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Cappellani senza stellette? L’ordinariato militare si spacca

Luca Kocci
Adista notizie n. 15, 19 aprile 2014

Smilitarizzeremo i cappellani militari. Anzi no. Il contraddittorio dietro front-avanti marsch arriva dallo stesso palazzo, quello dell’Ordinariato militare per l’Italia, ma da due uffici diversi: quello dell’ordinario, mons. Santo Marcianò, e quello del vicario episcopale, mons. Angelo Frigerio, i quali, a distanza di poche settimane, hanno fatto due affermazioni diametralmente opposte sul futuro dei preti soldati, una pro smilitarizzazione, l’altra per mantenere inalterato lo status giuridico dei cappellani, inquadrati nelle Forze armate con i gradi e lo stipendio dei soldati, dal tenente generale (l’ordinario) al tenente (il cappellano semplice).

La “notizia”

Pochi giorni fa (8/4), La Stampa pubblica un articolo di Francesco Grignetti con un titolo eloquente: «Addio stipendi e pensioni. La Difesa toglie le stellette ai cappellani militari». La notizia, confezionata come nuova, è in realtà piuttosto datata: Adista ne aveva già parlato il 1° febbraio scorso (v. Adista Notizie n. 4/14). Si riferisce – e l’articolo della Stampa utilizza la stessa fonte, ma con oltre due mesi di ritardo – ad una trasmissione radiofonica di Radio Radicale in cui mons. Frigerio, ospite del programma “Cittadini in divisa” condotto da Luca Marco Comellini, aveva appunto parlato dell’eventualità di procedere alla smilitarizzazione dei cappellani. «Ai cappellani militari i gradi non servono e non interessano», aveva detto il vicario episcopale dell’Ordinariato. «Ci interessa solo avere la garanzia e gli strumenti per poter continuare ad esercitare il ministero pastorale di assistenza spirituale alle donne e agli uomini delle Forze armate». E aveva poi informato dell’avvio delle trattative con il Ministero della Difesa per la sottoscrizione dell’Intesa tra il governo e la Cei – per definire lo status dei cappellani – prevista dal Concordato ma mai stipulata.

Ed è questa la notizia che La Stampa rilancia: «Il ghiaccio è stato rotto. I primi colloqui, molto cordiali. All’insegna della disponibilità. E non era scontato. No, non era affatto scontato che il nuovo ordinario militare, l’arcivescovo monsignor Santo Marcianò, accettasse il principio che i cappellani militari rinuncino ai gradi», scrive Grignetti. L’arcivescovo, prosegue l’articolo, «ha fatto capire, nei colloqui con il Ministero della Difesa, che i cappellani potrebbero anche rinunciare ai gradi. Purché sia garantita l’essenza della loro missione pastorale, che è quella di assistere spiritualmente gli uomini e le donne che servono lo Stato in armi».

La smentita

Alla lettura dell’articolo del quotidiano torinese – quello di Adista non aveva prodotto lo stesso effetto – all’Ordinariato saltano sulle poltrone. E subito arriva un perentorio comunicato stampa: «A seguito di un articolo apparso sul quotidiano La Stampa, dal titolo fuorviante e ad effetto, “Addio stipendi e pensioni. La Difesa toglie le stellette ai cappellani militari”, questo Ordinariato militare precisa che non è stato costituito ad oggi alcun tavolo di confronto ufficiale tra la Santa Sede e il governo italiano per la revisione dello status dei cappellani militari. La notizia ripresa da altri organi di stampa ed enfatizzata con superficialità da talune associazioni risulta, pertanto, assolutamente infondata».A parte l’errore grossolano dell’estensore del comunicato – il tavolo di confronto è fra governo italiano e Chiesa italiana, la Santa Sede non c’entra nulla – la smentita è netta: nessuna smilitarizzazione e soprattutto nessun tavolo è stato aperto. Eppure mons. Frigerio, intervistato da Avvenire (24/1) – quotidiano della Cei, quindi voce ufficiale della Chiesa italiana –, aveva sostenuto l’esatto contrario: «Un incontro – rivelava il vicario episcopale – c’è stato nei giorni scorsi. È stato stabilito di preparare entro Pasqua un primo documento. Poi, tra un paio d’anni, la definizione delle linee portanti» (v. Adista Notizie n. 5/14). E la notizia dell’avvio del confronto viene confermata ad Adista anche da altre fonti.

Ma l’apparente contraddittorietà delle posizioni rivela in realtà una spaccatura profonda che si sta consumando dentro l’Ordinariato: da una parte coloro che spingono per la smilitarizzazione – ovvero per la rinuncia ai gradi – senza però perdere la possibilità di continuare a portare avanti il ministero pastorale delle caserme e nelle missioni all’estero; dall’altra chi invece vuole mantenere le cose come stanno, privilegi e stipendi compresi.

L’Ordinariato se la prende anche con Pax Christi – che da anni si batte per la smilitarizzazione dei cappellani militari –, senza nemmeno nominarla, e con il suo presidente, mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia. «La notizia [della Stampa] – si legge ne comunicato – ripresa da altri organi di stampa ed enfatizzata con superficialità da talune associazioni risulta, pertanto, assolutamente infondata». Pax Christi sarebbe una di queste «talune associazioni». Il giorno stesso della pubblicazione dell’articolo infatti il movimento cattolico per la pace aveva diramato una nota firmata da mons. Giudici e dal coordinatore nazionale, don Renato Sacco. «Pax Christi Italia accoglie positivamente la notizia pubblicata da alcuni giornali sulla disponibilità a trovare un accordo con il Ministero della Difesa per la riduzione di stipendi e stellette ai cappellani militari», si legge nella nota. «Pax Christi auspica che ci si muova speditamente in questa direzione. Tuttavia rimarca l’importanza di allargare il dibattito, fuori e dentro la comunità cristiana, per trovare insieme le risposte ad alcuni quesiti imprescindibili: come si concilia la retorica delle “missioni di pace” con l’assoluta prevalenza, nel bilancio dello Stato, delle spese militari rispetto alla preparazione dei “corpi di pace”? Per noi cristiani come si realizza l’obbedienza al Vangelo con la scarsa attenzione a formare coscienze libere, disposte ad amare anche il “nemico”?».

E dopo la smentita da parte dell’Ordinariato, la replica, secca, del movimento: «L’Ordinariato militare smentisce che siano in atto incontri e trattative tra la Santa Sede e il Ministero della Difesa al fine di trovare un accordo per la riduzione di stipendi e stellette ai cappellani militari. Ne prendiamo atto».

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Addio stipendi e pensioni. La Difesa toglie le stellette ai cappellani militari

Francesco Grignetti
www.lastampa.it, 7 aprile 2014

Il ghiaccio è stato rotto. I primi colloqui, molto cordiali. All’insegna della disponibilità. E non era scontato. No, non era affatto scontato che il nuovo ordinario militare, l’arcivescovo monsignor Santo Marcianò, accettasse il principio che i cappellani militari rinuncino ai gradi. Inquadrati nelle forze armate ci sono infatti 173 tra generali, colonnelli, e capitani con la tonaca. Si muovono senza armi. Il loro compito, garantito dal Concordato, è fornire «assistenza spirituale» ai militari. E però costano cari: una ventina di milioni di euro all’anno. Colpa, o merito, del grado.

Il cardinale Angelo Bagnasco, per dire, vescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, essendo stato ordinario militare dal 2003 al 2006, ovvero comandante dei cappellani, fu automaticamente nominato generale di corpo d’armata (oggi tenente generale), prendeva lo stipendio conseguente al grado ed è andato in pensione con il trattamento commisurato. Il cardinale ha dichiarato che non trattiene un euro per sè da quella pensione. Va tutto in beneficenza. Ma il suo caso serve a capire il meccanismo.

È una legge a regolare la struttura dell’ordinariato militare, che è allo stesso tempo una diocesi della Chiesa e un ufficio dello Stato. Il comandante, l’ordinario, assume il grado militare di tenente generale. È assistito da un Vicario, che ha il grado di maggiore generale, e da due Ispettori, con funzioni di vigilanza, i quali ottengono il grado di brigadiere generale. E così via per li rami: nei reparti ci sono i primi cappellani capi con il grado di maggiore, i cappellani capi con il grado di capitano e i cappellani addetti con il grado di tenente. Ovviamente gli stipendi e poi le pensioni vanno di pari passo con gli avanzamenti.

Ebbene, grazie anche al nuovo corso francescano della Chiesa, si sente aria nuova anche all’ordinariato militare. L’arcivescovo Santo Marcianò, giunto al vertice dell’ordinariato nell’ottobre 2013, ha fatto capire, nei colloqui con il ministero della Difesa, che i cappellani potrebbero anche rinunciare ai gradi. Purché sia garantita l’essenza della loro missione pastorale, che è quella di assistere «spiritualmente» gli uomini e le donne che servono lo Stato in armi. Non che sia una rinuncia facile. Non foss’altro perché «i gradi sono il grimaldello della gerarchia militare», come ha spiegato qualche tempo fa don Angelo Frigerio, ispettore dell’ordinariato. «Un passe-partout».

Don Angelo, grado di brigadiere generale, equivalente a generale di brigata, aveva accettato un invito nella tana del lupo. Parlava cioè ai microfoni di Radio radicale, intervistato da Luca Comellini, un ex maresciallo dell’Aeronautica che ha dato vita a un Partito per la Tutela dei Diritti dei Militari e Forze di Polizia. Comellini, che è di area radicale, è stato il primo a scoprire che dal 1984, siglato il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, manca una Intesa sullo status dei cappellani militari. «Ed è uno scandalo», dice. «Oltretutto negato negli anni scorsi, quando i deputati radicali avevano proposto di passare la spesa per i cappellani militari dal bilancio della Difesa a quello della Chiesa».

Sono trent’anni, insomma, che si va avanti per inerzia. E che si fa finta di niente. Finalmente, con monsignor Marcianò e il ministro Roberta Pinotti sembra giunto il tempo di sedersi attorno a un tavolo e modificare la vecchia Intesa sui cappellani militari (figlia dei Patti Lateranensi del 1929). I tempi magnificamente raccontati da Ernesto Rossi nel suo “Il manganello e l’aspersorio”.

Nella prossima revisione dello status del cappellano militare ci sarà anche modo di ripensare all’assetto gerarchico. Monsignor Marcianò ha dato la sua disponibilità a rinunciare al grado; ne ha accennato anche in un’intervista alle «Iene». E alla Difesa, sotto spending review, l’idea di una limatina alle spese per i cappellani piace anzichenò.

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