Home Chiese e Religioni Fu vero “strappo”? Un’analisi delle nomine cardinalizie

Fu vero “strappo”? Un’analisi delle nomine cardinalizie

Valerio Gigante e Ludovica Eugenio
Adista Notizie n. 3 del 25/01/2014

Stavolta alla parola “rivoluzione” i giornali (ad esempio il Corriere della Sera, 13/1) hanno preferito la meno roboante, ma ugualmente forte, “strappo”. «Lo strappo di Bergoglio», hanno infatti titolato diverse testate nell’annunciare la lista dei nuovi cardinali, che il papa creerà nel Concistoro del 22 febbraio. In realtà di “strappi” ne vengono segnalati molti all’interno dei pezzi. Il primo consisterebbe nell’avere, lo stesso giorno in cui annunciava i nuovi cardinali, battezzato il figlio di una coppia di genitori conviventi. Gesto certamente di impatto, ma che dal punto di vista teologico è perfettamente in linea con l’insegnamento della Chiesa (che potrebbe eccepire, semmai, sulla scelta dei padrini, se non regolarmente sposati o con altre situazioni di irregolarità sotto il profilo canonico), anche se ci sono stati casi di parroci che hanno clamorosamente rifiutato il battesimo a coppie conviventi o risposate.

L’altro “strappo” starebbe nell’aver accompagnato alla lista dei nuovi cardinali una lettera che spiega loro, e a tutta la Chiesa, il ruolo e la funzione che un cardinale deve svolgere: non prestigiosa tappa finale di una carriera ecclesiastica, ma impegnativo e umile servizio da rendere alla Chiesa. Ma soprattutto, lo “strappo” consisterebbe nei nomi scelti da papa Francesco per ricevere la porpora. Pochi, i curiali e gli italiani, molti i prelati provenienti dai Paesi del Sud del Mondo. Certo, se si confrontano le scelte fatte dal papa con le ipotesi che qualcuno aveva avanzato alcuni mesi fa, dopo gli esordi “scoppiettanti” di Bergoglio – come la creazione di un cardinale donna, o comunque di un laico, o di un prete non vescovo –, lo “strappo” è subito ricucito. Le 16 nuove porpore sono infatti tutte destinate ad ecclesiastici di “carriera”, titolari di diocesi importanti. La novità starebbe quindi nel fatto che dei nuovi cardinali “solo” quattro sono membri della Curia, mentre 12 sono arcivescovi o vescovi residenziali di Paesi tutti diversi fra loro.

Vengono da Continenti diversi dall’Europa (che comunque incassa sei berrette su 16): un nordamericano, cinque latinoamericani, due africani e due asiatici. Nulla di clamoroso, anche se di un certo rilievo. Va comunque considerato che Bergoglio è stato eletto proprio in ragione di un accordo tra i cardinali della fronda anticuriale, che hanno eletto Francesco con il mandato esplicito di governare una Chiesa meno italiana e meno curiale. Così come va considerato che già Benedetto XVI, nel Concistoro del novembre 2012 aveva creato sei cardinali tutti provenienti da diocesi non europee.

Certo, in quel caso si era trattato di controbilanciare il precedente Concistoro di alcuni mesi prima (febbraio 2012), nel quale Ratzinger aveva conferito la berretta cardinalizia ad una sfilza di prelati italiani e curiali, tanto da suscitare più di qualche mugugno negli ambienti ecclesiastici. Le scelte fatte da papa Francesco rivestono un significato maggiore perché è il primo Concistoro del suo pontificato ed hanno un valore fortemente simbolico. Ma non è detto che le scelte del papa argentino, che pure segnano una discontinuità formale nella vita della Chiesa, si tradurranno anche in uno scarto sostanziale nella vita della Chiesa e nel rapporto tra il vescovo di Roma ed il collegio cardinalizio.

Ai 16 nuovi cardinali elettori, il papa ha unito tre nuovi porporati ultraottantenni, che non hanno diritto di voto in un futuro Conclave: tre arcivescovi emeriti «che si sono distinti – ha detto il papa – per il loro servizio alla Santa Sede e alla Chiesa». Si tratta dello storico segretario di Giovanni XXIII, mons. Loris Francesco Capovilla, arcivescovo emerito di Loreto, di mons. Fernando Sebastian Aguilar, arcivescovo emerito di Pamplona, e di mons. Kelvin Edward Felix, arcivescovo emerito di Castries.

Italia: grandi esclusi?

Altro “strappo” raccontato dai giornali consisterebbe nella vistosa assenza dalla lista dei nuovi cardinali di autorevoli candidati. Tra questi, non ci sono i titolari di alcune sedi episcopali cosiddette “cardinalizie”, che danno cioè quasi per automatismo il diritto alla porpora. Si tratta del patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia e di mons. Cesare Nosiglia di Torino. A questi due nomi i giornali hanno aggiunto quello di un altro “grande escluso”: il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, mons. Rino Fisichella.

Partiamo da quest’ultimo caso. Fisichella, il cui incarico in Curia (al contrario dei prefetti di Congregazioni) non dà automaticamente accesso al cardinalato, non ha mai ottenuto nemmeno una sede episcopale di prestigio. Non si può quindi considerare un escluso eccellente dal Concistoro. Per la verità, anche la pontificia commissione creata ad hoc per lui è stato più il contentino per le tante occasioni mancate della sua carriera che un riconoscimento al suo ministero. Carattere spigoloso ed autoreferenziale (in passato si era anche autoassegnato il titolo di “cappellano di Montecitorio”), Fisichella non ha mai goduto di grandi simpatie nell’establishment ecclesiastico per il suo muoversi sempre come battitore libero, facendo dichiarazioni che hanno spesso messo in imbarazzo i vertici ecclesiastici.

Su Nosiglia e Moraglia c’è invece da dire che non è la prima volta che i titolari di sedi cardinalizie non ricevono la berretta nel concistoro (o nei concistori) immediatamente successivo alla loro promozione a prestigiose sedi episcopali. Come l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori (protettissimo di Ruini) e quello di Palermo, Paolo Romeo, divenuti cardinali nel 2010 e nel 2012 dopo aver “saltato” entrambi un turno di nomine. E poi Nosiglia, arcivescovo di Torino dal 2010, non fu creato cardinale nemmeno nei due Concistori precedenti a questo, voluti da Benedetto XVI a febbraio e novembre 2012.

L’esclusione di questi nomi testimonia però di diversi rapporti di potere all’interno della Chiesa, con l’ala curiale e della destra tradizionalista che arretra decisamente rispetto al periodo precedente. All’interno di questo scenario va segnalata in particolare la sconfitta del card. Ruini, grande sponsor di Nosiglia (che a Roma gli fu ausiliario e poi vicegerente, ai tempi d’oro del Grande Giubileo del 2000) e vicino anche a Moraglia (prete di solida formazione e militanza “siriana”).

Destra divisa. E sconfitta

In ogni caso le mancate porpore sono indice anche della debolezza e della divisione di questa stessa destra curiale. Sconfitta in Conclave, spiazzata dal Francesco-style, incapace di organizzare una resistenza se non passiva al nuovo corso, è attualmente molto divisa al suo interno e si sta penalizzando da sola attraverso voci, dossier anonimi, lettere che continuano a circolare in Vaticano e che non fanno che aumentare sospetti e diffidenze su ogni possibile candidato a qualche carica di prestigio. Con il risultato che anche chi vantava qualche speranza viene “congelato” per la paura che un passo falso possa gettare nuovamente nel discredito l’immagine della Chiesa, vanificando i risultati conseguiti sinora da papa Francesco.

Tra le sorprese (relativamente, perché il suo nome circolava già da diversi giorni nei circoli dei “ben informati”) quella dell’arcivescovo di Perugia, mons. Gualtiero Bassetti. Si tratta – come per la scelta del nuovo segretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, vescovo di una piccola diocesi calabrese – di una di quelle nomine fuori dagli schemi, di quei piccoli coup de théâtre che piacciono tanto a Bergoglio (piacevano anche, mutatis mutandis, a Wojtyla, che nel 1979 scelse un biblista gesuita senza nessun “pedigree” ecclesiastico, Carlo Maria Martini, per guidare la più prestigiosa diocesi italiana, Milano). In più, Bassetti è uno di quei vescovi più vicini alla nuova sensibilità del papa, che per ora non ha fatto particolarmente breccia nei vertici della Cei. E la sua ascesa al cardinalato, che segue la nomina di membro alla Congregazione per i vescovi al posto del card. Angelo Bagnasco, potrebbe essere un segnale anche in vista del rinnovo del presidente della Cei, in qualsiasi forma avverrà (per nomina papale, o per elezione da parte dei vescovi, come avviene per gli episcopati mondiali diversi da quello italiano).

Altro nome che ha destato sorpresa ed entusiasmo è quello di mons. Loris Francesco Capovilla. Per molti commentatori un riconoscimento esplicito della linea conciliare scelta da papa Francesco. L’elevazione al rango cardinalizio di Capovilla, ostinatamente ignorato dai precedenti pontefici, essendo molto tardiva, rischia però di avere il sapore di un contentino dalla grande forza mediatica ma dalla scarsa incidenza pratica (l’età avanzata di Capovilla, oltre all’impossibilità di entrare in Conclave). C’è poi da sottolineare che Capovilla, già arcivescovo di Loreto, non è mai stato un interlocutore o un esponente della “Chiesa di base”.

Esclusi e “ritardatari” dal mondo

Passando alle nomine estere, a rimanere deluso è uno dei prelati “candidati” alla berretta cardinalizia, l’arcivescovo di Malines-Bruxelles mons. André-Joseph Léonard. Nell’arcidiocesi, bisogna risalire alla metà dell’800 per trovare un vescovo che non fosse cardinale. Ed è ragionevole ritenere che Léonard, nominato da papa Ratzinger nel 2010, attendesse questa carica. E invece no. Di ragioni non ne mancano. Da sempre uno dei vescovi più conservatori (fu prima vescovo a Namur per vent’anni), fu chiamato a succedere al card. Godfried Danneels tra numerose polemiche. Fervente sostenitore della messa tridentina, già nel 2006 – un anno prima che il papa reintegrasse il rito pre-conciliare della messa – invitava nella cattedrale della sua città i membri della Fraternità di San Pietro, organizzazione ex lefebvriana. Mons. Léonard è un personaggio controverso anche a causa delle sue posizioni in merito all’omosessualità, che gli valsero accuse di omofobia – poi lasciate cadere da un tribunale – che in Belgio è reato dal 2003.

Il primate del Belgio aveva anche dichiarato di voler vigilare maggiormente sull’Università cattolica di Lovanio – della quale è presidente – e sulla ricerca teologica che essa porta avanti. Di qui una petizione dei docenti che chiedeva la sua rimozione. Ha anche spalancato le porte ai neocatecumenali aprendo per loro a Namur un seminario apposito, il Redemptoris Mater. La prospettiva di una pastorale a doppio binario aveva suscitato l’indignazione di molti preti della diocesi. Ma la scelta di Léonard era stata contestata anche nel mondo politico, rischiando di mettere seriamente in discussione il dialogo tra laici e cattolici: poiché, infatti, secondo il protocollo di Stato, mons. Léonard supera, con la sua posizione, il presidente della Corte costituzionale, ha il potere di mettere in causa, come già avvenuto, decisioni del Parlamento.

Di Léonard, poi, non si è dimenticata anche la protezione nei confronti di un prete pedofilo, mentre fanno notizia le sue esternazioni sull’omosessualità: nota l’intervista televisiva in cui affermava che, sul piano antropologico, essa non rientra nella normalità, come «l’anoressia, che non rientra nell’ordine dell’appetito». Tali esternazioni causarono, poco dopo la sua nomina episcopale, le dimissioni del suo portavoce, il teologo Jürgen Mettepenningen, che definì Léonard un «guidatore che va contromano». Sotto accusa anche le sue affermazioni sull’Aids, paragonato ad una sorta di giustizia immanente, e sull’impunità per i preti pedofili ormai in pensione. L’acredine contro Léonard si è espressa in tempi anche più recenti: per ben due volte, nel 2013, è stato preso di mira con lanci di acqua benedetta e torte in faccia dal gruppo di femministe ucraine Femen.

Se non produce troppo stupore l’assenza di neocardinali statunitensi (sono già 11 e mancano sedi “vacanti”, dal momento che in talune diocesi l’arcivescovo emerito è ancora sotto gli 80 anni, e la coesistenza di due cardinali elettori nella stessa diocesi non è possibile; sul nome del neopresidente della Conferenza episcopale mons. Joseph Kurtz non si è scommesso troppo), ad ottenere la berretta notevolmente in ritardo sui tempi consueti è stato il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Gerhard Ludwig Müller.

Nominato il 2 luglio 2012 alla guida del più importante dicastero vaticano da Benedetto XVI, ha “saltato” un turno, il Concistoro del 24 novembre 2012. Un unicum, se si considera, guardando alle nomine più recenti del prefetto della Cdf, che Ratzinger, nominato nell’81, era già cardinale da quattro anni e che William Joseph Levada, il suo successore, prefetto dal maggio 2005 ricevette la berretta al primo concistoro utile, meno di un anno dopo. Müller, insomma, ha dovuto attendere il primo concistoro di papa Francesco – essendo stato da lui riconfermato nell’incarico, nonostante alcune divergenze che appaiono sempre più evidenti, soprattutto rispetto al modo in cui affrontare la questione dei divorziati risposati (v. Adista Notizie nn. 36, 41 e 43/13) – per ricevere il cardinalato, previsto dal ruolo di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

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