Home Chiese e Religioni Comunione ai divorziati: tanto rumore per nulla… o quasi

Comunione ai divorziati: tanto rumore per nulla… o quasi

Paolo Bonetti
www.criticaliberale.it

Dunque, il cardinale Walter Kasper vuol dare la comunione ai divorziati purché debitamente pentiti, papa Francesco è perplesso e aspetta il Sinodo d’autunno sui temi della famiglia e della sessualità, Giuliano Ferrara papa laico degli atei devoti è decisamente contrario. Un bel pasticcio, reso ancora più grottesco da quella che è oggi la pratica effettiva dei sacramenti, non solo dell’eucarestia ma della confessione che dovrebbe precederla. Io, non credente, vado ormai in chiesa soltanto per interessi estetici (quadri, sculture, strutture architettoniche, vetrate istoriate e anche i meravigliosi concerti d’organo) oppure obblighi sociali (battesimi, matrimoni, funerali di amici e conoscenti).

Specialmente in questi secondi casi, mi è capitato spesso di notare un gran flusso di persone (uomini e donne, giovani e anziani) che ricevono dall’officiante l’ostia consacrata. Ricordo, da bambino, lo scrupoloso, tormentoso esame di coscienza seguito dalla necessaria confessione a cui mi sottoponevo prima di fare la comunione. Ricordo il terribile senso di colpa che mi prese una volta che mi capitò di leggere sull’Unità, giornale rigorosamente proibito, l’innocente notizia sportiva di Bartali che stava vincendo il giro di Francia. Altri tempi, altro cattolicesimo.

Oggi vedo i confessionali desolatamente vuoti, neanche un peccatore che s’inginocchi e accosti il suo viso alla grata. In compenso la pratica della comunione è quanto mai fiorente. C’è dunque qualcosa che non quadra con la sacra dottrina. Ho chiesto informazioni ad amici cattolici e alcuni di loro, con sincerità, mi hanno detto che fanno spesso la comunione senza confessarsi, anche perché molti dei peccati che la Chiesa ritiene tali per loro non lo sono più. Fra questi cattolici sicuramente ci sono molti divorziati e magari risposati che il prete non riesce a distinguere dagli altri fedeli. E, se anche li distinguesse, molto probabilmente non negherebbe l’ostia consolatrice. L’hanno data perfino a Berlusconi, a questo punto la possono dare a tutti. Di che cosa si discute allora?

Di un fantasma di religione che non esiste più, se non forse nell’animo di qualche non credente disperatamente bisognoso della sottomissione a una qualche autorità. Come ho già scritto, la dottrina non muta e non muterà (si rassicuri Ferrara) con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla pavida classe politica italiana in materia di legislazione sui diritti civili; ma la realtà del sentimento e della pratica religiosa è già cambiata da un pezzo e la Chiesa, nella sua millenaria saggezza, dovrà cominciare a prenderne atto. Peccate pure, la Chiesa è misericordiosa, basta che continuiate ad obbedire nelle faccende che per noi contano.

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La legge o il vangelo? Sui divorziati risposati, le aperture del card. Kasper dividono

Luca Kocci
Adista Notizie n. 11 del 22/03/2014

Ha suscitato reazioni a catena la relazione del card. Walter Kasper al Concistoro dello scorso febbraio (v. Adista Notizie n. 9/14) su tema della famiglia, del matrimonio e, soprattutto, dei divorziati risposati: forti consensi da parte dell’area conciliare e progressista della Chiesa che ha plaudito alle aperture del cardinale, incaricato da papa Bergoglio di aprire il Concistoro e, in un certo modo, lo stesso Sinodo sulla famiglia in programma per il prossimo mese di ottobre il cui dibattito è evidentemente già cominciato; marcati dissensi da parte invece dei settori tradizionalisti e ratzingeriani, mediaticamente rappresentati, in Italia, dal quotidiano Il Foglio di Giuliano Ferrara – che ha pubblicato in anteprima la relazione di Kasper il 1° marzo, accompagnata da una severa stroncatura di Roberto De Mattei, docente di Storia moderna e Storia del cristianesimo all’Università Europea di Roma (ateneo dei Legionari di Cristo), – e dal vaticanista “ruiniano” Sandro Magister, che dal suo blog Settimo Cielo ospitato sul sito internet dell’Espresso, non perde occasione per evidenziare elementi di continuità – talvolta evidenti, molto spesso decisamente forzati ed implausibili – fra Bergoglio e Ratzinger e per bocciare ogni minima discontinuità di Francesco.

Tanto che lo stesso Kasper è più volte tornato sull’argomento rilasciando numerose interviste, più per confermare che per correggere o smentire le tesi espresse al Concistoro. Con le quali, pur ribadendo la tradizionale dottrina cattolica sulla famiglia – «comunità di vita tra uomo e donna, insieme con i loro figli»; «l’essere uomo e l’essere donna sono fondati ontologicamente nella creazione», «non si diventa uomo o donna attraverso la rispettiva cultura, come affermano alcune opinioni recenti», aveva detto Kasper durante la riunione dei cardinali –, ha preso atto della distanza fra magistero e prassi dei credenti («tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute da molti cristiani si è creato un abisso, l’insegnamento della Chiesa appare oggi a molti cristiani lontano dalla realtà e dalla vita») e ha proposto una via per consentire l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati.

Comunione per i divorziati risposati pentiti

«Propongo una via al di là del rigorismo e del lassismo: è ovvio che la Chiesa non si può adattare soltanto allo status quo, ma non di meno dobbiamo trovare una via di mezzo che era la via della morale tradizionale della Chiesa», ha spiegato Kasper al notiziario della Radio Vaticana (10/3). «Non è contro la morale, non è contro la dottrina ma piuttosto a favore di un’applicazione realistica della dottrina alla situazione attuale della grande maggioranza degli uomini, e per contribuire alla felicità delle persone».

Ma cosa ha realmente proposto Kasper al Concistoro? I punti di partenza sono la «misericordia» e la convinzione che «sarebbe sbagliato cercare la soluzione del problema solo in un generoso allargamento della procedura di nullità del matrimonio», che pure secondo il cardinale andrebbe ampliata e sottratta all’esclusiva competenza dei tribunali ecclesiastici, coinvolgendo anche vescovi e parroci, preferendo quindi una via pastorale ad una esclusivamente legalista.

Dopodiché, chiede retoricamente, «questa via al di là del rigorismo e del lassismo, la via della conversione, che sfocia nel sacramento della misericordia, il sacramento della penitenza, è anche il cammino che possiamo percorrere nella presente questione?», ovvero quella dei divorziati risposati. A un divorziato risposato, prosegue la relazione, ora pubblicata anche in un volumetto appena edito dalla Queriniana di Brescia (Walter Kasper, Il Vangelo della famiglia, pp. 78, euro 9): «1. se si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, 4. se però si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di educare i propri figli nella fede, 5. se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua situazione, dobbiamo o possiamo negare, dopo un tempo di nuovo orientamento (metanoia), il sacramento della penitenza e poi della comunione? Questa possibile via non sarebbe una soluzione generale. Non è la strada larga della grande massa, bensì lo stretto cammino della parte probabilmente più piccola dei divorziati risposati, sinceramente interessata ai sacramenti. Non occorre forse evitare il peggio proprio qui? Infatti, quando i figli dei divorziati risposati non vedono i genitori accostarsi ai sacramenti di solito anche loro non trovano la via verso la confessione e la comunione. Non mettiamo in conto che perderemo anche la prossima generazione, e forse pure quella dopo? La nostra prassi collaudata, non si dimostra controproducente? Un matrimonio civile come descritto con criteri chiari va distinto da altre forme di convivenza “irregolare” come i matrimoni clandestini, le coppie di fatto, soprattutto la fornicazione e i cosiddetti matrimoni selvaggi. La vita non è solo bianco o nero; infatti ci sono molte sfumature».

Una proposta tutt’altro che eversiva che però ha suscitato dibattito fra i cardinali – Magister, in un post dell’11 marzo su Settimo Cielo sostiene che ci sarebbe stata «una discussione molto animata, con numerosi cardinali di prima grandezza (sic!) intervenuti contro le tesi sostenute da Kasper» –, tanto che Kasper ha aggiunto nel suo intervento di replica (questo pubblicato non dal Foglio, ma dall’Osservatore Romano sempre dell’11 marzo): «Per arrivare a una soluzione possibilmente unanime è necessario compiere molti passi. Nelle questioni riguardanti la sessualità, il matrimonio e la famiglia, il primo passo consiste innanzitutto nel diventare di nuovo capaci di parlare e nel trovare una via d’uscita dalla immobilità di un ammutolimento rassegnato di fronte alla situazione di fatto. Il semplice chiedersi che cosa sia lecito e che cosa sia invece proibito non è qui di molto aiuto. Le questioni relative a matrimonio e famiglia, tra le quali la questione dei divorziati risposati è soltanto una, sebbene sia un problema pressante, fanno parte del grande contesto entro il quale ci si interroga su come le persone possano trovare la felicità e la pienezza della loro vita». Il «secondo passo» è poi «una rinnovata spiritualità pastorale, che si congeda da una gretta considerazione legalista e da un rigorismo non cristiano il quale carica le persone di pesi insopportabili, che noi stessi chierici non vogliamo portare e che neppure sapremmo portare».

De Mattei: «Proposte devastanti»

Quelle di Kasper sono «devastanti proposte per aggirare il perenne magistero della Chiesa in materia di famiglia e matrimonio», scrive sul Foglio lo storico ultraconservatore Roberto De Mattei, in un lungo articolo titolato “Ciò che Dio ha unito” in cui attacca frontalmente il cardinale accusandolo, di fatto, di essere una “quinta colonna” dell’ideologia relativistica all’interno del Concistoro. «In nessuna parte della sua relazione si dice che la crisi della famiglia è la conseguenza di un attacco programmato alla famiglia, frutto di una concezione del mondo laicista che a essa si oppone», scrive. «È possibile nel 2014 dedicare 25 pagine (la lunghezza della relazione di Kasper, ndr) al tema della famiglia, ignorando l’oggettiva aggressione che la famiglia, non soltanto cristiana, ma naturale, subisce in tutto il mondo? Quali possono essere le ragioni di questo silenzio se non una subordinazione psicologica e culturale a quei poteri mondani che dell’attacco alla famiglia sono i promotori?». «La posizione della Chiesa è inequivocabile», sentenzia De Mattei. «La comunione ai divorziati risposati viene negata perché il matrimonio è indissolubile e nessuna delle ragioni addotte dal cardinale Kasper permette la celebrazione di un nuovo matrimonio o la benedizione di un’unione pseudo-matrimoniale. La Chiesa non lo permise ad Enrico VIII, perdendo il Regno di Inghilterra, e non lo permetterà mai perché, come ha ricordato Pio XII ai parroci di Roma il 16 marzo 1946, “il matrimonio fra battezzati validamente contratto e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà sulla terra, nemmeno dalla Suprema Autorità ecclesiastica”. Ovvero nemmeno dal papa e tanto meno dal cardinale Kasper».

Menozzi: Kasper parla a nome del papa

L’intervento di Kasper «può sembrare soltanto l’espressione dell’autorevole punto di vista di un importante membro della Curia romana. Non è però così. Il fatto stesso che con quella relazione si sia aperto un Concistoro convocato per affrontare il tema della famiglia indica chiaramente che le sue posizioni corrispondono all’orientamento assunto dal governo centrale della Chiesa», è la tesi di Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e specialista della storia del papato moderno contemporaneo (Il Foglio, 7/3), come del resto ha confermato anche il direttore della Sala stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi.

Menozzi coglie con lucidità il senso della relazione di Kasper: ribadisce la «dottrina tradizionale», ma aggiunge «che essa non costituisce un codice giuridico in cui alla violazione della norma corrisponde una sanzione». Insomma «il Vangelo non è un bastone che si brandisce contro uomini renitenti ad accettarlo, ma è una medicina che si somministra loro per aiutarli a guarire dalle cadute in cui incorrono per la debolezza di una natura umana segnata irrimediabilmente dal peccato originale», come del resto – ed è ricordato dallo stesso Kasper – era prassi nella Chiesa dei primi secoli. Ed occorre, puntualizza, «prendere in considerazione l’intero svolgimento bimillenario del suo percorso storico» e non limitarsi «ai secoli che sono succeduti al Concilio di Trento e tantomeno all’interpretazione restrittiva che delle sue deliberazioni in ordine alla famiglia ha dato l’intransigentismo cattolico otto-novecentesco».

Per Kasper si tratta allora di «trovare, senza indulgenze lassiste o rigorismi intemperanti, le forme di applicazione del sacramento della penitenza che consentano al coniuge divorziato di essere riammesso alla pienezza della comunione ecclesiale», basandosi sul presupposto che «la dottrina è viva se la si cala nella storia degli uomini e se sulla base della storia si individuano le più adeguate modalità della sua trasmissione. Sembra dunque alle spalle la stagione ratzingeriana che aveva accantonato la considerazione della storia nella convinzione che solo una atemporale riproposizione del sacro potesse garantire la sopravvivenza del cattolicesimo nella società contemporanea. Non credo solo per una diversa impostazione teologica (pur indubitabile: la generazione che si è formata sulla teologia degli anni ‘50 è ormai scomparsa nelle posizioni di governo della Chiesa), ma soprattutto perché il progetto di Benedetto XVI ha fallito nel suo dichiarato obiettivo di restituire capacità missionaria e slancio apostolico a una Chiesa in grave difficoltà. Kasper, e a quanto pare anche il nuovo pontefice, hanno capito che non è l’astratto appello alla legge naturale e alla legge rivelata a riportare alla Chiesa gli uomini d’oggi, bensì la trasmissione di un messaggio che indica nella speranza e nella misericordia cristiana la via di un cambiamento di vita per uomini feriti dal peccato».

Il cardinale sembra consentire. «Io non parlerei di una rivoluzione, quanto piuttosto di un approfondimento e di uno sviluppo, perché la dottrina della Chiesa è un fiume che si sviluppa e così anche la dottrina sul matrimonio si è sviluppata», dice Kasper alla Radio Vaticana. «Così penso che questo attuale sia un passo simile a quello del Concilio, dove c’erano posizioni della Curia romana contro l’ecumenismo e contro la libertà religiosa; il Concilio ha conservato la dottrina vincolante, e anche qui, io voglio conservare la dottrina vincolante, ma ha trovato una via per superare quelle questioni e ha trovato una via d’uscita. Ed è quella che anche noi dobbiamo trovare, oggi».

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