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L’anticapitalismo del papa

Claudio Sardo
www.unita.it

Il cambiamento di Papa Francesco non riguarda solo la vita della Chiesa e le forme della sua missione. È un nuovo sguardo sul mondo. Che vuole assumere il punto di vista dei più poveri, di chi è «scartato».

Perciò respinge il dominio assoluto della globalizzazione mercatista. Non parliamo di una nuova ideologia, e forse neppure una nuova dottrina sociale. Mai, però, un Papa aveva pronunciato parole così forti, così radicalmente critiche, nei confronti del liberismo e del capitalismo finanziario oggi egemoni. «Questa economia uccide – è scritto nell’Evangelii Gaudium. – Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare». Ai disoccupati e ai cassintegrati di Cagliari Francesco aveva detto: dobbiamo «lottare per il lavoro», dobbiamo rivendicare «un sistema giusto, non questo sistema economico globalizzato che ci fa tanto male».

Come quelle di Lampedusa sono grida che scaturiscono da un’esperienza, da una condizione umana inaccettabile, non da un’opzione politica precostituita. Tuttavia, la contestazione del Papa tocca il cuore del sistema, la giustificazione etica della ricchezza e delle disparità sociali, il ruolo della finanza e persino del denaro. Da Max Weber a Leone XIII, dai grandi leader europei del secondo dopoguerra ai teorici della Reaganomics, tutti hanno in qualche modo collocato le culture cristiane alle fondamenta dell’economia di mercato. L’etica cristiana come motore di libertà e, al tempo stesso, come fattore di moderazione, di solidarietà: da qui il capitalismo che produce welfare e che distribuisce opportunità. Ma ora il capitalismo si è trasformato, velocizzato, finanziarizzato. E il Papa venuto dalla fine del mondo ha pronunciato parole di rottura.

Naturalmente, si può minimizzare lo strappo: in fondo, «quante armate ha il Papa?». Qualcuno però ha capito che dal centro della cattolicità giunge ora una critica che può delegittimare i principi stessi su cui poggiano l’economia e gli ordinamenti occidentali. Hanno reagito anzitutto i conservatori americani: si è scomodato anche l’intellettuale teo-con più rappresentativo, l’economista e filosofo Michael Novak.

Per Novak non è accettabile l’Evangelii Gaudium quando afferma: «Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante». Nell’impianto teo-con, il capitalismo è invece un frutto storico della semina evangelica. E la relazione tra cristianesimo e Occidente non può che essere di reciproco sostegno e difesa. Emendare in senso sociale va bene. Ma guai a contrapporre etica cristiana e capitalismo.

Francesco è il primo Papa non occidentale. Punta il dito proprio contro l’uso ideologico del cristianesimo compiuto dai conservatori in questi anni, seguendo un modello uguale e contrario a quello di certe correnti della Teologia della liberazione. Il cambio di prospettiva di Francesco è una testimonianza della carità che contiene in sé critica e distacco dal potere costituito, compreso quello generato dal temporalismo della Chiesa. È la sua «teologia del popolo» che lo induce a denunciare: il denaro è diventato «un nuovo idolo» che nega «il primato dell’essere umano». E ancora: lo squilibrio delle ricchezze «procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune».

Ai cattolici conservatori e reazionari questo Papa non piace per svariati motivi: perché ha de-sacralizzato le funzioni della Curia e della gerarchia, perché denuncia i privilegi ecclesiastici non meno di quelli dei poteri politici ed economici, perché la sua pastorale del perdono sovrasta le rigidità della teologia morale. Ma viene da chiedersi se il pensiero della sinistra abbia cominciato a fare i conti con questo Papa. E se, per parte sua, il cattolicesimo democratico e sociale sia consapevole della rottura prodotta nella sua consolidata cultura. Papa Francesco non propone un progetto di società cristiana. Né tanto meno un partito cristiano. Appare persino lontano da quell’idea di mediazione, che ha ispirato il cattolicesimo politico del Novecento.

Forse Francesco è il primo Papa del dopo-Concilio. La sua separazione dalla politica non tollera però disimpegni. La politica resta «un’espressione della carità» e i cristiani devono occuparsene in quanto cittadini. In ogni caso, la Chiesa non può assumere il punto di vista del potere. Se la libertà religiosa è fondativa della libertà dell’uomo, la libertà della Chiesa va «usata» proprio nelle frontiere più difficili, dove la libertà dell’uomo è minacciata dalle povertà, dal dominio, dal conformismo, dal pensiero unico.

Quanti leader della sinistra hanno oggi come il Papa la forza di pronunciare parole radicali di critica al capitalismo? Quanti hanno il coraggio di dire che sta avanzando una forma nuova, forse più invasiva, di dominio sulla stessa democrazia? Le politiche, ovviamente, richiedono gradualità, riforme, realismo. Altrimenti rischiano di produrre tragiche illusioni. Ma nel nostro tempo il gradualismo sta diventando impotenza. Lo stesso individualismo sta drammaticamente diventando nichilismo. Non si può vivere, né crescere, senza la speranza di cambiare. Di ridare senso alla fratellanza e all’eguaglianza tra gli uomini.

Anche per lottare servono pensieri lunghi. Le fedi religiose possono aiutare le forze del cambiamento, e la stessa sinistra, quando nella solidarietà coltivano un pensiero critico. E quando costruiscono spazi di autonomia e di resistenza ai poteri forti.

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