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Vescovi europei: “l’aborto non è competenza UE”

Maria Teresa Pontara Pederiva
La Stampa | 23.10.2013

La Comece, in concomitanza con la discussione sulla salute, dichiara: “L’Ue dovrebbe non interferire con le decisioni che non rientrano nella sua sfera”

“Non farsi ingannare”: è con questa espressione che inizia la breve, ma tempestiva, nota dei vescovi accreditati presso l’Unione europea (Comece), a seguito della prima sessione di voto sul documento dal titolo “Salute e diritti umani e riproduttivi”, che include anche il ricorso all’interruzione della gravidanza.

“L’aborto non è una competenza dell’Ue”, affermano i vescovi europei che citano al riguardo l’art. 168 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea dove si legge che l’azione della Ue “rispetta le responsabilità degli Stati membri per la definizione delle loro politiche sanitarie e per l’organizzazione e la fornitura di servizi sanitari e assistenza medica. Le responsabilità dei singoli Stati membri includono la gestione dei servizi sanitari, l’assistenza medica e l’assegnazione delle risorse loro assegnate”. “In molti Stati membri dell’Unione europea – è scritto nella nota – l’aborto è illegale. In considerazione della dignità umana e nella convinzione che il diritto alla vita è assoluto, l’aborto in alcuni Paesi è vietato dalla legge. L’Ue dovrebbe rispettare queste realtà e non interferire con le decisioni che non rientrano nella sua sfera di competenza”.

Anzi i vescovi Comece “deplorano il fatto che la Relazione messa al voto oggi possa finire alla lontana per confondere i cittadini europei circa competenze dell’Unione”. E, con le elezioni del Parlamento europeo all’orizzonte, i cittadini avrebbero invece bisogno di essere rassicurati sul fatto che l’Unione europea si attenga scrupolosamente alle sue competenze giuridiche, senza essere fuorviati.

Lo scorso anno i vescovi Comece avevano pubblicato un parere consultivo proprio nel merito delle questioni oggetto della relazione in discussione ora a Bruxelles, dal titolo “Salute sessuale e riproduttiva”, allo scopo di fornire, com’è loro tradizione, alcune “raccomandazioni” ai legislatori.

Nell’ampio documento, i vescovi evidenziavano l’ambiguità dell’espressione “Salute sessuale e riproduttiva”, che sembrerebbe configurare un vero e proprio diritto, nonostante le riserve espresse da molti Paesi, in contraddizione con un’interpretazione rigorosa del diritto internazionale e della stessa legislazione europea e in linea, peraltro con diversi pronunciamenti della Santa Sede compresa la dichiarazione finale di Rio+20 “Il futuro che vogliamo” (meglio allora espressioni come “salute della madre e del bambino” o “salute materna e infantile”).

Il 25 febbraio 2010, il Parlamento europeo, in riferimento alla 4^ Conferenza mondiale sulle Donne (Pechino 1995), scriveva: “La salute sessuale e riproduttiva è parte integrante dell’agenda dei diritti delle donne, ed è indispensabile intensificare gli sforzi per migliorare i diritti riproduttivi e la salute delle donne, sia in Europa che nel mondo”. Secondo l’UNICEF, nel 2007 più di 9,2 milioni di bambini sotto i 5 anni sono morti causa patologie in gran parte prevenibili; 500mila donne muoiono ogni anno per gravidanza, parto o post partum: il discorso più ampio del “diritto” all’aborto (“non un mezzo di pianificazione familiare” secondo la Conferenza del Cairo, Cisp 1994, n.19).

“C’è silenzio sul diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ma questo viene di fatto negato senza essere sempre esplicitamente affermato”. L’espressione “salute sessuale e riproduttiva” diventa “diritto sessuale e riproduttivo” dove l’accento è sulle “condizioni di sicurezza” in caso di aborto, presentato come affare individuale (senza riferimento alla coppia) e, nei confronti degli adolescenti, senza riferimento ai genitori.

Tutto questo, sembrano dire i vescovi, rischia ora di essere ignorato dai rappresentanti eletti a Bruxelles.

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