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Nasce l’Alleanza dei cattolici contro la povertà

Luca Kocci
Adista n. 41, 23 novembre 2013

L’obiettivo è tanto ambizioso quanto ineludibile: realizzare un Piano nazionale contro la povertà, che possa far uscire dalla loro condizione i «poveri assoluti». Un numero – quello dei «poveri assoluti» – che nel nostro Paese cresce a ritmi molto veloci: erano il 4,1% nel 2005, sono l’8% oggi, il doppio in appena sette anni, ovvero quasi 5 milioni di persone. Non si tratta di mero impoverimento, che tocca una parte ben più ampia della popolazione – che deve rinunciare ad alcuni consumi fruendo però dei beni e dei servizi essenziali –, ma di coloro che non raggiungono uno standard di vita accettabile, calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a una situazione abitativa decente e ad altre spese indispensabili (salute, vestiti, trasporti, ecc.).

Per questa ragione, e partendo anche dalla constatazione che l’Italia è l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, a non di disporre di una misura strutturale di contrasto alla povertà, una serie di associazioni – capofila le Acli, vi partecipano fra le altre Azione cattolica italiana, Caritas italiana, Comunità di sant’ Egidio, Federazione nazionale Società di san Vincenzo De Paoli Consiglio, Movimento dei Focolari e Jesuit social network – ha stretto una “Alleanza contro la povertà in Italia”.

L’Alleanza, spiegano i promotori che hanno presentato la proposta a Roma lo scorso 11 novembre, «svolgerà un lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica; promuoverà un dibattito basato sull’evidenza empirica concernente gli interventi esistenti e quelli proposti; si confronterà con le forze politiche e farà pressione su di esse affinché compiano scelte favorevoli alla lotta contro la povertà; elaborerà una propria dettagliata proposta di riforma».

Proposta che sarà pronta fra tre mesi – e che si vorrebbe che il governo avviasse già dal 2014 – ma che è già abbozzata. Il Piano conterrà tutte «le indicazioni concrete affinché venga gradualmente introdotta una misura nazionale, rivolta a tutte le persone in povertà assoluta nel nostro Paese, che si basi su una logica non meramente assistenziale, ma che sostenga un atteggiamento attivo dei soggetti beneficiari dell’intervento», sottolineano i promotori; i quali chiedono al governo di «impegnare già da subito risorse adeguate a far partire il Piano il prossimo anno e a non limitarsi al modesto finanziamento attualmente previsto nel disegno di legge di stabilità».

Il Piano che le associazioni presenteranno avrà una progressione graduale. «Nel primo anno riceverà la misura un numero significativo di persone e ogni annualità successiva vedrà il numero aumentare» fino a quando non andrà a regime, spiegano i promotori (ma non è precisato il numero dei beneficiari). I primi ad usufruirne saranno gli ultimi: «Si comincia da coloro che versano in condizioni economiche più critiche e progressivamente si copre anche chi sta “un po’ meno peggio” sino a rivolgersi a tutti i nuclei in povertà assoluta». E, aggiungono, «sin dall’inizio la misura dovrebbe assumere alcuni tratti fondamentali», ovvero «il diritto ad una prestazione monetaria accompagnato dall’erogazione dei servizi necessari ad acquisire nuove competenze e ad organizzare diversamente la propria vita», dai servizi per l’impiego e quelli contro il disagio psicologico e sociale. Due, infine, le caratteristiche del Piano: non una tantum o a macchia di leopardo (come ad esempio la Social card, adottata in 12 grandi Comuni, o la Carta per l’inclusione sociale, presente nelle regioni del meridione), ma diffuso sull’interno territorio nazionale e continuo nel tempo; e poi con il «pieno coinvolgimento delle organizzazioni sociali e del Terzo settore, sia nella programmazione che nella progettazione e gestione degli interventi».

A gennaio arriverà la proposta dettagliata. E poi si tratterà di vedere se il governo delle larghe intese avrà la volontà di attuarlo.

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