Home Chiese e Religioni «I corrotti e gli sfruttatori non saranno felici dall’altra parte e dovranno rendere conto a Dio»

«I corrotti e gli sfruttatori non saranno felici dall’altra parte e dovranno rendere conto a Dio»

Vito Mancuso
Repubblica 13.06.2014

Così le parole del Papa riaprono la questione teologica e morale del giudizio.. Perché l’uomo ha bisogno che il male venga punito

Esiste l’Inferno? E se esiste, quali sono i criteri per esserne rinchiusi o scamparne? Sono queste le due grandi questioni sollevate dal potente discorso di papa Francesco due giorni fa, quando ha levato alta la voce contro chi «vive nel male, bestemmia Dio, sfrutta gli altri, li tiranneggia, vive soltanto per i soldi, la vanità, il potere»; quando ha messo in guardia dal «riporre la speranza nei soldi, nell’orgoglio, nel potere, nella vanità»; quando ha detto che i corrotti non saranno felici «dall’altra parte» e per loro «sarà difficile andare dal Signore»; quando ha tuonato contro quelli che «fabbricano armi per fomentare le guerre» dicendo che «sono mercanti di morte e fanno mercanzia di morte». Contro questi operatori di iniquità il Papa ha proclamato «che un giorno tutto finisce e dovranno rendere conto a Dio».

Parole che mi hanno ricordato la mano alzata di fra Cristoforo a casa di don Rodrigo e il suo celebre «verrà un giorno» del capitolo sesto dei Promessi sposi. Ma verrà davvero quel giorno? Esiste il giudizio e l’Inferno che ne può derivare? Esiste cioè una logica del mondo cui la libertà deve rendere conto? Oppure quel giorno non verrà e non ci sarà giudizio, perché non esiste logica più grande dell’uomo e il mondo è solo dei potenti e dei furbi? Ben lungi dal rimandare a lugubri e grotteschi scenari con diavoli e arroventati tridenti, l’esistenza dell’Inferno rimanda al senso complessivo del mondo: se esso sia ultimamente governato da una logica di bene e di giustizia cui la libertà deve rispondere (divenendo responsabile), oppure no, perché c’è solo l’arbitrio e la volontà di potenza dei singoli in competizione tra loro.

Già Platone nutriva la convinzione che l’aldilà riservi «qualcosa di molto migliore per i buoni che non per i cattivi» (Fedone, 63 C) e Kant a sua volta ha affermato: «Non troviamo nulla che già sin d’ora ci possa fornire ragguagli sul nostro destino in un mondo futuro se non il giudizio della nostra coscienza, quello che il nostro stato morale presente ci permette di giudicare in maniera razionale» ( La fine di tutte le cose ).

Tutte le grandi religioni insegnano che l’anima sarà giudicata: gli egizi mediante l’immagine della psicostasia o pesatura dell’anima (ripresa anche nel medioevo cristiano), lo Zoroastrismo e l’Islam mediante il simbolo del ponte escatologico sottile come un capello su cui le anime appesantite dal peccato precipiteranno senza scampo, l’Induismo e il Buddismo mediante il concetto di karma che determina le successive reincarnazioni. Lo scenario è comunque lo stesso: 1) c’è una logica che struttura il farsi del mondo; 2) la libertà umana è chiamata a rispondervi; 3) la qualità della risposta determinerà il giudizio che l’attende, quando la libertà verrà meno di fronte alla logica cosmica; 4) il giudizio può avere esito negativo. Ciò che il cristianesimo chiama Inferno, laicamente è il fallimento, nel senso che la libertà può fallire e un’intera esistenza rivelarsi sprecata.

Richiamando corrotti, trafficanti di uomini, mercanti di morte e in genere tutti coloro la cui interiorità è abitata dall’avidità e dalla brama, papa Francesco non ha fatto altro che ribadire la sovranità del bene e della giustizia (che un cristiano chiama Dio) su questo mondo, e la conseguente responsabilità che ne scaturisce, quella di impostare la vita all’altezza di questo nobile ordinamento.

Naturalmente da ciò non consegue per nulla la sicurezza sull’esistenza dell’Inferno-Paradiso e di Dio, tutto ciò rimarrà sempre e solo oggetto di fede. Da ciò consegue piuttosto una domanda per ogni persona responsabile: l’amore per il bene e per la giustizia che talora si accende in noi è solo un personalissimo anelito oppure è la manifestazione di una logica più grande a cui originariamente apparteniamo?

Vengo alla seconda questione sollevata dal profetico discorso del Papa, quella dei criteri che nel giudizio finale determinano la perdizione o la salvezza. La tradizione cristiana afferma da un lato che ci si salva grazie alla fede, dall’altro grazie al bene compiuto. A cosa però spetta il primato: alla fede professata o al bene praticato? E chi andrà all’Inferno: i non credenti o gli iniqui? Ancora oggi alcuni cristiani sostengono il primo polo dell’alternativa sottolineando l’irrilevanza della dimensione etica per il destino finale, giocato interamente sull’adesione allo “scandalo” della fede di cui parlava san Paolo esemplificata dal noto detto di Lutero che invitava pure a peccare ma a credere ancora di più ( pecca fortiter sed fortius crede ).

Il Papa l’altro giorno ha detto esattamente il contrario: all’Inferno ci andranno gli iniqui, i corrotti, chi vive solo per il denaro e fa male al prossimo. È il pensiero di Gesù quale appare dal Vangelo con i criteri del giudizio finale basati non sull’adesione dottrinale ma sulla pratica del bene: «Avevo fame e mi avete saziato, avevo sete e mi avete dato da bere…» (Mt 25, 35 e 42).

Anche questa è una convinzione universale. Per limitarmi alla religione dell’antico Egitto, nella pesatura dell’anima del defunto il contrappeso era la piuma della dea Maat, personificazione della Giustizia. Ma ancora più notevole è la somiglianza tra il brano evangelico citato e un passo del Libro dei Morti: «Ho soddisfatto Dio con ciò che ama. Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva».
Queste parole risalgono a 1500 anni prima di Cristo. Da testi come questo emerge la verità del cristianesimo, verità come universalità a cui tutte le religioni attingono e che mai è mancata agli uomini. Ed è parlando questo linguaggio che papa Francesco raggiunge tutti coloro che amano la giustizia, a qualunque fede o popolo appartengano.

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Papa Francesco: “Corrotti e fabbricanti di armi dovranno render conto a Dio”

www.vatican.va

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro – Mercoledì, 11 giugno 2014

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Il dono del timore di Dio, di cui parliamo oggi, conclude la serie dei sette doni dello Spirito Santo. Non significa avere paura di Dio: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene.

1. Quando lo Spirito Santo prende dimora nel nostro cuore, ci infonde consolazione e pace, e ci porta a sentirci così come siamo, cioè piccoli, con quell’atteggiamento – tanto raccomandato da Gesù nel Vangelo – di chi ripone tutte le sue preoccupazioni e le sue attese in Dio e si sente avvolto e sostenuto dal suo calore e dalla sua protezione, proprio come un bambino con il suo papà! Questo fa lo Spirito Santo nei nostri cuori: ci fa sentire come bambini nelle braccia del nostro papà. In questo senso, allora, comprendiamo bene come il timore di Dio venga ad assumere in noi la forma della docilità, della riconoscenza e della lode, ricolmando il nostro cuore di speranza. Tante volte, infatti, non riusciamo a cogliere il disegno di Dio, e ci accorgiamo che non siamo capaci di assicurarci da noi stessi la felicità e la vita eterna. È proprio nell’esperienza dei nostri limiti e della nostra povertà, però, che lo Spirito ci conforta e ci fa percepire come l’unica cosa importante sia lasciarci condurre da Gesù fra le braccia di suo Padre.

2. Ecco perché abbiamo tanto bisogno di questo dono dello Spirito Santo. Il timore di Dio ci fa prendere coscienza che tutto viene dalla grazia e che la nostra vera forza sta unicamente nel seguire il Signore Gesù e nel lasciare che il Padre possa riversare su di noi la sua bontà e la sua misericordia. Aprire il cuore, perché la bontà e la misericordia di Dio vengano a noi. Questo fa lo Spirito Santo con il dono del timore di Dio: apre i cuori. Cuore aperto affinché il perdono, la misericordia, la bontà, le carezza del Padre vengano a noi, perché noi siamo figli infinitamente amati.

3. Quando siamo pervasi dal timore di Dio, allora siamo portati a seguire il Signore con umiltà, docilità e obbedienza. Questo, però, non con atteggiamento rassegnato, passivo, anche lamentoso, ma con lo stupore e la gioia di un figlio che si riconosce servito e amato dal Padre. Il timore di Dio, quindi, non fa di noi dei cristiani timidi, remissivi, ma genera in noi coraggio e forza! È un dono che fa di noi cristiani convinti, entusiasti, che non restano sottomessi al Signore per paura, ma perché sono commossi e conquistati dal suo amore! Essere conquistati dall’amore di Dio! E questo è una cosa bella. Lasciarci conquistare da questo amore di papà, che ci ama tanto, ci ama con tutto il suo cuore.

Ma, stiamo attenti, perché il dono di Dio, il dono del timore di Dio è anche un “allarme” di fronte alla pertinacia nel peccato. Quando una persona vive nel male, quando bestemmia contro Dio, quando sfrutta gli altri, quando li tiranneggia, quando vive soltanto per i soldi, per la vanità, o il potere, o l’orgoglio, allora il santo timore di Dio ci mette in allerta: attenzione! Con tutto questo potere, con tutti questi soldi, con tutto il tuo orgoglio, con tutta la tua vanità, non sarai felice. Nessuno può portare con sé dall’altra parte né i soldi, né il potere, né la vanità, né l’orgoglio. Niente! Possiamo soltanto portare l’amore che Dio Padre ci dà, le carezze di Dio, accettate e ricevute da noi con amore. E possiamo portare quello che abbiamo fatto per gli altri. Attenzione a non riporre la speranza nei soldi, nell’orgoglio, nel potere, nella vanità, perché tutto ciò non può prometterci niente di buono!

Penso per esempio alle persone che hanno responsabilità sugli altri e si lasciano corrompere; voi pensate che una persona corrotta sarà felice dall’altra parte? No, tutto il frutto della sua corruzione ha corrotto il suo cuore e sarà difficile andare dal Signore. Penso a coloro che vivono della tratta di persone e del lavoro schiavo; voi pensate che questa gente che tratta le persone, che sfrutta le persone con il lavoro schiavo ha nel cuore l’amore di Dio? No, non hanno timore di Dio e non sono felici. Non lo sono. Penso a coloro che fabbricano armi per fomentare le guerre; ma pensate che mestiere è questo. Io sono sicuro che se faccio adesso la domanda: quanti di voi siete fabbricatori di armi? Nessuno, nessuno. Questi fabbricatori di armi non vengono a sentire la Parola di Dio! Questi fabbricano la morte, sono mercanti di morte e fanno mercanzia di morte. Che il timore di Dio faccia loro comprendere che un giorno tutto finisce e che dovranno rendere conto a Dio.

Cari amici, il Salmo 34 ci fa pregare così: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera» (vv. 7-8). Chiediamo al Signore la grazia di unire la nostra voce a quella dei poveri, per accogliere il dono del timore di Dio e poterci riconoscere, insieme a loro, rivestiti della misericordia e dell’amore di Dio, che è il nostro Padre, il nostro papà. Così sia.

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