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Il terzo corpo del papa

Sandro Magister
http://chiesa.espresso.repubblica.it 7 aprile 2014

Più passano i mesi e più la rinuncia al papato compiuta da Benedetto XVI manifesta la sua eccezionale novità. Altri papi avevano prima di lui rinunciato: l’ultimo, Gregorio XII, nel 1415. Ma Joseph Ratzinger è stato il primo a voler essere chiamato “papa emerito” e a restare con l’abito bianco “nel recinto di san Pietro”, sconcertando i canonisti e facendo temere l’instaurarsi ai vertici della Chiesa di una diarchia di due papi:

Certo, Ratzinger non ha più i poteri di pontefice della Chiesa universale: se ne è spogliato esercitando per l’ultima volta e al sommo grado proprio quella sua potestà di “vicarius Christi”. Ma neppure è tornato ad essere colui che era prima di essere papa. Dopo questi due “corpi” ne ha ora un terzo che non ha precedenti nella storia della Chiesa. È il nuovo “corpo”, il nuovo stato di vita che egli vede legato a quell’impegno “per sempre” assunto con l’accettazione dell’elezione a successore di Pietro.

È ciò che egli ha spiegato nell’ultima delle sue udienze generali, il 27 febbraio 2013, vigilia della sua rinuncia al papato: “Permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre: chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. […]

“Il ‘sempre’ è anche un ‘per sempre’, non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”.

A mettere oggi meglio in luce la novità del gesto di Benedetto XVI è Valerio Gigliotti, docente della storia del diritto europeo nell’università di Torino e specialista dei rapporti tra Stato e Chiesa, in un saggio uscito in questi giorni in Italia: V. Gigliotti, “La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa”, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2013, pp. XL-468, euro 48,00

È la prima volta che in un saggio scientifico – ma anche di avvincente lettura – la rinuncia al papato è analizzata sotto i diversi profili storico, giuridico, teologico e letterario, nell’arco di duemila anni.
Il libro parte dai primi presunti casi di dimissioni papali, alcuni dei quali poco più che leggendari, ma che godettero di una grande fortuna nel Medioevo.

Prosegue con una ricostruzione approfondita della rinuncia più celebre, quella di Celestino V, canonizzato nel 1313, settecento anni esatti prima della “renuntiatio” di Benedetto XVI.

Continua con le rinunce papali spontanee, concordate o imposte nel periodo del grande e del piccolo scisma d’Occidente tra il XIV e il XV secolo, quando la Chiesa fu divisa tra papi e antipapi.

Arriva alle ipotesi di rinuncia esaminate e poi scartate dai quattro papi del Novecento Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Per infine approdare al grande gesto di Benedetto XVI, perfettamente nel solco della tradizione ma anche profondamente innovativo, che il professor Gigliotti ha sintetizzato così, alla vigilia dell’uscita del suo libro, in un articolo su “L’Osservatore Romano” del 28 febbraio, primo anniversario della rinuncia:

“La rinuncia di Benedetto XVI salda la tradizione con l’attualità in una prospettiva totalmente nuova, che affonda le sue radici nella mistica medievale, da Meister Eckhart al Sandaeus, al modello di rinuncia francescano.

“L’ormai classica, felice intuizione di Kantorowicz della natura gemina, doppia, della persona del sommo pontefice, uomo e vicario di Cristo, si arricchisce ora, con la rinuncia di Benedetto XVI, di una terza componente, quella della prosecuzione del servizio alla Chiesa anche dopo l’atto di rinuncia. Non solo più corpo politico e corpo mistico del papa, ma un corpo ministeriale che assume la propria identità e responsabilità proprio nel momento della rinuncia: sono i tre corpi del papa.

“La scelta di Joseph Ratzinger di rimanere ‘presso il Signore, nel recinto di san Pietro’ in qualità di ‘romano pontefice emerito’ legittima un’impostazione nuova, giuridica ed ecclesiologica, da conferire alla ‘renuntiatio papae’.

“Si apre una vera e propria nuova ministerialità, che nella figura del papa emerito assume i tratti di un’autentica mistica del servizio. La prospettiva, a ben guardare, è cristologica prima ancora che storica e giuridica. È la rigenerazione istituzionale della ‘kènosis’, la novità nella continuità, un nuovo inizio”.

Nell’ultimo suo Angelus da papa, il 24 febbraio 2013, seconda domenica di Quaresima, Benedetto XVI, nel commentare il vangelo della trasfigurazione, paragonò la nuova vita che l’attendeva dopo la rinuncia a un “salire sul monte”:

“Cari fratelli e sorelle, questa parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo, è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze”.

Sul monte Tabor Gesù conversava del suo “esodo” con Mosé e con Elia. Conversava anche con Pietro e gli altri due apostoli da cui si era fatto accompagnare.

E anche per il papa emerito Ratzinger oggi è tempo non solo di contemplazione ma di conversazione. Il suo successore Francesco ne ha dato conferma: la “saggezza” e i “consigli” del papa emerito – ha detto in una recente intervista – “danno forza alla famiglia” della Chiesa.

In alcuni casi Benedetto XVI ha parlato apertamente e a tutti. Ad esempio nelle poche pagine folgoranti con cui ha messo in luce aspetti del pontificato di Giovanni Paolo II che ha detto doveroso studiare e assimilare anche oggi:

In altri casi ha dato i suoi consigli al successore in forma strettamente riservata. Ad esempio dopo la pubblicazione dell’intervista estiva di Francesco a “La Civiltà Cattolica”.
A Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio aveva inviato un esemplare dell’intervista e aveva chiesto di scrivergli qualche riga di commento sulla pagina bianca tra il titolo e il testo. Ma il papa emerito fece di più, riempì e rimandò a Francesco ben quattro fogli, troppi per scrivervi soltanto dei complimenti.

Ha detto lo scorso 15 marzo al canale televisivo tedesco ZDF l’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della casa pontificia e segretario del papa emerito: “Benedetto XVI ha esaudito la richiesta del suo successore facendo alcune riflessioni e anche alcune osservazioni su determinate affermazioni o questioni, che riteneva che forse si potevano sviluppare ulteriormente in un’altra occasione. Naturalmente non vi dico su cosa”.

Di certo, con la rinuncia di Ratzinger la figura del papa emerito è entrata per la prima volta nella storia. E giorno dopo giorno contribuisce anch’essa a “fare” storia, in un rapporto dialettico senza precedenti con il papa in carica.

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