i doni ricevuti. Il primo servizio
coincide con l’accettare che ci sia qualcuno più grande di me ed essere grato perché tutto ciò che
potevo contenere mi è stato affidato, per questo gesto di fiducia fondamentale che Dio ha avuto in
me e in ciascuno di noi. I segni più chiari per cui Dio si fida di noi sono due: la sessualità, che rende
l’uomo concreatone, e l’averci affidato tutto quello che aveva, l’amore attraverso suo Figlio. Siamo
grati perché se Dio si fida, anche noi possiamo fidarci di noi stessi e dell’altro. Se Dio si fida vuol
dire che l’uomo ha una sua capacità intrinseca, forse poco visibile per tutte le paure e le resistenze
che lo abitano, di essere affidabile. Siamo grati a Dio perché è l’amico appassionato della nostra vita
e del nostro benessere. Fidarmi di Dio significa avere fede. Forse “l’anno della fede” dovrebbe far
crescere questa fiducia fondamentale.

Servire Dio è annunciare la possibilità di un mondo altro

Servire Dio è avere a cuore i suoi progetti, annunziare la possibilità di un mondo altro, un modo
nuovo di essere qui e ora, rispondendo a quel fascino che tutti sentiamo, dando speranza ai
rassegnati e promuovendo con ogni mezzo la giustizia. Ci sono documenti del Magistero e azioni
pastorali che si avvicinano molto nell’identificare fede e giustizia. Quando papa Wojtyla ad
Agrigento incontrò i genitori di Rosario Levatino, disse loro: vostro figlio è morto per la giustizia e
indirettamente per la fede. Nella Valle dei templi, quando gridò contro la mafia, mise le condizioni
perché don Pino Puglisi fosse riconosciuto oggi martire della fede, condannato perché parlava di un
Dio che oltraggiava la mafia.

Servire Dio è far rinascere la bontà nel mondo: mentre le passioni per gli ideali astratti possono far
compiere azioni detestabili, sono le piccole ragioni del cuore buono che ancora tengono saldo il
mondo. Servire Dio è sapere che non posso fare grandi cose, ma piccoli gesti di bontà sincera.
Servire Dio è tentare di riportare l’istituzione chiesa alla sua verità: quella istituzione che rischia
sempre di perdere lo scopo per cui è nata. A uno sguardo superficiale, la rimonta anticonciliare,
durata almeno due pontificati, pare fosse dovuta solo a problemi di parole, a sottigliezze dottrinali,
ad accessori liturgici, a beghe personali tra lobby.

Tante domande senza risposta

Parlare in latino o in italiano, celebrare con il popolo o per il popolo, sostituire il Cristo pastorale di
Giovanni Paolo II con l’aggressiva croce di Pio IX, presentarsi con semplice austerità al mondo o
con la mitra dorata, ascoltare o non ascoltare come un signore rinascimentale un concerto di musica
classica: ma non è qui il nodo centrale dei problemi che affliggono la chiesa. Quando gruppi umani
guardano nella stessa direzione di fede, può darsi che litighino e si facciano guerra ma poi le offese
e le diversità svaniscono come sono comparse. Ma quando le prospettive sono solo nominalmente
identiche, basta una sciocchezza per far emergere un problema ormai insolubile. Oggi nella chiesa
non ci capiamo più: ci sono troppe domande che rimangono senza risposta. Perché da troppi secoli
l’uomo di chiesa, prete o no, sta dalla parte della forza e non della debolezza? Perché ha lasciato che
popolazioni intere fossero sterminate da cristiani in nome della vera fede da trasmettere loro?

Perché si è ritenuto plausibile che al centro del potere mondiale ci fossero il mercato globale, la
finanza e le sue speculazioni? Perché siamo così inclini a subire una società maschilista che da
millenni sfrutta le donne relegandole al ruolo di subalterne e mai di persone umane? Perché i poveri
e gli umiliati si sentono tanto poco a casa loro quando vanno in chiesa? Perché chiamiamo missioni
di pace azioni di guerra? Perché abbiamo sostenuto per decenni uomini e partiti che, tacitando la
chiesa con munera (regali che corrompono), hanno voluto il suo avallo per chiamare bene comune
il proprio bene, e servizio del popolo ciò che era dominio su di esso? Perché è stato emarginato
dalla chiesa chi queste cose le diceva, chi ha preso le parti di quanti reclamavano giustizia e dignità
umana?

Servirsi di Dio

Servendo male l’uomo, serviamo male Dio. Serviamo male Dio perché stravolgiamo il suo volto
benedetto e oscuriamo il volto di Dio che è apparso nel Cristo. Ci serviamo di Dio.
Da bambini eravamo molto poveri a casa mia, però non rinunziavo ai giornaletti e ritagliavo i
fumetti, li incollavo, avevo tanta pazienza che gli amici mi cercavano perché li prestassi loro. Un
giorno mia madre mi stracciò tutti i quaderni perché non studiavo, e i miei amici scomparvero: è
stata la mia prima delusione, mi sentii strumentalizzato. Mi chiedo come si debba sentire il buon
Dio quando ne facciamo lo sgabello del nostro successo. È una storia iniziata 1700 anni fa: non
possiamo dimenticare quello che operarono Costantino e poi Teodosio, dopo i quali essere prete,
vescovo, papa diventò un grande affare. Se ancora c’è il rischio di servirci di dio, se ancora può
esistere nella chiesa una teologia così ecclesiocentrica da permettere corsie privilegiate, sedi
prestigiose, stipendi pingui, posti più alti, se non abbiamo capito che nella chiesa non esiste potere
di dominio ma solo potere di servizio, se non abbiamo capito questo, non abbiamo capito ancora
che Dio non è potere. Strumentalizzare l’amore significa rinnegarlo e perdere la vita. Tra fede
religiosa e magia c’è questa differenza sostanziale: la fede è consegna di sé al servizio di Dio, la
magia è accaparramento di Dio al proprio servizio.

Il cristianesimo è il rovesciamento della mentalità magico-pagana: Dio non è fatto a nostra
immagine, a nostro uso e consumo, non è in mano nostra, ma nella sua gratuità viene a cercarci per
invogliarci a diventare figli a immagine sua. Dio non è manipolatile, non lo si può comprare per
avere i suoi favori e costringerlo a stare con noi per portarci avanti di successo in successo. Come
l’amore è, così Dio è, ci piaccia o no il suo volto, ci liberi dalle mani dei nostri nemici o ci resusciti
solo dopo cocenti sconfitte. Sarebbe una brutta fede quella dell’uomo che sceglie Dio solo perché
corrisponde alle sue attese narcisistiche.

Regnare è sentirci tra le braccia di chi ci ama da sempre

Si comprende allora perché servire Dio sia regnare, come dice sant’Agostino. La parola regnare ci
mette in discussione perché sembra l’opposto del servizio: ci troviamo di fronte a uno dei paradossi
agostiniani? No, regnare è sentirsi tra le braccia di chi ci ama da sempre: un bambino nelle braccia
di sua madre non è un re? Regnare è sentirsi pienamente realizzati come uomini senza bisogno di
stampelle, è essere abilitati a vivere da figli e fratelli in questo mondo, non essere nemici di nessuno
pur avendo visioni diverse, non avere bisogno di servi né di padroni. Una vita vissuta nel rispetto
della propria verità è il grande servizio che Dio ci chiede: sii te stesso. Mostrarci o crederci ciò che
non siamo significa sottrarci a Dio e a noi stessi. Servire Dio è portare a termine ciò che manca, non
vivere ossessionati dalle tenebre ma preoccupati e assetati dalla luce.

Servire Dio è espressione di vera fede, quella di un uomo e di una comunità che si consegnano a
Dio perché l’altro sia, perché il mondo sia, perché ogni uomo e ogni donna siano, e la verità e
l’amore trovino abitazione tra i figli dell’uomo.

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