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Un nuovo modello di autorità di D.Andreatta

Diego Andreatta
www.vinonuovo.it| 13 novembre 2013

Dall’incredibile vicenda dei camilliani al rinnovamento della vita religiosa nel post Concilio. Ma lo stile di «colui che serve» vale anche per i leader laici

Il caso del superiore generale dei camilliani che avrebbe “sequestrato” due confratelli per favorire la propria elezione provoca più amarezza che scandalo. Chi conosce i figli di San Camillo e la loro dedizione al capezzale della nostra società non trae giudizi affrettati. Ma la vicenda – così come altre sui responsabili amministrativi di istituti religiosi – s’innesta paradossalmente sulla profonda riflessione autocritica che arrovella negli anni del post-Concilio (tanto più dopo i gesti di Papa Francesco) i conventi ma anche le congregazioni «in cerca di una nuova figura di autorità nella Chiesa e nella vita religiosa» come dice il sottotitolo di un fresco saggio di padre Rino Cozza pubblicato da EDB col titolo Tra voi non sia così.

Il giuseppino del Murialdo, teologo pastorale e per anni vicario episcopale per la vita consacrata, parte dalla constatazione che ci troviamo di fronte alla crisi di una precisa forma storica di autorità, quella gerarchizzata derivante dal diritto romano che sottolinea la dipendenza tra inferiore e superiore. Più una potestas di carattere giuridico, bastante a se stessa, che un’auctoritas nel senso letterale: il superiore, «servo della crescita» è «colui che fa nascere, che dà inizio e porta a maturità».

Andando a ritroso nella storia, passando oltre i modelli medioevali e costantiniani, si vorrebbe/dovrebbe tornare alle origini della Chiesa dove «il primo era l’ultimo, il servo di tutti (Mc9,35)». Secondo padre Cozza i nuovi modelli di vita religiosa, prefigurati ma non del tutto attuati dopo il Concilio, devono attingere essenzialmente alle categorie evangeliche («Io sto in mezzo a voi come colui che serve», dice Gesù) che comportano rapporti di fraternità tra persone interiormente libere e responsabili delle proprie scelte. E le conseguenze non sono da poco: «reciprocità, mutualità, corresponsabilità, interdipendenza» che sono l’esatto contrario della delega, dell’autosufficienza o perfino del mormorìo verso il capo o la superiora.

Allora anche l’obbedienza non è più una virtù, o meglio lo è se intesa come testimonianza del primato di Dio, come «uno spazio di libertà, non quella di coloro che impongono la propria ma la libertà di arrendersi alla costante novità di Dio». Diventa quindi un’obbedienza vicendevole e comunitaria,dove anche il «servo della crescita» è «il primo a dover obbedire a Dio e alla fraternità cercando il bene e la felicità di ciascuno e nell’insieme».

Non è facile questa revisione evangelica della vita comunitaria, implica schiettezza nelle relazioni e correzione fraterna, mentre in ogni ambiente religioso può infiltrarsi il tarlo della maldicenza o della superiorità. Eppure è già ben incarnata in tante realtà italiane o missionarie, anche in piccole comunità in cui ci capita talvolta di vedere – esemplarmente – il superiore fare il portinaio o provvedere alla corvee in cucina.

E noi laici? Non è che questa “rivoluzione” nel modo d’intendere l’autorità debba essere applicata anche alle nostre relazioni di gruppo.

Vale all’interno delle parrocchie dove troppo facilmente s’impone «un uomo solo al comando» (o donna, meno facilmente), un laico di fiducia del parroco, novello cappellano, che in virtù dei gradi conquistati sul campo del servizio dimentica presto la «comune dignità dei figli di Dio» e finisce per spegnere la creatività degli altri o bruciare nuove disponibilità. Ma vale anche all’interno di movimenti e associazioni dove talvolta il carisma del leader (a cascata gerarchica dal fondatore) finisce «per sommergere e annacquare l’originalità di ogni persona, il suo desiderio di soggettività, realizzazione, fedeltà a se stessi».

Collegialità e sinodalità, princìpi rafforzati dal Vaticano II, nonostante le pressioni alla verticalizzazione,devono essere vissuti maggiormente negli istituti religiosi ma anche negli organismi laicali. Altrimenti, dalla crisi di un’idea di autorità deriva davvero anche una crisi di credibilità agli occhi dei lontani: sembriamo loro più «custodi di un sistema organizzativo-ideologico di un tempo che fu» invece che «interpreti della fantasia di Dio,veglianti in libertà sulle strade attraverso cui il futuro si introduce nella storia».

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