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Verso il quinto centenario della Riforma protestante

Fulvio Ferrario
www.riforma.it, 22 ottobre

Il Giubileo della Riforma. Un convegno internazionale a Zurigo ha messo le basi per una celebrazione «ecumenica» del quinto centenario della Riforma. Non festa dell’orgoglio protestante, ma riscoperta del tesoro dell’Evangelo

In Europa e nel mondo, le chiese protestanti si preparano a celebrare il «Giubileo della Riforma». La data fatidica, come si sa, è il 2017: il 31 ottobre di quell’anno cadrà il quinto centenario di un evento che forse non si è mai verificato (gli storici dubitano che la famosa affissione delle 95 tesi di Lutero alla porta della chiesa del castello di Wittenberg si sia svolta nella forma classicamente tramandata), ma che ha segnato una svolta nella storia europea e poi mondiale. In vista di tale occasione, la Chiesa evangelica in Germania e la Federazione delle Chiese protestanti in Svizzera hanno organizzato a Zurigo, dal 6 al 9 ottobre, un grande convegno internazionale. 35 i paesi rappresentati: oltre a quelli europei, diverse nazioni sudamericane e africane, Giappone, Cina, Corea, Stati Uniti; salvo errore, l’unico continente assente era l’Oceania.

Le delegazioni provenivano da chiese luterane, riformate, unite, metodiste, il mondo battista era rappresentato da alcuni esponenti dall’Africa, dai Caraibi e dalla Cina, assente l’intero arcipelago pentecostale. Come ha rilevato il presidente della Chiesa protestante unita di Francia, Laurent Schlumberger, sarebbe molto importante che tutte le espressioni del mondo evangelico siano coinvolte nell’evento. In estrema sintesi, i punti focali della riflessione preparatoria sono quattro: quello teologico (due dense relazioni di Rowan Williams e di Ulrich Körtner, professore a Vienna, quest’ultima sul programma centrale della Riforma: Cristo soltanto, grazia soltanto, fede soltanto, Scrittura soltanto), quello storico (Peter Opitz, Zurigo: il carattere plurale della Riforma), quello ecumenico (Olav Tveit, segretario del Consiglio ecumenico), quello propriamente celebrativo e anche turistico (vari interventi, con ovvia prevalenza della Germania).

Accenti principali. Rispetto ai centenari del passato, la novità più evidente è che il 2017 non sarà un evento esclusivamente tedesco, bensì appunto mondiale. Questo anche perché la Riforma prima, e il protestantesimo poi, costituiscono un evento globale, che anzi, nel XXI secolo, presenta le sue dinamiche più promettenti fuori dall’Europa. Da un lato, infatti, molte chiese protestanti «classiche» crescono significativamente in Africa e in Asia; dall’altro, si assiste all’esplosione del movimento pentecostale, strettamente collegato alla tradizione protestante, anche se da essa distinto. Il secondo elemento decisivo è che, naturalmente, non si intende celebrare la persona di Lutero né l’identità protestante: al centro è la causa della Riforma. Benissimo, ma solo se vi è chiarezza su quanto si intende.

Da una parte, si sottolinea l’esigenza di evitare una celebrazione rivolta soltanto a chi è già legato alla chiesa: bisogna parlare alla società secolare, sottolineando le istanze sociali e democratiche della Riforma e della storia spirituale che ne è nata. Ciò che andrebbe chiarito è il collegamento tra questa sana intenzione e il compito ecclesiale di proclamare l’evangelo. Il fatto che qualcuno si sia sentito in dovere di considerare trionfalistica una parola come «proclamazione» non tranquillizza. Lo spettro di una paralizzante paura di fronte alla secolarizzazione si aggira nel protestantesimo europeo, che vede le proprie fila falcidiate dalla diminuzione numerica. La sottolineatura (in sé sacrosanta) degli aspetti culturali e civili della Riforma rischia allora di tradursi in un tentativo un poco patetico di ricordare al mondo scristianizzato che, in fondo, esso deve qualcosa anche a noi: si tratta di un rischio da non sottovalutare.

Da questo punto di vista, tra gli innumerevoli programmi più o meno festaioli presentati a Zurigo, spicca, per qualità pastorale, formativa e teologica, la riflessione della Chiesa protestante unita di Francia, tesa a un lavoro capillare nelle chiese, in vista di una rilettura della vocazione evangelica nel postmoderno. Lì, in vista della nostra programmazione, c’è moltissimo da imparare e converrà farlo rapidamente.

Infine, siamo tutti d’accordo che la celebrazione della Riforma avverrà in chiave ecumenica. Quasi tutti, a dire il vero: il card. Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, ha qualcosa da dire al riguardo (vedi cronaca qui accanto). È un punto importante soprattutto per chiese come le nostre che, a causa della storia e della situazione locale, sono spesso impegnate in un confronto fortemente critico con Roma. Proprio questo può essere un contributo, a patto che non ci si riduca alla polemica, bensì si sappia presentare (propriamente: rivivere e testimoniare), in positivo, la grandezza e il fascino della riscoperta riformatrice dell’evangelo. Non è questione di linguaggio vellutato; ma nemmeno di volantini attraenti o di spot indovinati. Se una chiesa vive di quel che dice di credere, si vede e chi deve capire, capisce.

Penitenza, ma non solo: per amor di Dio. Il card. Koch ne parla spesso, in connessione alla Riforma: bisogna riflettere in spirito penitenziale sulla lacerazioni, passate e presenti. Non è fuori luogo: la prima della 95 tesi di Lutero parla di penitenza, in termini quanto mai energici. Non si può ripensare la Riforma in termini di orgoglio protestante: a Zurigo lo si è ripetuto con forza (quasi ossessivamente, mi permetto di dire). La svolta del XVI secolo è stata contraddittoria, ha portato con sé anche innumerevoli tragedie. Tutto vero e quanto mai importante: «siamo mendicanti, questa è la verità»: e non è una citazione di Koch. Una domandina, tuttavia, andrebbe posta: è vero o no che la Riforma ci ha recato, certo in vasi di terra, il tesoro dell’evangelo riscoperto con freschezza inaudita? Su questo bisognerebbe essere in chiaro, anche indipendentemente dal 2017.

E allora, visto che (purtroppo) Riforma (intesa come settimanale), ce la leggiamo soprattutto tra noi, mi permetto una confessione personale ai miei fratelli e alle mie sorelle in fede. Partendo da Zurigo, mi sono infilato le cuffie e ho ascoltato il IV movimento della Quinta sinfonia di Mendelssohn (la sinfonia «della Riforma», appunto), con l’inevitabile, sentimentale e infantile, ma sempre emozionante batticuore sulle note finali. Forse si tratta del vituperato sciovinismo protestante. Forse, però, è anche gratitudine infinita per il dono che Dio ci ha fatto mediante «i suoi fedeli servitori», che «la Bibbia pongon sull’altar».

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