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“Esperienze pastorali” a scoppio ritardato

Roberto Beretta
www.vinonuovo.it

Nelle riabilitate «Esperienze pastorali» don Milani scriveva: «Non abbiamo odiato i poveri, come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito…»

La mia copia delle «Esperienze pastorali» di don Lorenzo Milani reca la data del 1974. Avevo 15 anni quando la comprai e ricordo ancora assai bene quell’acquisto, abbastanza importante per le mie tasche e per la discreta mole del volume. Per cui sono molto felice che oggi sia stato revocato ufficialmente – pare – il provvedimento ecclesiastico che nel 1958 ne aveva richiesto il ritiro dal commercio o qualcosa del genere (il tartufismo curiale ha tenuto a sottolineare che «non c’è mai stato alcun decreto di condanna dell’opera e dell’autore»; già: ma intanto, e di fatto, il testo – l’unico scritto personalmente dal Priore come destinato alla pubblicazione – risultava ancora ambiguamente nel limbo di quelli da guardare con qualche perplessità di ortodossia).

E sono tanto più contento in quanto quel libro è a buon diritto uno di quei materiali di cui don Milani scrisse con linguaggio colorito alla madre: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi 5 anni non smetteranno di scoppiettare per almeno cinquanta anni sotto il sedere dei miei vincitori»; la lettera è del 1952 e oggi siamo nel 2014: don Lorenzo aveva dunque torto, ma per difetto.

«Esperienze pastorali» era davvero una “bomba”, per gli anni in cui fu scritto; e lo è ancora oggi, che tanta pastorale rischia di rifugiarsi nelle soluzioni tecniche piuttosto che puntare sulle radici: allora si investiva sul cinematografo e il bigliardino, oggi sul dvd e il tweet, ma il prodotto non cambia. Don Milani smonta invece la costruzione su cui poggiava la pratica cattolica tradizionale, dal catechismo alle feste patronali – e lo fa ben prima che la furia iconoclasta del post-concilio renda l’operazione persino scontata -, usando anche grafici e statistiche per dimostrare la debolezza delle fondamenta su cui il tutto si basava.

Nel volume si trovano così le tabelle della frequenza alla messa, la mappa delle collocazioni dei fedeli nella chiesa, le percentuali della sacramentalizzazione (alcuni capitoli sono invece più sociali: sull’istruzione, il voto politico, le condizioni dei contadini, le loro abitazioni…). Ma in realtà l’apparato “scientifico” è solo un pretesto: quel che conta è il cuore che vi pulsa e che si percepisce sanguinante sotto l’uso toscano dei paradossi spietati con cui il giovane sacerdote demolisce la pastorale del suo tempo. Perché la distrugge proprio – e questo è senza dubbio il motivo che provocò l’anatema del Sant’Ufizio all’epoca -, ma si capisce che lo fa affinché altri preti (magari meno liberi e intelligenti del Priore) continuassero a sprecarci tempo e forze, e passione, e vocazione.

Mutatis mutandis, dubito fortemente che la lezione sia stata appresa dalla maggioranza dei pur più colti e preparati preti di oggi. Per questo sono lieto che la Chiesa non abbia più timore ad affidare loro un materiale tuttora esplosivo qual è «Esperienze pastorali»: vuol dire che accetta persino di farselo «ammonticchiare sotto il sedere»… Vuol dire soprattutto che accetta di far rivolgere a se stessa, ai suoi metodi e programmi, quella ironica e amarissima «Lettera dall’oltretomba» che don Milani indirizzò in appendice ai «missionari cinesi del vicariato apostolico d’Etruria, perché contemplando i ruderi del nostro campanile e domandandosi il perché della pesante mano di Dio su di noi, lui solo vogliano ringraziare della nostra giusta condanna». Essa recita: «Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato… E’ stato l’amore dell’ “ordine” che ci ha accecato… Non abbiamo odiato i poveri, come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito… Quando ci siamo svegliati era troppo tardi».

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