Home Chiese e Religioni Chi diffonde e chi censura. Vescovi alle prese con le risposte al questionario

Chi diffonde e chi censura. Vescovi alle prese con le risposte al questionario

Ludovica Eugenio
Adista Notizie n. 8 del 01/03/2014

«È piuttosto curioso consultare i fedeli su argomenti dottrinari e poi non comunicare loro i risultati dell’indagine, soprattutto se gli argomenti affrontati sono della massima importanza per loro, perché riguardano la vita e la felicità di milioni di persone». È la triste ma incontrovertibile considerazione del settimanale cattolico inglese The Tablet (15/2) di fronte al rifiuto di alcune Conferenze episcopali di pubblicare le risposte della base cattolica alla consultazione promossa dal Vaticano in vista del Sinodo sulla famiglia in programma per ottobre.

I vescovi di Inghilterra e Galles erano stati tra i primi a pubblicare online il testo del questionario, invitando i cattolici a rispondere. Vista però la reazione contrariata del segretario del Sinodo, card. Lorenzo Baldisseri, hanno successivamente deciso di trattare le risposte in modo riservato; altre, invece, hanno anticipato online i risultati (Belgio, Svizzera, Austria, Germania, Lussemburgo). Baldisseri, infatti, in un’intervista a Quotidiano.net (11/2), aveva detto che questo passo significa «mettere il carro davanti ai buoi»: «La pubblicazione del materiale non era prevista. Si tratta di un’iniziativa unilaterale delle singole Conferenze episcopali. L’indicazione era di inviare il materiale riservatamente in Vaticano. Non mi sembra corretto [renderlo noto] perché si tratta di materiale non ancora esaminato, di documenti non ufficiali», che non verranno pubblicati «come tali». Il fatto di anticiparne la pubblicazione, di fatto, può essere letto come «una pressione» da parte di alcune Conferenze per imprimere ai lavori una certa direzione.

Il silenzio dei vescovi «non è accettabile», si legge nell’editoriale del Tablet. «Non informare i cattolici inglesi e gallesi del modo in cui le loro opinioni sono state sintetizzate è un tradimento della fiducia. Ancora più spiacevole è l’assenza di una reazione, di una testimonianza di leadership. Che cosa pensano i vescovi? Pensano che la linea ufficiale su tutti i punti dell’indagine sia ancora sostenibile, ora che hanno la prova incontestabile che i laici si sono ribellati in massa praticamente su tutti i temi?».

Da questo punto di vista, i cattolici tedeschi offrono spunti di riflessione positivi, affermando sì il valore dell’amore e della fedeltà matrimoniale, della responsabilità reciproca e nei confronti dei figli, ma sottolineando che questi valori si possono trovare anche in un secondo matrimonio.

Analoga frustrazione in Irlanda, dove i vescovi hanno deciso di non diffondere i dati raccolti dalla base. E qui, a esprimere la protesta è stata l’Associazione dei preti cattolici (Association of Catholic Priests, Acp) che, sulla scia dei preti “disobbedenti” austriaci, ha fatto proprie richieste urgenti di riforma nella Chiesa, subendo anche ritorsioni dal Vaticano (v. Adista Notizie nn. 75/10, 15 e 18/12). In un comunicato, l’Acp ha criticato la scelta dei vescovi, definendola «contraria all’apertura di papa Francesco» e sottolineando come essa giunga in un momento in cui «la Chiesa irlandese è guardata con sospetto» e finirà per indurre i cattolici nell’ulteriore sospetto che le loro opinioni «possano essere adattate per renderle più gradevoli al palato vaticano». «Questo approccio improntato al segreto – si legge nel comunicato – conferma ancora una volta la necessità per la Chiesa cattolica irlandese a tutti i livelli di imparare il valore della trasparenza».

La posizione dei vescovi è difesa a spada tratta dal portavoce Martin Long, il quale ha sottolineato che le risposte «devono essere prese in considerazione nella loro globalità» e che «fare diversamente minerebbe l’integrità del processo».

Anche la Conferenza episcopale canadese (Cecc) ha deciso di non rendere pubblici i risultati della consultazione, inviandoli direttamente a Roma. In un comunicato dei primi di febbraio, pur minimizzando la “dissidenza” dei cattolici rispetto al magistero, ha affermato che molti cattolici «non sono consapevoli del contenuto positivo e della ricchezza dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia, cosa che potrebbe creare un divario preoccupante tra la dottrina della Chiesa e il pensiero di numerosi cattolici». Sulla scelta di non pubblicare i dati, la Conferenza dei vescovi si trincera dietro all’osservanza delle direttive: poiché il papa ha chiesto una consultazione ampia e rapida sui temi proposti, «è ciò che la Cecc ha fatto. Ha chiesto la riservatezza sulle risposte: ed anche questo è ciò che la Cecc ha fatto», ha affermato il segretario generale mons. Patrick Powers.

Ma in Québec la scelta dei vescovi ha suscitato amarezza: «Mi delude molto», ha affermato André Gadbois, coordinatore dell’équipe nazionale per la Rete dei Forum André Naud. «C’era attesa. Ci aspettavamo un movimento di “andata e ritorno”, pensavamo che ci sarebbe stata stata una sintesi della consultazione. Invece, cadiamo dalle nuvole…».

Le 19 diocesi del Québec hanno lavorato autonomamente con metodi propri. A Trois-Rivières, la diocesi che ha impiegato più sforzi, sono stati organizzati dieci incontri aperti con la popolazione, e lo stupore per la decisione dei vescovi è stato notevole, tanto che valuterà, ha affermato la portavoce Jasmine Johnson, la possibilità di pubblicare una propria sintesi, per una scelta di «trasparenza». Le fa eco il docente di Teologia all’Università Laval Guy Jobin: «C’è un clima di trasparenza a livello planetario: si invita a consultare il popolo di Dio, non solo la gerarchia. Ciò crea l’attesa di un ritorno. È normale, non è un privilegio».

La scelta della trasparenza

Molto più disinvolta e meno timorosa delle reazioni vaticane la Conferenza episcopale tedesca, che, insieme a quella svizzera, ha divulgato online i risultati del questionario (accessibili in inglese qui: ENG-Fragebogen-Die-pastoralen-Herausforderungen-der-Familie.pdf), mettendo in luce un forte scollamento tra la morale sessuale della Chiesa e il comportamento concreto dei cattolici su temi come contraccezione, aborto, comunione ai divorziati risposati, ecc. In Svizzera, sulle 25mila risposte ricevute, il 90% dei cattolici vorrebbe che la Chiesa riconoscesse e benedicesse le coppie di divorziati-risposati, mentre il 60% è a favore del riconoscimento e della benedizione da parte della Chiesa delle coppie omosessuali. I vescovi si sono detti perplessi di fronte a questi dati, ma non stupiti: mons. Markus Büchel, vescovo di Saint-Gall e presidente della Conferenza episcopale svizzera, ha detto che la Chiesa non può più continuare a presentare il suo messaggio in una maniera «che non giunge più alle persone».

I media cattolici

Risultato simile è quello che viene dalla Francia, dove l’immagine di famiglia difesa dalla Chiesa è considerata «idealizzata e irrealistica» dai 6mila lettori della rivista cattolica Pélerin che hanno risposto al questionario in gennaio. I due terzi dei partecipanti ritengono che la contraccezione riguardi «l’intimità della coppia», mentre più dei due terzi auspicano anche che «i divorziati-risposati possano accedere all’eucaristia, e la metà spera che la seconda unione possa un giorno essere benedetta». Risultati in linea con quelli del quotidiano cattolico La Croix (30/1).

E con quelli della Spagna: Religión Digital e Esglesia Plural hanno raccolto 6mila risposte – distinte, ovviamente, da quelle che la Conferenza episcopale inoltrerà a Roma – che sono state inviate direttamente in Vaticano «senza filtri né rimaneggiamenti» e che chiedono «il rispetto di ogni tipo di unione», un nuovo ruolo per la donna nella Chiesa e il celibato opzionale per i sacerdoti. La Chiesa, evidenziano le risposte, non riconosce «altra unione oltre al matrimonio sacramentale», mentre «urge una revisione approfondita delle norme che regolano» le relazioni sessuali, norme che ora sono «un compendio di proibizioni assurde stabilite da persone che mai – in teoria – hanno dovuto affrontare questioni di questo genere». I metodi di contraccezione naturale, lamentano, in realtà «sono del tutto antinaturali. La maggioranza si dichiara perciò a favore dell’uso dei più noti sistemi anticoncezionali e specialmente del preservativo».

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