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Lo stile di papa Francesco

Carlo Molari
Rocca n. 22, 15 novembre 2013

In questi ultimi mesi si è accentuata nella chiesa la discussione sullo stile di Papa Francesco. Credo
sia necessario riflettere sulle scelte che egli sta compiendo perché esse tracciano un cammino che
coinvolge la comunità ecclesiale e richiedono da tutti i credenti risposte adeguate.

Mi sembra che la caratteristica fondamentale del suo stile sia l’atteggiamento dialogante. Egli segue
con rigore le regole di un dialogo autentico. La convinzione di fondo che ispira le sue scelte Papa
Francesco l’ha espressa con chiarezza ricevendo i redattori di Civiltà cattolica il 14 giugno scorso:
«il compito principale [della Chiesa] non è di costruire muri, ma ponti, è quello di stabilire un
dialogo con tutti gli uomini, anche con coloro che non condividono la fede cristiana, ma hanno il
culto di alti valori umani, e perfino «con coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in
varie maniere» (GSp 92)…

Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da
dire, fare spazio al suo punto di vista, alla sua opinione, alle sue proposte, senza cadere,
ovviamente, nel relativismo. E per dialogare bisogna abbassare le difese e aprire le porte… Sono
tante le questioni umane da discutere e condividere e nel dialogo è sempre possibile avvicinarsi alla
verità, che è dono di Dio e arricchisce vicendevolmente». Anche nella risposta ad Eugenio Scalfari
Papa Francesco ha ripreso il tema: «è venuto ormai il tempo… di un dialogo aperto e senza
preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro… Questo dialogo non è un accessorio
secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile» (Papa
Francesco-E. Scalfari, Dialogo tra credenti e non credenti Einaudi 2013 p. 36).

Il sociologo Zygmunt Bauman (19/10/2013) ha evidenziato con puntualità questo dato: «Mi ha
anche colpito l’enfasi che Bergoglio pone sulla pratica del dialogo: un dialogo effettivo, che non va
condotto scegliendo come interlocutori coloro che, più o meno, la pensano come te, ma diviene
interessante quando ti confronti con punti di vista davvero diversi dal tuo; in questo caso, può
davvero succedere che i dialoganti siano indotti a modificare le proprie idee, rispetto alle posizioni
iniziali».

Particolare rilievo ha l’osservazione conclusiva del sociologo e filosofo polacco: «Di
questo tipo di confronto noi abbiamo oggi un urgente bisogno, perché siamo chiamati a gestire
problemi di immensa portata, per cui non disponiamo di soluzioni già pronte: pensiamo alle
questioni relative al divario tra i ricchi e una parte cospicua della popolazione mondiale, che ancora
vive in miseria; o alla necessità di arrestare lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta,
di trovare un’alternativa a un modello di sviluppo che risulta chiaramente insostenibile».
Credo che sia proprio l’urgenza e l’attualità di questo stile dialogante a spiegare il fascino e
l’entusiasmo che il Papa suscita anche nel mondo ‘laico’ oltreché nella chiesa.

La conferma di questo nesso viene anche dalla reazione negativa al nuovo stile papale da parte della
corrente tradizionalista della Chiesa. Essa ha criticato ripetutamente due punti nelle affermazioni del
Papa: la verità come processo o relazione e la forza vincolante della coscienza soggettiva. Sono
appunto questi due presupposti fondamentali di ogni dialogo autentico.

La seconda domanda rivolta da Scalfari al Papa era così formulata: «il credente crede nella verità
rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma
una serie di verità relative e soggettive» (Dialogo o. c., p. 31). La risposta del Papa è articolata: «Io
non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’, nel senso che assoluto è ciò che è slegato,
cioè che è privo di ogni relazione. Ora la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi
in Gesù Cristo. Dunque la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la
verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive ecc.». La
verità «si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita» (p. 42).

In realtà, infatti, anche la verità rivelata sia come Scrittura che come tradizione interpretativa
contiene sempre elementi culturali provvisori, imperfetti e limitati, che solo lungo i secoli vengono
scoperti e depurati. Per il credente solo Dio è assoluto mentre la nostra conoscenza di Lui, di noi
stessi e del creato è relativa. La rivelazione, infatti, non è costituita da idee divine comunicate ai
mortali bensì da «eventi accompagnati da parole» (Vaticano II, Dei Verbum 2), cioè da esperienze
storiche, vissute e interpretate da uomini. Ora gli eventi possono essere compresi nel loro significato
in modo pieno solo dopo i loro sviluppi nel tempo. La loro verità salvifica resta aperta e in processo.

Secondo il Papa anche per chi non ha fede «la questione… sta nell’obbedire alla propria coscienza.
Ascoltare e obbedire a essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene
o come male» (p. 42). «Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il
Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo» (ib
pp. 55 s.). Il compito di ogni cristiano perciò è di sollecitare gli altri a seguire la propria coscienza
«Noi dobbiamo incitarli a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene» (p. 55).
Scalfari è sorpreso da questa affermazione del Papa, al punto da scrivere: «Penso che sia quello uno
dei passaggi più coraggiosi detti da un Papa» (ib).

In realtà questa è una dottrina continuamente ripetuta nella tradizione cristiana dai primi scritti
neotestamentari fino ad oggi e difesa da tutti i grandi teologi. Paolo chiedeva di evitare il male «non
solo per timore del castigo ma anche per ragioni di coscienza» (Rom. 13, 5) e indicava nel giudizio
di coscienza l’unico criterio: «tutto ciò infatti che non viene dalla coscienza è peccato» (Rom. 14,
23). «Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le opinioni… Chi sei tu che giudichi un
servo che non è tuo?» (Rom 14, 4) «Ma tu perché giudichi tuo fratello e tu perché condanni tuo
fratello?» (Rom 14, 10).

Il Vaticano II scrive: «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma
alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a
fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi
quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore obbedire alla quale è la
dignità stessa dell’uomo e secondo la quale egli sarà giudicato». (Cost. past. Gaudium et spes, 16).
Anche secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, che cita questo testo (n. 1776) la coscienza
«attesta l’autorità della verità in riferimento al Bene supremo, di cui la persona umana avverte
l’attrattiva ed accoglie i comandi» (n. 1777).

Per chi crede in Dio, infatti, il giudizio di coscienza deriva dal fascino che Dio esercita come Bene
supremo anche in coloro che non credono in Lui. La sua forza creatrice infatti alimenta
costantemente il cammino delle creature. Dio non infonde idee e giudizi, ma suscita tensione
interiore verso il bene, la verità, la giustizia, il bello. I giudizi che ne conseguono perciò sono
sempre imperfetti e limitati. Il processo di crescita personale avviene perciò attraverso giudizi
provvisori e approssimativi, verifiche e confronti che costituiscono il cammino della formazione o
educazione della coscienza. Il dialogo quindi diventa l’ambito necessario per una verifica, un
confronto e un approfondimento dei propri giudizi di coscienza.

Due principi quindi guidano le riflessioni del Papa: la verità suppone un cammino perché è un
traguardo da raggiungere; occorre però evitare il relativismo perché le affermazioni umane in
rapporto alla verità non sono tutte equivalenti. Per i cristiani esiste una Verità salvifica (Vangelo di
Cristo) che è criterio di giudizio. Siccome però anch’essi sono in cammino, il criterio può essere
conosciuto ed applicato in modo provvisorio, relativo e contestuale. Solo la verifica dei frutti di vita
conferma la validità delle scelte storiche e la loro testimonianza diventa contagiosa. Il dialogo è in
conclusione il mezzo concreto per camminare insieme verso la Verità. Più il dialogo è ampio e
aperto più i criteri di azione sono condivisibili e i risultati universali

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