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Il passo di Francesco e quello (lento) dei vescovi

Alberto Melloni
Corriere della Sera, 14 novembre 2013

Francesco va al Quirinale, un Palazzo perduto dal Papa nel 1870 e non meno importante di quello
Apostolico che Bergoglio ha trasformato in uffici. Nel Quirinale repubblicano, a cinquant’anni dalla
visita di papa Giovanni di mezzo secolo fa, Francesco entra con tutti i suoi titoli. Vescovo di Roma
e «parochus universalis» che nutre la chiesa annunciando che il Vangelo basta. Patriarca
d’Occidente (un titolo accantonato pochi anni fa per debolezza verso gli ultrapapisti) e interprete
d’un cristianesimo che non è un cimelio per conservatori, ma una grande forza spirituale capace di
fermare la guerra in Siria. Capo di uno Stato che non ha questioni aperte con la Repubblica.
Ma Francesco sale al Quirinale anche come primate d’Italia, figura che guida un episcopato che
proprio al Presidente della Repubblica deve moltissimo. L’indulgenza d’età minima verso il
berlusconismo per alcuni era un male minore, per altri un inquinamento destinato a durare e da
sopportare in silenzio. Cronologia alla mano quella politica è stata l’anticamera di quella guerra di e
contro la Segreteria di Stato che ha dilaniato il fine regno di Benedetto XVI e la reputazione dei
cardinali italiani. Chiusa quella stagione senza ripudiarla e senza ripensarla l’episcopato s’è dato
come faro politico il capo dello Stato: ne ha assunto la fedeltà alla Costituzione (la fedeltà
lungimirante di Dossetti, non quella feticista di moda) e ha dato ai governi Monti e Letta un
appoggio mai insincero.

Ma al di là del terreno istituzionale presidiato da Napolitano, i vescovi italiani — pur essendo
l’unico pezzo della classe dirigente che incontra quotidianamente persone comuni — sembrano in
affanno proprio davanti ad un Paese che il Papa venuto dalla fine del mondo, invece, riesce ad
incantare. Nello squagliarsi dei partiti e della società, nell’emergere della violenza e della
indifferenza — davanti a quelli che a loro modo sono «i» temi di Napolitano e di Bergoglio, i
vescovi appaiono spaesati e si celano pudicamente dietro la ripetizione di formule generiche. La
chiesa che aveva dato al Paese economisti, europeisti e statisti sembra aver perso i loro telefoni e
non li cerca. Le chiese che facevano cose «francescane» da decenni (a Lampedusa, a Scampia, nelle
carceri, coi disabili) non sono riuscite a valorizzare ciò che di buono avevano. E il Paese ne soffre.
Napolitano sa che adesso i vescovi devono seguire Francesco, il Papa che predica e non governa.
Non si può dire che non ci provino. Alcuni intimoriti dalla durezza con cui Bergoglio li vuole
estranei alle beghe politiche. Altri fermi nel rivendicare i propri meriti in conclave. Alcuni che
sognavano porpore e carriere attenti a capire ciò che il papa sa di loro. Eppure la esemplarità di
Francesco non suscita nel corpo episcopale l’emulazione sintonica che ci si sarebbe potuti attendere.
Mentre i parroci hanno trovato slancio nell’esempio del Papa e i furbastri si bergoglizzano con
imbarazzante rapidità, i vescovi non sembrano fare né l’una cosa né l’altra. Potrebbero trasformare i
palazzi episcopali in una Santa Marta per sé e i loro seminaristi, predicare coram populo tutti i
giorni e chiedersi, mentre il Papa smacchia lo Ior, se le finanze diocesane non hanno bisogno di
essere candeggiate; potrebbero ripartire dalla formazione delle coscienze. Ma esitano. Percepiscono
di essere scavalcati nella consolazione dai fedeli e dagli infedeli: che vedono i vescovi spettatori di
una primavera di cui essi (ancora) non fioriscono e si chiedono il perché.

La ragione non è sociologica o comunicativa. Successori degli apostoli e angeli delle loro chiese, i
vescovi esprimono qualcosa che manca all’intera chiesa italiana cioè un tempo penitenziale, duro e
fecondo come quello imposto al papato dalla rinunzia di Ratzinger. Manca nella chiesa italiana il
pentimento per essere stata — lei che avrebbe dovuto fabbricare coscienze limpide — partecipe
della distruzione di un immenso capitale sociale e spirituale. Non basta per uscirne un convegno
dove coniare formule sociologiche, l’enunciazione di progetti e giornate che ostentano la potenza di
chi le disegna. Serve un cammino penitenziale, preparato e pregato. Forse un vero sinodo nazionale,
il primo sinodo italiano, che riattivi la comunione, aumenti la fede dei vescovi, impegni i credenti a
testimoniare l’impegno a rianimare una speranza insieme spirituale e civile.

Francesco primate d’Italia non ha dossier caldi da discutere col Presidente: i grandi incendi come
fidi o il San Raffaele sono circoscritti. Ma solo lui può garantire che una chiesa oggi lenta potrà
iniziare un cammino sul suo esempio, senza sotterfugi, senza pigrizie, senza calcoli. La repubblica
ne avrebbe sollievo, chiesa pure.

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