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La giusta distanza di A.Esposito

Alessandro Esposito – pastore valdese
www.micromega.net

«E alzò Giacobbe i suoi occhi e vide: ed ecco, Esaù stava entrando, e con lui quattrocento uomini (…) E corse Esaù ad incontrarlo, e lo abbracciò, e cadde sul suo collo, lo baciò e piansero (…) E ritornò in quello stesso giorno Esaù per la sua via, verso Seir. E Giacobbe partì verso Sukkot» (Genesi 33:1,4,16)

La bibbia, contrariamente a quanto spesso ci hanno insegnato, è un testo attraversato dal conflitto. La parola non deve spaventarci: il conflitto, difatti, inerisce alla relazione, ne è parte costitutiva. Tutto sta in se e come il conflitto si individua, prima, e si affronta, poi. Non è escluso, difatti, che dal conflitto riconosciuto e gestito si approdi alfine alla riconciliazione. Questo, ad esempio, è il percorso compiuto da Giacobbe ed Esaù: i versetti su cui oggi intendo soffermarmi insieme con le lettrici ed i lettori di MicroMega rappresentano la conclusione di una storia profondamente segnata dal conflitto. Prima di esaminarli insieme, è però opportuno richiamare alla nostra memoria gli antefatti.

Il conflitto tra i due figli di Isacco nasce da un furto: Giacobbe, infatti, ordisce insieme con la madre Rebecca un piano ai danni del fratello Esaù, piano attraverso il quale egli finisce per acquisire il diritto di primogenitura che, per nascita, sarebbe spettato al fratello. Al fine di sfatare un altro mito e di ridimensionare l’insopportabile retorica perbenista, diciamo subito che i conflitti più tesi prendono forma tra le mura domestiche, in seno a quella famiglia che, anziché idealizzata, andrebbe ricondotta entro la dimensione assai meno esaltante della realtà quotidiana, laddove il conflitto tra chi condivide tanto – talvolta troppo – non tarda ad emergere.

La bibbia, che è un testo legato a doppio filo alle vicende quotidiane di cui narra senza infingimenti moralistici, ci presenta questi conflitti senza cercare di abbellirli o di addolcirli: ce li fa respirare in tutta la loro drammatica tensione, in tutta l’ossessione con cui, spesso, anche noi oggi li viviamo e li soffriamo. Giacobbe è da lungo tempo in fuga dal fratello, del quale teme l’ira e la vendetta: per cui vive da fuggiasco, carico d’angoscia e di timori. Questa l’atmosfera in cui prende avvio il nostro racconto, che vorrei intitolare: «Giacobbe ed Esaù: commedia in tre atti».

Primo atto: l’attesa. Giacobbe sa che l’apparizione del fratello è ormai imminente: fin quando ha potuto l’ha differita, ora non può, non vuole più farlo. Ecco che all’orizzonte si profila la sagoma di Esaù: l’accompagna, minacciosa, l’inquietante presenza di quattrocento uomini. Giacobbe sente la fine avvicinarsi: è certo che la vendetta del fratello si abbatterà su di lui e sulla sua famiglia. Tutta la sua preoccupazione è volta a placare quell’ira che egli sa essere del tutto giustificata. Il timore domina la scena così come l’animo di Giacobbe: ed è precisamente ciò che accade a noi e in noi ogniqualvolta vediamo avvicinarsi il momento in cui un conflitto va affrontato.

Temiamo la reazione dell’altra, dell’altro, che anche noi, non di rado, sappiamo essere motivata. Finché possiamo procrastiniamo il momento della «resa dei conti», che può portare lacerazione, strappo, rottura: meglio mantenere la tensione, allora. Il fatto di percepirla significa che, almeno, c’è ancora relazione. Tesa, certo, a tratti insopportabile: ma pur sempre qualcosa a cui appigliarsi, un antidoto a quella solitudine che è ciò che più temiamo e rifuggiamo. Meglio, piuttosto, il logorio di un combattimento quotidiano che ci fa sentire vivi.

C’è poi chi, come Giacobbe, alla tensione costante e lacerante preferisce la fuga: non è risolutiva, è carica dell’angoscia che nasce dalla possibilità di imbattersi lungo il cammino nella persona che si è per lungo tempo evitata. Anche questa strategia si rivela fallimentare: il conflitto, alla fine, va affrontato.

Secondo atto: l’inatteso. Schiacciato dal timore, in preda ad aspettative in tutto e per tutto negative, Giacobbe vede avvicinarsi il fratello come la peggiore delle minacce. Eppure avverrà l’inatteso. Prima di vedere come concretamente prenderà forma l’imprevisto, dobbiamo guardare a ciò che, in verità, l’ha reso possibile. Dividerei dunque il nostro atto in tre scene: due, diciamo così, «preparative»; la terza, infine, «risolutiva».

Prima scena: riconoscere la propria parte di responsabilità nel conflitto. È quanto faranno sia Giacobbe, che si sente in torto, sia Esaù, che non accampa l’assurda pretesa di stare in tutto e per tutto dalla parte della ragione. Senza questa reciproca disposizione, nessun conflitto giunge a risoluzione. Soltanto riconoscendo il mio contributo attivo alla generazione del conflitto compio materialmente un passo nella direzione dell’altro che, in questo modo, cesso di condannare attribuendogli ogni responsabilità, incluse le mie.

Se ci soffermiamo un istante a riflettere, difatti, la mia parte nel conflitto è in ultima analisi l’unica su cui io possa davvero lavorare: per questo prenderne coscienza rappresenta il primo passo in direzione di una risoluzione. Finché questo passo io lo attendo dall’altro, mi sgravo di ogni responsabilità e, in questo modo, non faccio nulla per cambiare la situazione in atto. Fino a quando questo lavoro critico su di sé non viene svolto, il conflitto rimane avvolto nelle spire del giudizio, la cui stretta non si allenta. Io soltanto la posso mitigare, cambiando il giudizio implacabile sull’altro in riflessione critica su me stesso e sui miei atteggiamenti.

Seconda scena: riconciliarsi, fare i conti con sé. Non è un caso che, in italiano, «riconciliar-si» sia un verbo riflessivo: non vi è riconciliazione con l’altra, con l’altro, se non vi è riconciliazione con sé. Riconoscere la propria responsabilità nella generazione e nella esasperazione di un conflitto è indispensabile, ma comunque insufficiente: ciascuno, prima di avvicinarsi all’altro, deve riavvicinarsi a sé. Giacobbe lo ha appena fatto, sostenendo sulla sponda del torrente Yaboq una strenua lotta, oltre che con Dio, con una parte di sé.

Yaboq, difatti, non è che il suo stesso nome, Yaqob, allo specchio: Yaqob, letteralmente «l’ingannatore», colui che inganna, prima di ogni altro, se stesso, è chiamato a diventare Israel, «colui che affronta la lotta» con Dio e dunque con sé, colui che cessa di adottare la fuga da sé come strategia di sopravvivenza per incominciare finalmente ad affrontarsi, e per ciò stesso a vivere. Giacobbe lotta nell’oscurità della sua notte interiore con quel Dio che lo mette di fronte a se stesso, a un se stesso nuovo che, per diventare tale, deve prima affrontare il vecchio, quell’incrostazione che, se assecondata, finisce per sostituirsi all’identità.

Fino a quel momento decisivo Giacobbe era colui che ingannava, raggirando gli altri, Dio e se stesso. Rimanendo inchiodato ad un’identità posticcia, Giacobbe non avrebbe potuto incontrare Esaù: avrebbe continuato a fuggire da lui perché, in verità, avrebbe proseguito la fuga da sé.

Ogni conflitto in cui ci troviamo coinvolti ci chiede, per essere affrontato, di fare i conti con noi stessi, con noi stesse, con quegli aspetti che di noi non amiamo e che pure, per una legge implacabile, finiscono per essere quelli che ci identificano agli occhi degli altri. La riconciliazione va fatta, anzitutto, con sé: dopodiché sarò pronto per incontrare l’altra, l’altro.

Terza scena: la risoluzione. Ecco che l’inatteso prende forma: non si consuma nella volatilità delle parole; quelle, nella riconciliazione, spesso non servono più. L’incontro prende forma nel gesto, nella condivisione di un’emozione a lungo trattenuta e persino repressa. Esaù cade al collo di Giacobbe, che deve restare ammutolito, incredulo: d’improvviso il pianto si impossessa di entrambi e, nella sua spontaneità liberatoria, abbatte le barriere, elimina la distanza e consente l’abbraccio e l’incontro. Nessun chiarimento verbale, nessuna inutile spiegazione: soltanto l’emozione liberata, soltanto il gesto condiviso.

Terzo ed ultimo atto: la ripresa. La bibbia è allergica al romanticismo stucchevole che abitualmente permea di sé l’atteggiamento «religioso» dei benpensanti. Alla fine del nostro brano che dà corpo alla riconciliazione anziché parlarne, Giacobbe ed Esaù si separano: sanno entrambi che, per preservare il loro rapporto conflittuale e fragile, devono mantenere una distanza. Nessun dramma, nessuna ipocrisia: ognuno per la propria strada, senza rancore, senza inutili forzature.

Un conflitto e la sua composizione possono anche concludersi così, senza il lieto fine da soap opera: ciò vale anche per i nostri rapporti, che non di rado condanniamo a convivenze forzate.

A volte ciò di cui una relazione ha bisogno per non logorarsi o franare è il rispetto di una distanza salutare. Dovremmo imparare a viverlo senza drammi, a capire che il riavvicinamento può essere temporaneo e preludere ad un nuovo distanziamento che preserva la relazione assai più di quanto non la pregiudichi: a volte, infatti, il danno risiede in una convivenza insostenibile. Allora, meglio lontani, se in realtà questo significa rimanere più vicini. Esaù e Giacobbe non mentono l’uno all’altro, non mettono in scena il patetico teatrino di un rapporto attento soltanto alle apparenze: ristabilita la relazione, ristabiliscono anche una distanza. Questa rappresenta per entrambi la salvezza del rapporto.

Nelle vite di tutti noi vi sono relazioni, anche significative, che fioriscono nel rispetto di una sana distanza e avvizziscono nella vicinanza forzata: se impariamo a fare i conti con le ambivalenze del nostro sentire, anziché seguitare nel proporre, come spesso si fa, la favola infantile e illusoria dei buoni sentimenti, allora potremo finalmente vivere ed educare l’onestà nelle relazioni, disertando quell’ipocrisia tanto diffusa e praticata che genera soltanto inadeguatezza e frustrazione.

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