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Le chiese e la «pace giusta»

Maurizio Girolami
www.riforma.it

Il Consiglio ecumenico e il papa lanciano un forte appello per la pace e contro la corsa al riarmo. Ma la risposta dei politici cristiani, nel nostro paese, è deludente, come mostra la vicenda degli F35

Impegnarsi per la «pace giusta … progetto di Dio per l’umanità e per tutta la creazione» significa perseguire il bene comune e cioè la giustizia e la pace per tutti. Così si apre la «Dichiarazione sulla strada della pace giusta» approvata dalla decima Assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) tenutasi a Busan, in Corea, poche settimane fa (30 ottobre – 8 novembre 2013).

Con lucida consapevolezza dei pericoli che l’umanità sta correndo – per le mutazioni climatiche prodotte da uno «sviluppo» economico che distrugge l’ambiente, per la crescita delle diseguaglianze nella distribuzione delle risorse e della ricchezza, per i conflitti e le guerre che ne derivano – il Consiglio ecumenico chiama i cristiani a collaborare con i movimenti della società civile, per la «giustizia economica», per «sfidare la povertà, la disuguaglianza e il degrado ambientale». «Per costruire la pace nel mercato» si propone un’economia di vita capace di promuovere «l’uso attento delle risorse, la produzione e il consumo sostenibili, la crescita redistributiva, i diritti dei lavoratori, le tasse eque, il commercio equo e solidale e il diritto universale all’acqua pulita, all’aria pulita e ad altri beni comuni».

Solo per questa strada, sarà possibile evitare ciò che per la prima volta nella storia è possibile (la distruzione totale del pianeta), e instaurare la «pace giusta», consapevole e rispettosa dei doni di Dio all’umanità. Il documento esorta le chiese a dire forte e chiaro alle classi al potere (con evangelica «parresìa») che debbono cambiare strada poiché altrimenti è a rischio il futuro prossimo del pianeta e delle giovani generazioni. Si tratta dunque di un appello profetico all’impegno per la pace che da Busan viene rivolto a tutta l’umanità, cristiana e non, strettamente connesso con la Buona Notizia della riconciliazione e della pace annunciate dalla venuta di Cristo sulla terra.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il messaggio di papa Francesco per il 1° Gennaio (XLVII Giornata della pace – festa cattolica) incentrato su tre concetti: 1) le guerre impediscono il raggiungimento delle mete economiche e quindi il benessere dell’umanità; 2) gli armamenti sospingono alla guerra e quindi vanno smantellati; 3) il diritto alla pace, da inserire nel diritto internazionale, è il presupposto di tutti gli altri diritti. Consiglio ecumenico delle chiese, papa Francesco: sono voci autorevoli, ma una vera e propria mobilitazione di massa dei cristiani contro gli armamenti e la guerra non c’è. Sicuramente non c’è nel nostro Paese.

«Dove sono i cattolici?», grida don Renato Sacco, coordinatore di Pax Christi, a cattolici di potere come Lupi, Gelmini, Formigoni, Mauro, così pronti a sbandierare radici cristiane, ma schierati in favore dei cacciabombardieri di attacco idonei a portare bombe atomiche, alla faccia della Costituzione e del loro pontefice (che definisce la guerra «suicidio dell’umanità»). Roberto Cota, presidente della regione Piemonte, qualificato da mons. Rino Fisichella come «difensore dei valori cristiani» si è dichiarato favorevole agli F-35 «perché creano occupazione e se non li produciamo noi li produrranno altri» (gli F-35 verranno assemblati a Cameri, in provincia di Novara, il «feudo elettorale» di Cota).

Il ministro della difesa Mario Mauro – oggi il più importante uomo politico di Comunione e Liberazione – scelto come uomo simbolo dalla lobby americana delle armi per il suo motto «Per amare la pace, armare la pace» – torna a perorare l’acquisto di ben 120 aerei (15 miliardi di euro, più altre decine di miliardi per la manutenzione negli anni successivi). Come se non bastasse, Mauro e tutto il governo Letta, sempre con il solito sistema di distribuire tra vari ministeri le somme destinate agli armamenti, stanziano circa 6 miliardi e mezzo per rinnovare la flotta militare, per «assicurare il mantenimento di adeguate capacità della Marina militare».

Si calcola che la spesa complessiva deliberata per i prossimi quattro anni dal governo nella legge di stabilità ammonti a 23,6 miliardi. Per spendere in armi di distruzione di massa non c’è crisi o taglio della spesa che tenga. I miliardi si trovano. Le priorità non sono la scuola, la sanità, la prevenzione di disastri ambientali, la giustizia! Qui si tratta di vita e di morte, anzi direttamente di morte, dei terroristi o degli islamici.

Gli stanziamenti per le armi vengono decisi senza tenere conto delle proteste di settori del parlamento (solo inizialmente rassicurati da Napolitano), senza attendere il responso della commissione parlamentare di verifica, ma seguendo il duro monito del Consiglio supremo di difesa: «Il Parlamento non può porre veti al governo in tema di armi». Per i governanti cattolici «evidentemente, la disciplina di partito e l’attaccamento alle poltrone del potere valgono più del Vangelo e delle parole di verità e di amore verso i poveri e gli ultimi», ha commentato don Antonio Sciortino, direttore del settimanale cattolico Famiglia Cristiana.

Dove siamo noi protestanti «storici»? Siamo tutti pancia a terra a testimoniare «l’Iddio della pace» (II Cor. 13:11) in tutti i modi possibili? Su questi temi in varie chiese si discute, e talvolta si predica anche, ma è diffuso anche il timore che, trattandosi di temi squisitamente politici, molti fratelli e sorelle possano scandalizzarsi («Qui non si fa politica», fece scrivere qualcuno sulle pareti degli uffici pubblici, circa 90 anni fa). Scenari di chiese intere che organizzano o partecipano a sit-in, marce, boicottaggi contro ingiustizie razziali, o sociali, o militari, fanno parte della nostra memoria storica ma non della nostra realtà attuale.

La scarsa mobilitazione intorno alla raccolta di firme contro i cacciabombardieri F-35 a cui abbiamo partecipato, dà la misura del cammino ancora da compiere. Anche dall’area evangelicale, ben più ampia della nostra, non provengono segnali di mobilitazione. E tuttavia qualche migliaio di firme – quelle della petizione ecumenica lanciata, tra gli altri, dal nostro giornale – possono essere comunque un segnale importante se corrispondono, ciascuna, a una riflessione e a una scelta consapevole di testimonianza e di vita ispirata non al «realismo» machiavellico di chi vuole tenere insieme il potere, la ricchezza e la devozione, ma alla speranza che malgrado l’esiguità del nostro numero e delle nostre forze le mura di Gerico dello strapotere militare e finanziario possano essere abbattute da tutti coloro che si adoperano alla pace grazie alla potenza dell’azione del «Dio della pace».

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