Home Chiese e Religioni La riforma vaticana stenta a decollare

La riforma vaticana stenta a decollare

Luca Kocci
il manifesto, 7 dicembre 2013

L’ultimo in ordine di tempo a chiedere a Bergoglio una riforma radicale e urgente della curia romana e della Chiesa cattolica è stato il teologo Mattehew Fox in otto lettere – appena pubblicate da Fazi, Lettere a papa Francesco – che affrontano una serie di temi sensibili e scottanti, dalla «pulizia della Curia», agli affari finanziari, fino agli scandali sessuali. E di riforme si è parlato in questi giorni in Vaticano, con la seconda riunione degli otto cardinali scelti da Bergoglio per aiutarlo nel governo della Chiesa. Al termine della tre giorni – conclusa la sera del 5 dicembre – però l’unica certezza è che ci vorrà ancora molto tempo prima di vedere qualche risultato.

Ad ottobre, durante la prima riunione, si è parlato soprattutto del Sinodo dei vescovi sulla famiglia in programma nell’ottobre 2014. Qualche settimana dopo è stato lanciato un questionario con 38 domande sui divorziati, le coppie conviventi, gli omosessuali a cui dovrebbero rispondere tutti i cattolici del mondo, a tempo di record (entro il 31 dicembre). Un’iniziativa che però sta subendo forti rallentamenti, se non un vero e proprio boicottaggio, in molte diocesi. Anche in Italia dove – come denuncia Noi Siamo Chiesa e documenta un’inchiesta dell’agenzia Adista – almeno la metà dei vescovi non sta promuovendo nessuna consultazione nelle parrocchie.

In questi giorni invece gli otto cardinali hanno preso in esame i diversi dicasteri della Curia romana (i “ministeri” del governo della Chiesa universale) in vista di una riforma complessiva che, quando arriverà, sarà profonda. Perlomeno così prevede il direttore della Sala stampa vaticana, p. Lombardi: «L’orientamento non è di apportare semplici ritocchi o modifiche marginali, ma di scrivere una nuova Costituzione».

I tempi saranno lunghi: mesi, se non anni. La direzione, come emerge dalle scarne dichiarazioni e dalle indiscrezioni, è quella di una maggiore decentralizzazione, aumentando i poteri delle Conferenze episcopali locali, come scritto pochi giorni fa da Bergoglio nell’Esortazione Evangelii gaudium. E di una razionalizzazione delle strutture curiali, con la soppressione e l’accorpamento di alcune organismi: «Vorremmo dare vita ad una sorta di ministero delle finanze vaticane» – al posto dei numerosi enti che attualmente gestiscono i patrimoni della Santa sede –, spiega, a margine delle presentazione del libro intervista di Bergoglio al direttore di Civiltà cattolica p. Spadaro (La mia porta è sempre aperta, Rizzoli), il card. Maradiaga, coordinatore del Consiglio del cardinali. Ma di questioni economiche si parlerà nel prossimo incontro, a febbraio, quando anche le due commissioni che si stanno occupando di Ior e di finanze dovrebbero aver concluso i lavori. «Ci avevano detto a dicembre avrebbero finito, invece hanno bisogno di più tempo», spiega Maradiaga.

L’unica decisione scaturita dalla tre giorni di lavori è l’annuncio della costituzione di una commissione – i cui componenti, fra cui diversi laici, verranno comunicati nelle prossime settimane – sulla questione pedofilia, per «la protezione dei fanciulli» e «l’attenzione per le vittime degli abusi», spiega il card. O’Malley, di Boston. Uno strumento di contrasto alla pedofilia, che interverrà soprattutto sul piano pastorale, in un quadro giuridico che resta sostanzialmente immutato, come del resto conferma la nota che il Vaticano ha inviato all’Onu in vista della riunione di verifica della Convenzione sui diritti del fanciullo, il 16 gennaio a Ginevra: la Santa sede risponde solo di quello avviene all’interno delle mura vaticane, in tutti gli altri casi la responsabilità è dei vescovi locali e degli Stati coinvolti. Il Vaticano precisa anche che fornirà informazioni su eventuali procedimenti canonici nei confronti di preti pedofili solo all’interno di inchieste penali già avviate. Insomma l’obbligo di denuncia alle autorità civili non c’è e resta lasciato alla libertà dei vescovi. E in molti casi, per esempio nelle linee guida della Conferenza episcopale italiana, questo obbligo non è stato messo nero su bianco. Per cui, nonostante le intenzioni, i rischi di omertà e insabbiamento restano molto alti.

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