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Il doppio papa per le due anime della Chiesa

Franco Garelli
La Stampa, 2 marzo 2014

Sta succedendo a Roma, sull’altra sponda del Tevere, ciò che alcuni osservatori lungimiranti temevano? Che il «Papa nascosto» diventi, col passare dei mesi, una presenza ingombrante anche per un Papa carismatico come Francesco? Che Ratzinger da Papa emerito susciti più attenzione, curiosità e tenerezza che da Papa regnante? Negli ultimi tempi la convivenza dei due Papi nella sede di Pietro è al centro di riflessioni e di dibattito, sia nell’insieme della cattolicità, sia nel mondo intero. Ha un bel dire Papa Bergoglio di non temere la presenza ravvicinata del suo predecessore, che dopo la grande rinuncia ha scelto di accompagnare la Chiesa soltanto con la sua preghiera.

Ha un bel dire che lo vive come un «nonno a casa», che è come avere accanto «il nonno saggio, venerato, amato, esempio di prudenza». Ma il fatto stesso che Ratzinger abbia scelto di vivere a Roma, che mantenga alcune insegne dell’alto ruolo esercitato (la veste bianca, il nome di Benedetto XVI, lo stemma da pontefice), che si presenti e venga percepito a tutti gli effetti come il Papa emerito, sembra produrre una situazione spuria per la Chiesa e il mondo cattolico.

A lungo andare, la vicinanza delle due bianche figure rischia di cristallizzare l’idea che convivano a Roma, sotto la sacra volta del Vaticano, due diversi riferimenti per la cattolicità. Insomma, che in questa stagione la Chiesa abbia due teste, due alte figure al comando. Una con tutti i crismi in vista e ricca di fede e di umanità latino-americana; l’altra più sullo sfondo, ma curiosamente resa forte da una vita più silente e appartata e dalle molte qualità che le vengono riconosciute.

Perché c’è il rischio di un dualismo? Perché si tratta di personaggi entrambi autorevoli, pur molto diversi tra loro. Perché a molti viene spontaneo metterli a confronto, anche solo per cogliere le diverse stagioni della Chiesa e come soffia lo spirito nel corso della storia.

Inoltre, perché da qualche tempo Ratzinger sembra aver difficoltà a starsene chiuso nel suo eremo di elezione, per cui di tanto in tanto fa capolino sulla scena pubblica, o dialogando con qualche intellettuale, o rispondendo ai quesiti di alcuni giornalisti (vedi la missiva inviata qualche giorno fa ad Andrea Tornielli e pubblicata su La Stampa); o perché invitato dallo stesso pontefice regnante a prendere parte a eventi clou della Chiesa.

E’ successo una settimana fa nella cerimonia del Concistoro; e lo stesso avverrà alla fine di aprile, quando Ratzinger su invito di Francesco concelebrerà la messa a S. Pietro per la canonizzazione congiunta di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II. Ciò che per Bergoglio è un gesto di condivisione verso il suo predecessore, può favorire l’emergere di un alter ego nell’immaginario cattolico? Francesco ha certamente spalle troppo larghe per lasciarsi impensierire dalla presenza di Ratzinger el suo intorno immediato.

E del resto, occorre riconoscerlo, l’ex pontefice ha più volte ribadito la validità della sua storica rinuncia, la ferma volontà di non essere un Papa ombra, il suo impegno (dedicandosi alla preghiera e alla meditazione) a sostenere del tutto l’azione e gli indirizzi del nuovo Pietro. Tuttavia il confronto è nell’ordine delle cose e la situazione presenta – sul versante umano ed ecclesiale – non poche ambivalenze. Le qualità di Francesco sono ormai note a tutti, tipiche di un Papa che – in linea con lo spirito del Concilio Vaticano II – interpreta il bisogno di una Chiesa più misericordiosa e aperta, meno fredda nelle sue convinzioni religiose ed etiche, meno esclusiva nella sua tensione alla verità; più collegiale nel governo e più dialogica anche col mondo.

Tuttavia, l’universo cattolico è al suo interno così variegato e differenziato, così plurimo, da evidenziare non poche resistenze nei confronti di un forte indirizzo di rinnovamento della Chiesa. Inoltre, anche chi condivide la svolta epocale di Francesco, può a lungo andare interrogarsi sulle effettive possibilità che essa venga realizzata, sulle «risorse» di cui il Papa dispone per smuovere gli antichi equilibri.

Le riserve nei confronti del nuovo indirizzo della Chiesa di Roma non vengono soltanto da quell’area del tradizionalismo cattolico che risulta assai più vicino alla concezione di Chiesa di Benedetto XVI che a quella di Francesco, anche se quando Ratzinger era regnante non ha mancato di creargli dei grattacapi. Anche alcune Chiese nazionali o quote di fedeli o qualche intellettuale cattolico possono nutrire dubbi sullo stile e sui programmi di un pontificato – quello attuale – che a sì rotto gli schemi del passato, ma che appare loro fragile nel produrre il cambiamento.

Qual è la prospettiva o la consistenza teologica dietro lo sbriciolamento del vangelo di cui Papa Francesco offre un esempio ogni giorno? La sua prossimità alla gente, i continui bagni di folla, l’annullamento della distanza, la semplificazione dei riti e la riduzione dei simboli, non rischiano a lungo andare di depotenziare il sacro, di desacralizzare la Chiesa e di stemperare il senso del mistero? Proprio qui entra in gioco il Papa emerito, di cui sono stati evidenti i limiti nella capacità di governo e la sua distanza dalla modernità avanzata, ma che è ancor oggi assai apprezzato per la statura teologica e la profondità culturale.

Ratzinger, dunque, – con la sua presenza a Roma e nel centro della cattolicità – continua a essere un punto di riferimento per le Chiese che in lui più si sono identificate. Alcune certamente mosse dalla voglia di conservazione, ma altre semplicemente nostalgiche di un pontificato che fa leva su un alto pensiero, spinge la Chiesa a non mescolarsi col mondo e offre grandi certezze.

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