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Il femminismo ostile alla chiesa

Bia Sarasini
Leggendaria, gennaio 2014

L’espressione «forme di femminismo ostile alla Chiesa» compare nel Documento preparatorio al terza assemblea generale straordinaria del sinodo dei Vescovi, che avrà luogo nel 2014. Si tratta di un questionario in 38 domande inviato dal Vaticano a tutti i vescovi all’inizio del novembre 2013, aperto da una premessa che elenca «le numerose nuove situazioni che richiedono l’attenzione e l’impegno pastorale della Chiesa», in cui le forme di femminismo ostile alla Chiesa sembrano una vera e propria indicazione di un’ideologia avversa, da combattere.

Del resto è in questa chiave che ne scrisse nel 2004 l’allora Prefetto della Congregazione della dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, nella Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo. All’epoca fu un testo che fece scalpore. Per la prima volta, dopo l’attenzione rivolta da papa Wojtyla “genio femminile” (Mulieris Dignitatem, 1987, e Lettera alle donne, 1995), un teologo “ufficiale” come Ratzinger si rivolgeva alla “questione femminile”, con l’obiettivo di individuare errori e problemi: «la Chiesa è oggi interpellata da alcune correnti di pensiero, le cui tesi spesso non coincidono con le finalità genuine della promozione della donna».

Ci sono due tendenze, scrive il cardinale Ratzinger: la prima «sottolinea fortemente la condizione di subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un atteggiamento di contestazione. La donna, per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell’uomo. Agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del potere. Questo processo porta ad una rivalità tra i sessi, in cui l’identità e il ruolo dell’uno sono assunti a svantaggio dell’altro, con la conseguenza di introdurre nel l’antropologia una confusione deleteria che ha il suo risvolto più immediato e nefasto nella struttura della famiglia». E qui si può riconoscere il cosiddetto femminismo paritario. La seconda tendenza invece, sostiene Ratzinger, «emerge sulla scia della prima.

Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata
genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria.

L’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli» che, sebbene radicati nella “questione femminile”, vengono individuati nel «tentativo della persona umana di liberarsi dai propri condizionamenti biologici». E qui l’allusione evidente è al gender, e alle teorizzazioni di Judith Butler, allora ancora poco nota in Italia.

La Lettera prosegue poi con la ricostruzione dell’antropologia biblica della “differenza” tra i sessi, vista come «come realtà iscritta profondamente nell’uomo e nella donna: la sessualità caratterizza l’uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione. Essa non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, ma è una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l’amore umano».

La Lettera provocò un largo dibattito nei femminismi italiani (una rassegna stampa esauriente si trova sul sito delle teologhe http://www.teologhe.org/rassegnastamparatzITA.htm), qui ricordiamo solo l’inizio dell’articolo di Ida Dominijanni sul Manifesto (3/8/2004): «Tanto per cominciare: la coppia Ratzinger-Wojtyla batte tutti i nostri leader nonché i nostri intellettuali di sinistra, moderata e radicale, dieci a zero. La Chiesa prende atto del “problema” del rapporto fra i sessi», e l’acuta conclusione: «Nel documento risulta rivelatore come una cartina al tornasole, infatti, l’individuazione della “gender theory” come secondo fronte avverso all’interno del femminismo.

Qui il documento – per quanti motivi di diffidenza possa avere contro certe derive postmoderne di smaterializzazione della sessualità – cade, per almeno due ragioni. Una è teorica, perché non è con le teorie del gender (molte delle quali in verità coincidono con la “prima tendenza” del femminismo rivendicativo) che Ratzinger combatte, bensì con la teoria del gender trouble di Judith Butler (evocata ma non esplicitamente citata), ovvero con la teoria che contesta l’identità compatta del genere femminile per aprire – non diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale – alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali, sociali, politiche, discorsive, di pensiero.

Per aprire insomma alla differenza femminile la possibilità di dirsi in prima persona, senza che nessuno, né l’ordine fallocratico né la Chiesa, ne decidano una definizione oggettiva. Su questo Ratzinger e Wojtyla non ci stanno: ne vedono solo l’esito sessuale “perverso” – le famiglie “irregolari” gay e lesbiche – che la Chiesa non può tollerare, né in Nordamerica né qui. Per quanto sia accettata, è pur sempre oggettivata e imbrigliata nello “sposalizio” tradizionale che la differenza fra i sessi deve restare».

Idee che hanno ispirato la predicazione del Pontefice Emerito Benedetto XVI, basti ricordare le parole esplicite e pesanti come pietre usate nell’Udienza alla Curia romana per gli auguri natalizi del 2012, poco più di un anno fa: «Se finora aveva mo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli [il Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim] cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (On ne naît pas femme, on le devient).

In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma gender, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi.
La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela».

Ora la domanda è questa. Il futuro Sinodo farà proprio questo punto di vista?

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La Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica 2004:
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20040731_collaboration_it.html

Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2013:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/december/documents/hf_benxvi_spe_20091221_curiaauguri_it.html

Documento preparatorio al Sinodo 2014:
http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20131105_iii-assemblea-sinodo-vescovi_it.html

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