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Pluralismo… inconsapevole

Intervista al giurista Gianni Long, già presidente della Federazione evangelica. Con ben 11 Intese, forse senza saperlo, l’Italia è uno dei paesi col più alto numero di confessioni riconosciute dallo Stato

a cura di Luca Maria Negro
www.riforma.it

Trent’anni fa a Roma, il 21 febbraio 1984, a pochi giorni dalla firma del nuovo Concordato con la Chiesa cattolica, il Presidente del Consiglio dei ministri, Bettino Craxi, e il Moderatore della Tavola valdese, pastore Giorgio Bouchard, sottoscrissero l’Intesa tra lo Stato e le chiese valdesi e metodiste, la prima delle Intese in attuazione del III comma dell’art. 8 della Costituzione della Repubblica italiana (entrata in vigore il 1° gennaio 1948). L’Intesa venne poi approvata dal Parlamento con legge n. 449 dell’11 agosto 1984, e nello stesso mese dal Sinodo delle chiese valdesi e metodiste valdesi (atto 20/SI/1984).

Il trentennale dell’Intesa sarà ricordato in vari incontri: il 12 febbraio a Roma, al Senato, in un convegno su «A trent’anni dal nuovo Concordato», al quale interverrà tra gli altri Gianni Long con una relazione su «Trent’anni di Intese con le confessioni diverse dalla cattolica»; il 14 febbraio a Torre Pellice con un convegno del Centro culturale valdese (vedi L’Eco delle Valli) e il 21 a Firenze alla Libreria Claudiana (vedi a p. 11).

Riferiremo su questi incontri nei prossimi numeri di Riforma: intanto, sulla rilevanza di questo anniversario abbiamo intervistato Gianni Long, già presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), docente di diritto ecclesiastico in varie università e consigliere della Camera dei deputati. Long, tra l’altro, è appena stato nominato membro della Commissione governativa per l’attuazione del Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.

Professor Long, è la prima volta che un protestante fa parte di questa Commissione.

«In effetti si tratta di una notizia che qualcuno può considerare curiosa, ma che dovrebbe rientrare nella normalità, in quanto si tratta di un incarico che si svolge in qualità di cittadino esperto in materia, chiamato a rappresentare il governo indipendentemente dall’appartenenza religiosa».

Perché vale la pena di ricordare il trentennale della prima Intesa con una confessione non cattolica?

«Perché ci sono voluti più di trent’anni per attuare la Costituzione che prevedeva le Intese.

In realtà ci si è ricordati delle Intese solo quando si è deciso di cambiare il Concordato. Non è un caso che per firmare quella valdese-metodista, pronta da un pezzo, si dovette aspettare che si firmasse prima il Concordato… È poi interessante notare come si è evoluta da allora l’idea di Intesa. Nei decenni precedenti, subito dopo la Costituzione, era opinione abbastanza diffusa che un paio di Intese – con i valdesi e con gli ebrei – avrebbero risolto il problema. In seguito invece, andando molto “a rate”, sono state firmate in tutto dieci Intese: con avventisti e Assemblee di Dio in Italia nel 1986, con gli ebrei nel 1987, con luterani e battisti nel 1993, e infine con ortodossi, mormoni, buddisti e induisti nel 2007. Quindi lo strumento delle Intese, pensato ai tempi della Costituente come un modo per evitare la grossa disuguaglianza che ci sarebbe stata fra i cattolici (con il Concordato, costituzionalizzato dall’art. 7), e i pochi altri che non avevano nulla, sono diventate uno specchio abbastanza puntuale dell’evoluzione religiosa dell’Italia, con nuove chiese e religioni. Certo, al momento ci sono due “buchi vistosi”: i musulmani e i Testimoni di Geova (la cui Intesa, firmata nel 2007, non è ancor stata approvata con legge). Al di là di questi “buchi” e delle lentezze possiamo dire che quella delle Intese è stata un’operazione di pluralismo vero, ampio e… involontario. Forse senza volerlo siamo diventati uno dei paesi che, per esempio nell’ambito dell’Unione europeo, ha il più alto numero di confessioni riconosciute dallo Stato con uno strumento pattizio di Intesa. Il che per l’Italia è abbastanza curioso, perché non è mai stato un paese particolarmente all’avanguardia in questo settore».

Resta però il fatto che molte realtà, grandi e piccole, sono tagliate fuori dalle Intese, e si pone il problema di una legge quadro sulla libertà religiosa che superi la legislazione fascista sui culti ammessi.

«Certo, una legge del 1929, “bucherellata” dalla Corte costituzionale ma nata in un contesto del tutto diverso va rifatta. Ma sarebbe sbagliato pensare – ed è stato un atteggiamento ricorrente da parte dello Stato – che la stagione delle Intese sia finita e che tutti gli altri si possano “sistemare” con una legge generale sulla libertà religiosa. Perché una legge generale non può dare tutto quello che dà un’Intesa, che ha un carattere pattizio e consente quindi di riconoscere appieno le specificità di ogni confessione religiosa».

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