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Gli scandali del prete

Roberto Beretta
www.vinonuovo.it

Devo a un periodico «per preti» (in realtà molto interessante anche per laici), «Settimana» dei dehoniani di Bologna, una segnalazione che avrei voluto leggere per intero ma che non sono riuscito a reperire sul web.

Reca la firma di don Gabriele Burani, rettore del seminario di Reggio Emilia che altre volte si è dimostrato capace di mettere il dito nella piaga con riflessioni – per esempio – sullo «sfruttamento» dei giovani preti, ed è relativo a tre puntate apparse sul settimanale diocesano «La libertà» e dedicate agli «scandali» provocati dai sacerdoti.

Pedofilia? Amanti segrete? Maneggi di denaro? Niente di così semplice… Secondo l’autocritica di don Burani, infatti, «noi preti scandalizziamo» non solo allorché interviene la magistratura e si riempiono le pagine dei giornali, ma in altre e più subdole, inoffensive, ordinarie maniere. Per esempio si scandalizza (e riprendiamo i casi citati dalla sintesi di «Settimana») quando:

– si pensa di essere in grado di «seguire bene tutte le dimensioni della pastorale» e di essere «efficace con tutte le età», mentre nessuno può avere in sé tutto quello che è necessario alla varietà di esigenze di una parrocchia. Chi è tagliato per i giovani, non ci sa fare con i malati; chi cura la Caritas trascura la catechesi, e via dicendo. Così le comunità vengono «favorite in un senso e bloccate in altri».

– «Si impediscono le iniziative che non corrispondono alla sensibilità propria (ma sono buone e importanti in sé)». E’ lo scandalo di limitare la parrocchia a propria misura, «impedendone la crescita su aspetti fondamentali della vita cristiana». Don Burani parla addirittura di «comunità in ostaggio del parroco che impone una sua linea (buona ma parziale), comunità che crescono disarmoniche, come corpi mostruosi (senza mani o senza piedi o senza testa o senza cuore…)».

– Si escludono «dai consigli pastorali le persone che si confrontano alla pari, che magari non la pensano come noi su tutto» ovvero «si rendono inutili gli organismi di partecipazione, per poi decidere con chi non ci pone difficoltà».

– Non si dialoga tra preti, non si condividono i progetti, non si decide sui casi difficili. Esistono sacerdoti che hanno sperimentato un modello da giovani e continuano ad applicarlo a dispetto di tutte le situazioni e i cambiamenti: «Io continuo con i miei metodi. Chi verrà dopo cambierà». Ma così si perpetua uno schema che magari non funziona più e non si prepara in modo responsabile il futuro: «Non è cristiano imporre ai preti più giovani i pesi che noi adulti non vogliamo portare»…

Sono certo che ognuno dei lettori potrebbe aggiungere i suoi «scandali» personali. Ma forse è più fruttuoso trovare un punto comune tra questi mali, che a mio parere è «essere padri-padroni della parrocchia»; a volte – la maggioranza – senza nemmeno rendersene conto, anzi proprio a causa dello zelo e della passione per il ministero, che però rende ciechi verso i propri difetti e limiti. «Surtout pas trop de zèle», diceva qualcuno; ma non era solo cinismo.

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