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La Chiesa italiana a un passo dal bivio

Gianni Di Santo
www.vinonuovo.it

Anche la chiesa e l’episcopato italiano sono oggetto dell’attenzione riformatrice di Papa Francesco: cosa dirà a maggio il Santo Padre ai vescovi italiani nella sua prolusione all’Assemblea Cei?

Eppure Bergoglio li ha consigliati i vescovi italiani: sceglietevi voi il prossimo presidente della Cei. Raccomandazione “umilmente” respinta al mittente. Troppo particolare il rapporto tra il papa e la Chiesa italiana, di cui, appunto, è anche il primate. Semmai una rosa di nomi suggeriti dai vescovi stessi, ma poi la scelta finale che ricada sul papa. Come giusto che sia. Peccato che non succede nel resto delle Chiese del mondo dove, appunto, il primate lo elegge l’Assemblea dei vescovi locali.

Una storia, questa dell’elezione del prossimo presidente della Cei, che in realtà nasconde, almeno mediaticamente, ciò che bolle in pentola nella “potente” Chiesa italiana. Bergoglio la sta sottoponendo, infatti, a una cura drastica: ne ha chiesto un nuovo statuto, ma soprattutto, indica ai suoi pastori una completa conversione pastorale, più del cuore che burocratica.

Nunzio Galantino confermato per cinque anni segretario generale della Cei. Don Luigi Ciotti mano nella mano con il papa. Don Angelo De Donatis che predica gli esercizi spirituali al papa e alla curia. Mons. Bregantini che scrive le riflessioni per la via Crucis del venerdì santo. Mi limito a fare il cronista. E ancora: a maggio, durante l’Assemblea generale della stessa Cei, Bergoglio pronuncerà la prolusione. E cosa dirà?

Non ricordo interventi così incisivi di un papa nella Chiesa italiana. Sì, certo, Giovanni Paolo II nel 1985, durante il Convegno ecclesiale di Loreto, sconfessò l’ala conciliare che faceva capo al card. Martini, aprendo di fatto l’era Ruini, ma non accadde durante un’Assemblea ordinaria. La differenza è notevole. Quello che cerca Francesco è una Chiesa umile, sobria, povera di averi, serva del popolo di Dio e dell’umanità. Dopo il pontificato dialogico di Paolo VI, quello comunicativo-missionario di Giovanni Paolo II, e quello intellettuale di Benedetto XVI, arriva dunque la Chiesa sociale di papa Bergoglio.

È chiaro ormai che una Chiesa potente con i potenti e docile all’idea di religione civile, Bergoglio la detesta. La Chiesa che vuole e immagina è “incidentata”, che esce dalle mura del tempio per incontrare gli uomini lungo le strade delle periferie. Teologicamente e pastoralmente ne parla nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. E per quanto riguarda esperienze pastorali da seguire, basta dare un’occhiata ai nomi dei recenti cardinali oppure ai nuovi membri delle Congregazioni della curia romana per rendersi conto di cosa sia importante, oggi, per papa Bergoglio.

Eppure, la domanda rimane: a maggio, cosa dirà alla Chiesa italiana Bergoglio? Una cosa è sicura: un certo clima da “progetto culturale” e di Chiesa mediatrice di interessi (anche economici) è finito. Rottamato. Il progetto è “sociale”, pastoralmente vicino agli uomini di buona volontà impegnati con chi chiede aiuto e ai lontani. Un rinnovamento quasi interiore all’interno dell’episcopato italiano, che predilige l’annuncio del vangelo sulla strada che non la comunicazione di un’idea vincente di Chiesa nelle stanze del potere o negli ammiccamenti degli “atei devoti”. I valori non negoziabili non sono altro, per Bergoglio, che l’abbandonarsi con misericordia e tenerezza al vangelo che affascina e accarezza.

Ma, è questo il paradosso, sembra che questo “schema” ancora non faccia completamente breccia dalla maggioranza dei pastori italiani. C’è quasi una paura di incontrare il “nuovo”. Ecco perché i prossimi mesi saranno fondamentali per la Chiesa italiana. Francesco aprirà la strada. Alla Chiesa italiana la libertà e la saggezza di percorrerla con coraggio.

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