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Tutti i contabili dell’Opus Dei

Marco Politi
il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2014

Nei gialli è sempre buona regola cercare la donna o il profumo dei soldi. Nel caso della rivoluzione di Bergoglio vale la pena di guardare anche dove sta l’Opus Dei. E non si sarà sorpresi a scoprire che gli opusdeini, teologicamente e culturalmente così lontani dalla visione di papa Francesco, sono però riusciti a collocarsi al centro degli organismi di controllo economico.

Quegli strumenti con i quali il pontefice argentino vuole portare pulizia nel sottobosco affaristico-prelatizio vaticano, denunciato a suo tempo da mons. Viganò (le cui proteste i lettori del Fatto lessero in anteprima nel 2012) e in messaggi riservati anche dall’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi.

I NUOVI ORGANISMI creati da papa Francesco, pochi giorni fa, il Consiglio per l’Economia e il Segretariato per l’Economia, sono frutto della “Commissione per la riforma economico- amministrativa della Santa Sede”, il cui segretario è mons. Lucio Angel Vallejo Balda: spagnolo e membro dell’Opus Dei, il quale già prima dell’avvento di Francesco era arrivato a occupare la posizione di segretario della Prefettura per gli Affari economici in Vaticano. Il Consiglio per l’Economia – composto da otto vescovi e cardinali e sette professionisti laici – ha l’incarico di “sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie” dei dicasteri della Curia, dello Stato Città del Vaticano e degli enti collegati alla Santa Sede. Un ruolo nevralgico, che papa Francesco ha affidato al cardinale australiano George Pell, attuale arcivescovo di Sidney (posizione che abbandonerà), confidando nella sua cultura anglosassone estremamente attenta e severa nell’uso del denaro del denaro pubblico o comunitario.
Il Segretariato, che risponde direttamente al pontefice, deve attuare il controllo economico sugli enti vaticani e soprattutto determinare gli indirizzi per quanto riguarda la politica degli acquisti (e si presume anche degli appalti) in Vaticano: fonte primaria di inghippi e traffici sin dalla nascita del nuovo stato vaticano nel 1929. Insomma i nuovi organismi saranno la “torre di controllo” di tutti i flussi finanziari che riguardano la gestione degli enti della Santa Sede. È opinione comune, che quando saranno pronti gli statuti del Consiglio e della Segreteria e si passerà alle nomine mons. Vallejo Balda occuperà un ruolo di rilievo, questione che preoccupa i settori della Curia che non vedono di buon occhio un eccessivo potere dell’Opus.

A DIFFERENZA di Comunione e liberazione – uscita ammaccata dal passaggio da un pontificato all’altro e che anzi ha contribuito per i suoi intrecci con il regime berlusconiano a danneggiare la candidatura del cardinale Scola nel conclave dell’anno scorso – l’Opus Dei si è dimostrata una sorta di araba fenice. Era forte con Giovanni Paolo II, era ideologicamente molto vicina alla linea teologica ratzingeriana, si è silenziosamente allineata al nuovo pontefice dopo il 13 marzo 2013. Anzi in un’intervista al Corriere della Sera il prelato dell’Opus Dei mons. Echevarria ha tenuto a sottolineare di avere accolto l’elezione di Francesco con “profonda gioia” e di averlo incluso nella sua “preghiera a Sant’Ignazio di Loyola… un santo molto apprezzato dal fondatore dell’Opus Dei”. Omaggi a parte, un altro esponente dell’Opus Dei è inserito nella commissione di indagine sullo Ior, che sta studiando il profilo che dovrà assumere l’Istituto per le opere di religione. Si tratta di mons. Juan Ignacio Arrieta Ochoa, un profondo conoscitore di diritto canonico ed esperto di “Diritto dell’organizzazione della Chiesa cattolica ecclesiastica”, già docente presso l’università (opusdeina) Santa Croce.

CON QUESTE personalità l’Opus è veramente ben piazzata nei gangli finanziari vaticani. Si può aggiungere che un altro prelato opusdeino, l’argentino Carlos Maria Nannei, procuratore dell’Opus presso la Santa Sede, è in rapporti di amicizia con il pontefice. Va detto, peraltro, che papa Francesco è allergico alle lobby di qualsiasi tipo, specie quelle ecclesiastiche, e quindi non intende avere rapporti privilegiati con nessun gruppo in particolare. Semmai la sua politica è inclusiva: cioè il suo obiettivo è di coinvolgere tutte le tendenze presenti nel mondo cattolico nel cantiere di riforma della Curia e della Chiesa nel suo complesso. Basti pensare che il cardinale Pell, nominato a capo del nuovo Consiglio per l’Economia (e membro del “consiglio della corona” di otto cardinali), è un autentico conservatore

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