Home Chiese e Religioni Tutte le “tentazioni” dei vescovi italiani: il Papa striglia la Cei

Tutte le “tentazioni” dei vescovi italiani: il Papa striglia la Cei

Eletta Cucuzza
Adista Notizie n. 20 del 31/05/2014

Non piace proprio la Chiesa italiana a papa Francesco, per lo meno non gli piace il suo agire a livello gerarchico. Parlando, eccezionalmente, all’apertura dell’assemblea della Conferenza episcopale (la 66a, 19-22/5), subito dopo il saluto resogli dal presidente card. Angelo Bagnasco, ha infilato fra due trattini quattro aggettivi qualificativi galatticamente distanti da qualsiasi encomio. Sollecitando i vescovi a «ascoltare il gregge», ad accompagnare «la crescita di una corresponsabilità laicale», a riconoscere «spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani», ha aggiunto: «con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi ancora su una pastorale di conservazione – di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente – per assumere, invece, una pastorale che faccia perno sull’essenziale».

Niente più che consigli, «riflessioni» – così ha presentato Francesco le sue parole –, con cui però nientemeno «rivisitare il ministero» episcopale, perché esso va protetto dalle «tentazioni, che cercano di oscurare il primato di Dio e del suo Cristo». Tentazioni a «“legione” nella vita del Pastore: vanno dalla tiepidezza, che scade nella mediocrità, alla ricerca di un quieto vivere, che schiva rinunce e sacrificio», da quella «fretta pastorale», «quell’accidia che porta all’insofferenza», alla «presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull’abbondanza di risorse e di strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo». Tentazione «è accomodarsi nella tristezza, che mentre spegne ogni attesa e creatività, lascia insoddisfatti e quindi incapaci di entrare nel vissuto della nostra gente e di comprenderlo alla luce del mattino di Pasqua». È così che «finiamo per toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative. Perché i piani pastorali servono, ma la nostra fiducia è riposta altrove: nello Spirito del Signore, che, nella misura della nostra docilità, ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione».

Il papa ha messo in guardia l’episcopato italiano dalla «mancanza o comunque povertà di comunione»: essa «costituisce lo scandalo più grande, l’eresia che deturpa il volto del Signore e dilania la sua Chiesa. Nulla giustifica la divisione». E anche in questo contesto ha delineato «tentazioni che diversamente ci sfigurano»: «La gestione personalistica del tempo, quasi potesse esserci un benessere a prescindere da quello delle nostre comunità; le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele che tradisce intime delusioni; la durezza di chi giudica senza coinvolgersi e il lassismo di quanti accondiscendono senza farsi carico dell’altro. Ancora: il rodersi della gelosia, l’accecamento indotto dall’invidia, l’ambizione che genera correnti, consorterie, settarismo: quant’è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso… E, poi, il ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute; e la pretesa di quanti vorrebbero difendere l’unità negando le diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa…».

Si ferma mica qui l’elenco delle tentazioni. Esse, è andato avanti Francesco, «si esprimono sulla distinzione che a volte accettiamo di fare tra “i nostri” e “gli altri”; nelle chiusure di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi curare pure dell’ingiustizia che è causa di quelli altrui; nell’attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada».

“Luoghi” di attenzione pastorale

Il papa assegna poi i compiti sul “territorio”. «Tra i “luoghi” – ha detto – in cui la vostra presenza mi sembra maggiormente necessaria e significativa, e rispetto ai quali un eccesso di prudenza condannerebbe all’irrilevanza, c’è innanzitutto la famiglia». «Testimoniatene la centralità e la bellezza. Promuovete la vita del concepito come quella dell’anziano», ma «non trascurate di chinarvi con la compassione del samaritano su chi è ferito negli affetti e vede compromesso il proprio progetto di vita» (leggi divorziati risposati?).

Un altro spazio oggi da non «disertare è la sala d’attesa affollata di disoccupati» e, a seguire, i migranti, che «fuggono dall’intolleranza, dalla persecuzione, dalla mancanza di futuro. Nessuno volga lo sguardo altrove». Ma «più in generale», ha indicato Francesco «le difficili situazioni vissute da tanti nostri contemporanei, vi trovino attenti e partecipi, pronti a ridiscutere un modello di sviluppo che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forma di emarginazione e di esclusione».

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