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Canonizzazione, l’evento in 4D

Luca Kocci
Il manifesto, 27 aprile 2014

Due papi sugli altari, Giovani XXIII e Giovanni Paolo II. Due sul sagrato di San Pietro, Francesco a presiedere la cerimonia e Benedetto XVI a concelebrarla, leggermente defilato. Un poker di pontefici mai visto nella storia della Chiesa cattolica che oggi saranno i protagonisti della canonizzazione di Roncalli e Wojtyla in piazza San Pietro dove sono previste 800mila persone, forse 1 milione, insieme a 112 delegazioni di Paesi esteri, 24 delle quali guidate da capi di Stato e reali, 11 da primi ministri. Per l’Italia ci saranno Napolitano e Renzi. Il sindaco Marino dichiara spese per oltre 7 milioni di euro (il Vicariato di Roma ne metterà 500mila) e batte cassa con il governo: «La canonizzazione non può riguardare solo Roma e i romani».

Tutto sarà trasmesso in mondovisione e sulla rete, per uno degli eventi – come sempre più spesso capita in Vaticano, si tratti dei funerali di Wojtyla, del volo in elicottero del dimissionario Ratzinger dal Palazzo apostolico a Castel Gandolfo o dell’elezione di Bergoglio – più seguiti nella storia delle comunicazioni. In un processo di mediatizzazione e spettacolarizzazione della fede che rischia sempre più, perlomeno nel senso comune, di identificare la Chiesa con il papato: in molte parrocchie sono stati piazzati degli schermi televisivi sui quali oggi i fedeli vedranno la canonizzazione in diretta al posto della messa domenicale mattutina; e il Centro televisivo vaticano – che ha l’esclusiva sulle immagini del pontefice e quindi farà anche un buon incasso – annuncia che, grazie alla collaborazione con Sky, l’evento sarà «raccontato per la prima volta in 3D» (in 500 cinema di 20 Paesi, 120 solo in Italia) per avere «la sensazione di essere presenti in piazza San Pietro». Insomma si inforcheranno gli occhialini e sembrerà di essere seduti accanto a Bergoglio.

Con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II salgono ad 80 (su 266) i papi santi. La rivista Credere delle edizioni San Paolo in edicola il 30 aprile rivela che presumibilmente il prossimo 19 ottobre verrà beatificato anche Paolo VI. E a breve toccherà anche ad altri due pontefici del ‘900: il controverso Pio XII e Giovanni Paolo I, dei quali sono state riconosciute le «virtù eroiche», primo passo verso la gloria degli altari. Continua dunque e si rafforza, nonostante la collegialità e la sinodalità auspicate da papa Francesco, quella santificazione del papato, e quindi del centralismo romano, criticata dalla Chiesa di base (il manifesto ne ha parlato ampiamente ieri, dando contro delle posizioni del movimento di riforma Noi Siamo Chiesa) ma anche dal cardinal Martini, allergico ad ogni forma di papolatria.

La decisione di Bergoglio – che ha accelerato la corsa verso gli altari di Giovanni XXIII derogando alla necessità del secondo miracolo – di canonizzare insieme Roncalli e Wojtyla, i due papi più popolari del ‘900, oltre ad essere pastoralmente potente e mediaticamente efficacissima, contiene almeno due significati.

Il primo è che Francesco – nei manifesti rappresentato sullo sfondo dietro i nuovi santi con l’aureola – si propone come una sorta di sintesi dei due, evocata da diversi elementi: il richiamo al Concilio Vaticano II e alla «Chiesa povera» di Roncalli, il carisma e la forte presenza mediatica di Wojtyla. Il secondo è il ridimensionamento e l’inserimento nella continuità della storia della Chiesa dell’aggiornamento conciliare di Giovanni XXIII, non a caso mai lasciato solo ma sempre “guardato a vista” da un altro pontefice: quando venne beatificato nel 2000 insieme a lui c’era Pio IX, quindi il papa Sillabo e della condanna della modernità con quello delle aperture al mondo moderno, in una conciliazione degli opposti piuttosto stridente; ora c’è Wojtyla che ha chiuso, spesso depotenziandole e azzerandole, tante questioni aperte o appena lasciate intravedere dal Concilio, come la collegialità episcopale, la morale sessuale, il ruolo delle donne nella Chiesa. Bergoglio riprenderà alcuni di questi temi, come ha dichiarato di voler fare, e li trasformerà in riforme?

Certo è che le canonizzazioni, oltre al valore spirituale che rivestono per i credenti, hanno anche una indubbia ed inevitabile valenza politica. È stato così in tutta la storia della Chiesa, è così anche per la Chiesa di oggi e di domani. Roncalli e Wojtyla, nonostante siano proclamati santi insieme, delineano due modelli e due percorsi diversi e non sempre in armonia: vicini per l’impegno per la pace e contro la guerra, il dialogo interreligioso, la ricomposizione della frattura con gli ebrei, una cui nutrita delegazione sarà oggi presente a San Pietro; distanti su molte altre questioni che hanno come baricentro proprio il Vaticano II e il conservatorismo di Wojtyla sulle nomine episcopali, sulla repressione dei teologi, sull’etica sessuale. Fino ad ora Bergoglio ha rivitalizzato una Chiesa azzoppata dallo scandalo pedofilia, dal Vatileaks, dalla restaurazione di Ratzinger. Si tratterà adesso di vedere quale direzione effettiva prenderà la Chiesa guidata da Francesco.

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I conti con la modernità

Luca Kocci
Il manifesto, 27 aprile 2014

Canonizzazione dei papi o santificazione del papato? Ne abbiamo parlato con Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, studioso del papato in età moderna e contemporanea, autore di volumi come Chiesa e diritti umani (2012), Chiesa, pace e guerra nel Novecento (2008), entrambi editi dal Mulino, e Giovanni Paolo II. Una transizione incompiuta? (Morcelliana, 2006), un’analisi storica del pontificato di Wojtyla.

«La canonizzazione dei papi dell’età contemporanea, iniziata da Pio XII con la santificazione di Pio X, è ormai una linea consolidata della Santa sede – spiega Menozzi –. La concezione della teocrazia medievale per cui il mero accesso al trono di Pietro comporta la santità di chi vi accede si è saldata in questo periodo da un lato con il processo di centralizzazione romana che ha portato all’identificazione della Chiesa con chi la guida, dall’altro con le difficoltà di presenza del cattolicesimo nel mondo moderno. In questo contesto la canonizzazione di un papa vuole fornire alla Chiesa la rassicurazione che chi l’ha guidata si è comportato, nel mare tempestoso della modernità, in maniera tanto adeguata da trovare il riconoscimento della beatitudine ultraterrena».

Quando Giovanni XXIII è stato beatificato, gli è stato affiancato Pio IX: il papa del dialogo con il mondo moderno e quello della condanna della modernità. Ora sta insieme a Giovanni Paolo II, il papa che ha ridimensionato il Concilio Vaticano II. Come interpreta queste scelte?
«Mi sembra un modo per relativizzare le posizioni innovative assunte da Roncalli. Isolare la canonizzazione di Roncalli implicava attribuire un valore ufficiale alla sua linea di governo; affiancarla a quella di Wojtyla significa che entrambe le posizioni sono ugualmente valide. Ma non va sottovalutato il cammino di questi anni: mettere sullo stesso piano Roncalli e Mastai Ferretti significava mostrare che la Chiesa non aveva ancora deciso se continuare nella posizione di contrapposizione o di dialogo con la modernità. Affiancare Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II implica mostrare che sono ormai in gioco soltanto due diverse linee di relazione con la modernità e quindi che il dialogo con il mondo moderno è irreversibile».

Dal punto di vista storico cosa hanno rappresentato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II?
«Giovanni XXIII ha aperto la Chiesa al superamento dell’eredità dell’intransigentismo otto-novecentesco, mostrando che la presenza della Chiesa nella storia poteva prescindere dalla prospettiva di ricostruzione di una società cristiana. Giovanni Paolo II ha elaborato un progetto di intervento sulla società che, pur abbandonando la pretesa di una guida ecclesiastica su tutti gli aspetti del consorzio civile, rivendicava comunque al magistero il compito di indicare alcuni aspetti dell’organizzazione della vita collettiva a cui tutti sempre, comunque e dovunque erano tenuti ad aderire. Per Roncalli la Chiesa poteva entrare nella storia senza un progetto di cristianità, per Wojtyla essa doveva essere guidata da un’ottica di neo-cristianità».

Bergoglio parla di collegialità e sinodalità ma, anche per il suo grande carisma, sembra esserci un ritorno della papolatria. È una sorta di eterogenesi dei fini? O non corrispondono alla realtà le intenzioni “democratiche” di Bergoglio?
«Mi pare indubbio che Bergoglio intenda realizzare una maggiore collegialità nel governo della Chiesa; d’altra parte, a quanto pare, questa era anche una delle condizioni che hanno reso possibile la sua elezione. Naturalmente le modalità con cui la collegialità si può realizzare sono molteplici: per ora si è assistito ad un maggiore ascolto delle Chiese locali e all’annuncio dell’attribuzione di un ruolo dottrinale alle conferenze episcopali. È possibile che si arrivi a ristrutturazioni istituzionali che formalizzino queste aperture ad un effettivo governo collegiale della Chiesa. Resta comunque il fatto che esse non implicheranno l’introduzione di un regime democratico: la Chiesa è un popolo di Dio in cammino nella storia, ma è pur sempre un popolo gerarchicamente ordinato».

Quella di Bergoglio è una rivoluzione?
«È troppo presto per dare giudizi così impegnativi. È certo che Bergoglio ha cambiato per tanti aspetti la linea di Benedetto XVI il quale del resto, con la sua rinuncia, ne ha riconosciuto il fallimento. Fin dove si spingerà il mutamento e soprattutto per sapere se questo mutamento sarà in linea con una lettura evangelica dei segni dei tempi bisognerà ancora aspettare».

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