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La Crociata del papa per cambiare la Cei e la chiesa italiana

Guido Moltedo
“Europa” 20 novembre 2013

Con un’altra delle sue “mosse del cavallo”, il papa che predica la semplicità ma che sa muoversi
con impressionante tempistica strategica, e giocando d’anticipo, questa volta ha spiazzato i vertici
della chiesa italiana, rimuovendo dal suo incarico il segretario generale della Conferenza
episcopale, Mariano Crociata. Era in scadenza, il numero due dell’assemblea dei vescovi italiani,
ma era stato prorogato dal papa il 3 ottobre scorso. E non “confermato”, come aveva scritto
l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, beccandosi la reprimenda del pontefice stesso, per
l’imprecisione non proprio di poco conto diffusa dal giornale.

Il vescovo Crociata andrà a guidare la diocesi di Latina, Sezze, Priverno e Terracina. Il papa gli
aveva proposto la carica di ordinario militare, ma Crociata non aveva accettato. Ed ecco la sua
rimozione senza promozione, come era invece avvenuto con i suoi predecessori segretari. Nel
frattempo, lunedì ha assunto le sue funzioni il nuovo segretario di stato Pietro Parolin, che
sostituisce Tarcisio Bertone.

La decisione di papa Francesco ha un valore che va oltre Crociata. Riguarda l’organizzazione stessa
e il futuro stesso della Cei, l’unica conferenza episcopale che non elegge il suo presidente e i suoi
vertici – di nomina papale – e che ha come segretario generale di regola un vescovo. Il papa intende
uniformare la Cei alle altre conferenze, e vuole farlo in fretta. Intanto, via Crociata che sarà
sostutuito con un sacerdote. Ed è certo che quando cambierà lo statuto, sarà opportuno che anche il
presidente Angelo Bagnasco, confermato per altri cinque anni, lasci gli uffici di via Aurelia.
Massimo Franco aveva anticipato già lo scorso fine settembre, sul Corriere, il terremoto in arrivo
nella Cei, collegandolo con le altre criticità italiane e curiali su cui intendeva intervenire con
fermezza il papa. Si apriva «la “fase due” della rivoluzione di Francesco, che finora si è concentrata
sulla chiesa». L’editorialista aveva scritto che «il vertice della Cei avrebbe rimesso il proprio
mandato nelle mani di papa Francesco», parole che avevano fatto infuriare il presidente della Cei,
che non aveva e non ha intenzione alcuna di andarsene.

Questa “fase due” riguarda anche, più in generale, l’atteggiamento che i vescovi e la chiesa italiana
devono tenere nei confronti della politica e dei poteri nel nostro paese. Nella visione “francescana”
non ci può essere più posto per manovre come quelle orchestrate nei giorni scorsi da monsignor
Rino Fisichella, in combutta con i vescovi di riferimento di Comunione e liberazione (ma non con il
cardinale Camillo Ruini, come è stato erroneamente riferito), per favorire il distacco degli alfaniani
da Berlusconi e l’ennesimo tentativo di costruzione di un nuovo centro.

Peraltro non si capisce quale possa essere il potere attuale di Rino Fisichella, diventato quasi
l’emblema di quella stagione di commistione tra potere religioso e politica, da archiviare, dopo la
scena, lo scorso giugno, della sedia lasciata vuota nel concerto nell’aula Paolo VI, organizzato dal
Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, guidato appunto da Fisichella. Era il primo
evento di una certa solennità e sfarzo (tra le manifestazioni per l’Anno della fede) al quale il papa
avrebbe dovuto partecipare, presenti i papaveri della politica italiana. A conferma che quello non fu
un gesto né impulsivo né casuale, le autorità vaticane hanno annullato il grande concerto per la
conclusione dell’Anno della Fede, che era in programma sabato scorso.

Ma chi sono oggi le figure italiane in ascesa nella nuova era francescana? Bruno Forte, teologo,
vescovo di Chieti, al quale il papa ha dato l’incarico di relatore nel sinodo sulla famiglia del 2014,
di fondamentale importanza nella costruzione nel nuovo percorso. L’arcivescovo di Agrigento,
Francesco Montenegro, al fianco di Francesco a Lampedusa, il cardinale Giuseppe Bertello,
governatore vaticano e unico curiale tra gli otto consiglieri del papa, il cosiddetto G8. Ma sarà
Parolin a condurlo nella “scoperta” della chiesa italiana e delle figure che dovranno guidarne la
ripresa.

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