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Papi e miracoli oltre le emozioni

don Gennaro Matino
Repubblica, 4 maggio 2014

Miracoli e prodigi, papi santi e feste di piazza, liquefazione di sangue e bacio delle reliquie. Domenica scorsa a Roma la canonizzazione dei due papi, ieri a Napoli il prodigio di San Gennaro. Resto sospeso alla periferia dell’avvenimento.

Colpa mia, beninteso, ma proprio non riesco a liberarmi da un pensiero fisso: sarà questa la strada? “Ma non ti lasci proprio andare?”, mi dice qualcuno, “E a quando una occasione come questa? Hai visto quanta gente a Roma, che successo di popolo e di consensi. Sei troppo razionale, le emozioni pure servono!”.

Miracolo che si aggiunge a miracolo, prodigio a prodigio. Qualcosa mi frena dal condividere l’eccessivo entusiasmo di chi oggi parla con enfasi di rivincita della Chiesa. “Perché non organizzi un pullman per Roma? Ci stanno andando tutti. Hai sentito quanti miracoli hanno fatto in vita i due papi, figurati adesso!”.

Di bocca in bocca corre tra la gente il bisogno di passare quello che i media hanno trasmesso. Ognuno sente il bisogno di raccontare: “C’ero anch’io”, “L’ho conosciuto di persona”, e certo la cosa fa piacere, la semplicità della gente commuove. Ma quanto ancora durerà l’emozione, quanto servirà a nascondere la fragilità di un sistema che, se non riformato, rischia di crollare su se stesso? Bastano i miracoli? Basta la frugale emozione di un giorno straordinario?

Nonostante il clamore di piazze piene, si restringe sempre di più il numero di coloro che sono in grado di passare il testimone della propria fede ai figli e a insegnare loro almeno il segno di croce.
Le emozioni servono anche al credente ma da sole non dicono niente, soprattutto non passano il coraggio della fede nell’oscurità del tempo.

È la verità in cui credi che rende liberi e forti anche dopo la festa, nel tempo successivo quando potrebbe essere delusa ogni attesa.

È la verità che hai ricevuto e alla quale hai aderito che ti permette di continuare a credere indipendentemente dall’urlo o dal sussurro dei consensi, che non ti esalta nel tempo delle piazze piene e non ti abbatte in quello delle piazze vuote.

Qual è la santità che mi sconvolge, quale miracolo mi aspetto che sia capace davvero di dare significato alla mia vita? Guarigioni, segni nel cielo, prodigi straordinari?

Mi piacerebbe poter raccontare di una santità nuova, quella che passa dalle parole del Maestro di Galilea, che non fa discriminazioni tra il fortunato guarito e lo sfortunato inascoltato, la santità universale a cui tutti siamo chiamati come sottolineava il Concilio Vaticano II.

Una santità senza clamori, senza la forza dei miracoli, quella di chi per la sua sola vita diventa prodigio per se stesso, dono per gli altri, miracolo d’amore, offerta di sé per gioia pura, testimonianza di vero.

Altri miracoli mi aspetto da una Chiesa seria che voglia avere meno la presunzione di riempire piazze e dare più senso alla quotidianità: una familiarità di uomini e di donne con la Sacra Scrittura, letta e pregata da soli, nei gruppi e nelle comunità, perché l’ignoranza della Scrittura è ignoranza della salvezza.

Mi aspetto la centralità nella vita ecclesiale delle comunità parrocchiali, oscurata da curie invadenti e mediocri incapaci di passare spessore organizzativo e visione di insieme, comunità non relegate più alla periferia dell’avvenimento credente ma fulcro della vita della gente.

Parrocchie protagoniste di nuovo annuncio, non private della propria forza di fantasia pastorale e liturgica, non sottratte alla loro responsabilità di presenza nel territorio come cellule vive della Chiesa universale, non spogliate di autorevolezza a vantaggio di movimenti o gruppi che sembrano gareggiare nell’occupare spazi di potere e di prestigio.

Una comunione ecclesiale non sbandierata per nascondere trame corporative, per garantire successo a cordate clericali avide di poltrone per i propri adepti, servi sciocchi dal sorriso a comando, ma che sia scambio propositivo, dove partecipazione significhi passione per la costruzione di una Chiesa viva benché la differenza e il diritto a pensarla diversamente.

Partecipazione dei laici a sempre più larghe responsabilità ministeriali; un ruolo più significativo delle donne; una trasparenza amministrativa nella cura dei beni ecclesiastici; una nuova passione ecumenica.

Una comprensione sempre più ampia della missione politica dei credenti pronti a dare ragione della loro fede nei mutevoli scenari del tempo, nell’impresa titanica di restituire dignità ai depredati di tutto.

Miracoli davvero potenti che potrebbero inaugurare una nuova primavera per la Chiesa capace di far fiorire speranze non fugaci, lontane dal riempire piazze ma in grado di dare nuovo entusiasmo alle parrocchie, perché tutta la Chiesa funziona, se c’è o non c’è chiasso a Roma, solo se funziona la parrocchia sotto casa

1 comment

raffaele iavazzo mercoledì, 7 Maggio 2014 at 00:07

Grazie, caro don Gennaro Matino, per questo desiderio di essenzialità, di valori a cui si arriva selezionando scelte, che dicano fino a che punto siamo disposti a mettere in gioco la nostra vita. Grazie per questa testimonianza che dice bene che sulle strade del mondo circolano altre idee, come capitò ai discepoli sulla strada di Emmaus e che si può avere comprensione per la debolezza umana e anche per l’economia dell’emozione, ma che dice con chiarezza, a tratti dolente, che comunque la fede è un’altra cosa. Grazie di cuore. Raffaele Iavazzo

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