Home Chiese e Religioni L'”effetto Bergoglio” sui vescovi di Italia e Spagna

L'”effetto Bergoglio” sui vescovi di Italia e Spagna

Sandro Magister
http://chiesa.espresso.repubblica.it/

Come è già avvenuto negli Stati Uniti, anche gli episcopati di Italia e Spagna hanno in corso mutamenti significativi ai loro vertici. E gli osservatori di questioni ecclesiastiche, ma non solo essi, si sono industriati per interpretare questi cambiamenti nel contesto del nuovo pontificato. Per capire, cioè, la portata dell’”effetto Bergoglio” sul corpo di gerarchie cattoliche plasmate in profondità dai predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

IN SPAGNA

A Madrid, dopo due mandati quinquennali e con l’impossibilità statutaria di essere rieletto, era in scadenza come segretario e portavoce della conferenza episcopale il vescovo Antonio Martínez Camino.

Gesuita anomalo – dallo stile poco bergogliano – e conservatore di ferro, Martinez era un fedelissimo del cardinale di Madrid Antonio María Rouco Varela, nemmeno lui bergogliano, “dominus” dell’episcopato iberico nell’ultimo ventennio, con polso d’acciaio nel contrastare sia il dissenso ecclesiale interno, sia le spinte politiche separatiste presenti anche in settori della Chiesa, sia la deriva secolarista impersonata dal leader socialista José Luís Rodríguez Zapatero.

Al posto di Martínez Camino i vescovi spagnoli hanno eletto il sacerdote-giornalista José María Gil Tamayo, molto noto ai media di tutto il mondo per aver fatto da spalla ispanofona al “portavoce” vaticano padre Federico Lombardi prima e durante l’ultimo conclave.

Gil Tamayo è stato eletto alla prima votazione con 48 voti su 79. Mentre le due elezioni di Martínez Camino furono più faticose. Secondo indiscrezioni giornalistiche, infatti, venne eletto entrambe le volte alla seconda votazione, con 40 voti su 77 nel giugno del 2003 e con 39 voti u 77 nel novembre del 2008.

Il cambio della guardia è stato salutato con giubilo dagli ambienti progressisti iberici, che già pregustano l’uscita di scena del cardinale Rouco Varela. Il porporato infatti ha già compiuto 77 anni e a marzo scadrà come presidente della conferenza episcopale.

D’altra parte però Gil Tamayo, al netto di un carattere più affabile e dialogante, non sembra avere affatto quel piglio rivoluzionario che è stato attribuito alla sua elezione, letta come il frutto della nuova aria, anch’essa presuntivamente rivoluzionaria, arrivata dalla Roma di papa Jorge Mario Bergoglio.

Sacerdote diocesano, Gil Tamayo è intriso della spiritualità dell’Opus Dei, avendo studiato scienza della comunicazione nelle università dell’Obra: quella di Navarra dove ha ottenuto la licenza e quella romana della Santa Croce dove sta conseguendo il dottorato.

Nelle prime ore del suo mandato ha subito avuto modo di polemizzare con un leader socialista – che lo aveva accusato di ingerenza in questioni politiche – ricordandogli che i vescovi “hanno la missione di illuminare le situazioni della cittadinanza” e che i cattolici “hanno il diritto di ricevere una parola dai loro pastori”.

Per verificare un eventuale cambio di linea nell’episcopato spagnolo si dovrà quindi prima conoscere il nome del nuovo arcivescovo di Madrid – dove il pronosticato arrivo del cardinale Antonio Cañizares Llovera significherebbe un approccio più dialogante in campo politico ma non meno fermo in quello dottrinale – e soprattutto vedere chi sarà eletto nuovo presidente della conferenza episcopale.

IN ITALIA

Se l’”effetto Bergoglio” in Spagna è ancora da verificare in tutta la sua portata, in Italia invece si è già dispiegato con effetti eclatanti. Anche perché il papa è primate d’Italia e ha attualmente il potere di nominare direttamente non solo il presidente dell’episcopato ma anche, dopo una consultazione non vincolante dei trenta vescovi del consiglio permanente, il segretario generale.

Papa Bergoglio ha fin qui agito su due piani. Ha dato mandato di studiare una riduzione del numero delle diocesi – che attualmente sono più di 200 – e una riforma dello statuto che assegni più potere alle conferenze episcopali regionali rispetto a quella nazionale e sottragga alla presidenza il potere di nomina e di controllo diretto sugli uffici centrali, per girarlo ai corrispettivi consigli episcopali, che sono elettivi.

Non solo. Francesco ha anche chiesto di verificare se i vescovi italiani vogliono che continui ad essere il papa a scegliere il loro presidente e il loro segretario generale.

Non è chiaro quanto tempo ci vorrà per attuare questa riforma statutaria. Ma nel caso in cui i vescovi decidano e il papa approvi che vengano cambiate le norme di scelta del presidente, è chiaro che l’attuale leader, il cardinale di Genova Angelo Bagnasco, nominato nel 2007 e confermato nel 2012 da Benedetto XVI, sarà costretto a rimettere il suo mandato, che secondo le norme attuali scadrebbe nel 2017.

Nel frattempo, però, lo scorso ottobre è scaduto il mandato quinquennale del segretario generale, il vescovo Mariano Crociata, che era stato nominato da Benedetto XVI nel 2008. E in questo caso il polso fermo di papa Bergoglio si è fatto prontamente sentire. Il pontefice infatti in un primo tempo non lo ha “confermato” ma solo “prorogato”. E dopo un mese lo ha spedito come vescovo a Latina, diocesi di scarsa rilevanza non distante da Roma.

Con questa mossa papa Francesco ha di fatto riportato indietro il calendario della CEI al 1986, quando Giovanni Paolo II relegò a Mantova il segretario generale uscente Egidio Caporello e nominò come successore l’allora ausiliare di Reggio Emilia Camillo Ruini. Da quel momento in poi, tutti i segretari generali della CEI – che a norma dello statuto attuale devono essere vescovi – furono sempre “confermati” e/o successivamente promossi a guidare una diocesi di tradizione cardinalizia.

Nel 1991 Ruini divenne cardinale vicario di Roma. Il suo successore Dionigi Tettamanzi divenne nel 1995 arcivescovo di Genova. Ennio Antonelli, nominato nel 1995 e confermato nel 2000, l’anno dopo venne promosso arcivescovo di Firenze. Giuseppe Betori, nominato nel 2001, è stato confermato nel 2006 e promosso anche lui a Firenze due anni dopo. Tutti rivestono oggi la porpora. Papa Bergoglio ha spezzato questo automatismo.

Ora bisognerà vedere quando e come sarà scelto il nuovo segretario generale. E soprattutto quando e come verrà alla luce il nuovo statuto della CEI, che potrebbe assegnare un ruolo più diretto ai vescovi italiani nella scelta del loro presidente. Ruolo diretto che essi ora esercitano solo nella scelta dei tre vice-presidenti, che per prassi sono eletti in rappresentanza del Nord, del Centro e del Sud del paese. A volte con risultati sorprendenti e con votazioni combattute fino all’ultimo voto.

Ad esempio, l’attuale vicepresidente per il Centro, l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, venne scelto nel 2009 alla seconda votazione con 102 voti su 194, distanziando di molto due ecclesiastici di grande spicco sulla scena mediatica, e cioè l’allora vescovo di Terni Vincenzo Paglia, che ne prese 46, e l’arcivescovo di Chieti Bruno Forte, che ne racimolò 35.

E mentre l’attuale vicepresidente per il Nord, l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, venne eletto nel 2010 superando agevolmente al ballottaggio il vescovo di Como Diego Coletti con 137 voti su 219, più combattuta è stata la scelta del vicepresidente del Sud, eletto nel 2012. In quell’occasione il vescovo di Aversa Angelo Spinillo al ballottaggio prevalse di un soffio sull’arcivescovo di Bari Francesco Cacucci, con 100 voti contro 91.

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