Home Chiese e Religioni La differenza tra un hashtag e una «Ave Maria»

La differenza tra un hashtag e una «Ave Maria»

Bad Catholic
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Il mondo di oggi ci pone con sempre più facilità davanti agli occhi dolore e ingiustizie. Non dobbiamo nemmeno accendere più la tv: spuntano direttamente sullo schermo del nostro computer o dello smartphone. E la reazione spontanea sta diventando altrettanto immediata: un Tweet o l’adesione a una campagna con un particolare hashtag. Ma c’è ancora posto per la preghiera o non si tratta – in fondo – di un suo surrogato laico? E che cosa della preghiera si perde in questo tipo di meccanismo? Proponiamo alla riflessione dei nostri lettori ampi stralci di un articolo apparso qualche settimana negli Stati Uniti sul blog Bad Catholic ospitato sul sito Patheos.com.

Oggi siamo molto più consapevoli del male rispetto a qualsiasi altra generazione venuta prima di noi. Veniamo raggiunti da storie di malattie che non avevamo mai sentito, da conflitti in Paesi di cui non sappiamo nemmeno pronunciare i nomi. Tra un video su un gatto e l’altro, siamo aggiornati su attentati terroristici, genocidi, uragani, omicidi, stupri. Siamo quotidianamente aggiornati su sofferenze insopportabili.

Nonostante internet tenda a livellare le tragedie facendole diventare oggetti di interesse come tutti gli altri – proponendo ad esempio le immagini delle crocifissioni in Siria accanto ai nachos pubblicati su Instagram, entrambi con la possibilità di dire “mi piace” – noi sappiamo che non possiamo rimanere neutrali di fronte a queste atrocità. Il rapimento delle ragazze nigeriane, i bambini soldato di Joseph Kony in Uganda sono ingiustizie. Sono atrocità inenarrabili. Conoscerle significa, in qualche modo, diventare responsabili rispetto a queste storie.

È lo stesso principio che abbiamo applicato alla Germania nazista. Abbiamo condannato i cittadini che sapevano dell’esistenza dei campi di concentramento fuori dalle loro città e non hanno fatto nulla. Per cui è chiaro: essere a conoscenza dell’ingiustizia comporta la responsabilità di portare giustizia. Diventa però meno chiaro quando i campi di concentramento sono i circuiti delle donne schiave dello sfruttamento sessuale in Arabia Saudita, la nostra «città» sta in Virginia e il canale attraverso cui lo veniamo a sapere è una rete televisiva come NPR. Siamo ancora responsabili rispetto a un male che conosciamo a distanza? E se sì, come possiamo rispondere a qualcosa che immediatamente e tangibilmente non abbiamo la possibilità di cambiare?

Per i cristiani la risposta è ovvia: preghiera e digiuno. Il mondo è grande, le distanze sono immense, ma Dio è uno e viviamo tutti in Lui. Quindi non c’è sofferenza a cui non possiamo rispondere, nessuna ferita personale per la quale non possiamo intercedere, nessuna guerra straniera per la quale non possiamo invocare la pace. Lo abbiamo visto ad esempio per la giornata di digiuno e preghiera chiesta dal Papa per la Siria.

Ma in una società post-cristiana, e più in generale, in una società post-preghiera, la risposta alla nostra consapevolezza crescente delle atrocità sta diventando sempre di più la campagna su Twitter. Per scavalcare la nostra impotenza di fronte all’ingiustizia e alla sofferenza, twittiamo, condividiamo e, più in generale, ne parliamo.

Prendiamo la campagna Kony2012. Abbiamo percepito un male – le azioni di Joseph Kony, che riduce in schiavitù i bambini. Abbiamo avvertito una responsabilità – bisogna fermarlo. E per ottenerlo abbiamo fatto crescere la consapevolezza. Ne abbiamo parlato. Lo abbiamo reso una celebrità. L’idea era semplice: se creiamo abbastanza movimento, qualcuno – magari l’Onu, gli Stati Uniti o il governo ugandese – lo fermerà. Siamo nel 2014 e Kony è ancora lì al suo posto. Abbiamo smesso di parlare di lui e delle sue azioni. Abbiamo smesso di stare male per i suoi bambini-soldato. Nel frattempo Josph Kony che riduceva in schiavitù i bambini è stato una massiccia, orchestrata conversazione americana su Joseph Kony che riduceva in schiavitù i bambini.

Questo è evidentemente un buon esempio del mito che sta alla base dell’idea di suscitare consapevolezza. Perché la consapevolezza non è in se stessa azione. (…) Ma anche prescindendo dalla questione degli effetti a livello collettivo, considerandolo solo come un atto personale, qual è l’essenza dell’attivismo degli hashtag, questa campagna attraverso i social-media che non ti chiede di staccarti un attimo dal tuo pc?

È il surrogato post-cristiano della preghiera.

La preghiera è una realtà umana fondamentale. Non c’è cultura sulla terra che non conosca almeno qualche forma di preghiera, invocazione, devozione, lode o sacrificio, che veda gli eventi del mondo e della propria esistenza come legati alla vita di una divinità. La rimozione della preghiera dalla vita delle persone non è come eliminare una particolare abitudine alimentare. La preghiera è qualcosa di primordiale, che deve essere sostituito. (…)

Teresa di Lisieux dice che “la preghiera è un moto del cuore: è un semplice sguardo rivolto verso il cielo”. Ma anche l’hashtag dell’attivista è certamente un moto del cuore. È una risposta non articolata, emotiva, a un male percepito. Ed è, senza dubbio, un “rivolgere lo sguardo al cielo” – anche se un cielo minore popolato da divinità minori.

Condividere e diffondere Kony2012, #BringBackOurGirls e movimenti di questo genere è un modo per rivolgersi a “potenze superiori”. Non c’è nessun piano d’azione specifico. La stessa Michelle Obama, sposata all’uomo più potente del mondo, può sollevare il cartello con l’hashtag senza avvertire alcuna ironia proprio per questa ragione: il tweet chiede di agire a “qualcuno, da qualche parte”, non a una specifica persona. (…)

La preghiera non chiede una risposta da Dio. Chiediamo, ma nello stesso tempo sappiamo di “non sapere come chiedere”, che le nostre motivazioni sono spesso impure (se non addirittura deprecabili), e che lo scopo ultimo della preghiera non è contrattare con Dio, ma aprire noi stessi al suo disegno, a dire: “sia fatta la tua volontà”. Spesso mi sono accorto che la mia invocazione sembrava necessaria, un risultato assolutamente da ottenere, solo fino a quando ho cominciato a pregare davvero. È una sorta di paradosso: possiamo sinceramente chiedere a Dio una cosa o un’altra, ma poi scopriamo, anche nelle nostre domande, che ciò che realmente desideriamo è qualcosa di più profondo: conoscere Dio e sapere che Lui ci ama.

Ebbene, la campagna Twitter riflette anche questo atteggiamento, pur in una maniera un po’ perversa. Non chiediamo un risultato. Kony2012 non ha ottenuto il risultato di fermare Kony, ma noi abbiamo finito con Kony2012. Le t-shirt che avevamo comprato sono sprofondate nello scaffale più in basso del nostro armadio. Sì, è vero che spesso questi movimenti ottengono anche dei gesti significativi da parte dei governi, ma la maggior parte delle persone non segue la campagna a sufficienza per vedere questi “risultati”, mostrando che il risultato non era affatto l’obiettivo vero dell’attivista medio della campagna (…)

Avevamo bisogno di dire qualcosa. La nostra impotenza ci stava scoppiando dentro. Eravamo diventati responsabili. Dovevamo fare qualcosa, ma non potevamo, e allora abbiamo detto qualcosa, e l’abbiamo detta tante volte. Attraverso Kony2012 siamo stati tutti assolti dalla nostra impotenza, anche se non abbiamo fatto nulla e anche quelle “potenze superiori” che hanno agito non hanno ottenuto ciò che la campagna si proponeva.

Il cristiano risolve la propria impotenza mettendola nelle mani di Dio, che è forte quando noi siamo deboli. L’attivista risolve la propria inadeguatezza nella massa, nel potere della diffusione della “consapevolezza” tra milioni di persone, nella folla che si fa sentire mentre lui è quieto. È questo il parallelismo cruciale. Tutte e due le invocazioni generano una comunità. L’attivismo degli hashtag riunisce gli individui in uno scopo comune attraverso un media comune – una parola condivisa, un pensiero condiviso, il “brand” del movimento. La preghiera crea una comunità nella quale siamo uniti dalla nostra relazione con Dio, nel nostro mutuo dipendere da Lui, in una comunione che non è una folla ma una Chiesa. (…)

Però ci sono differenze. La preghiera è difficile, inviare un tweet è semplice. La preghiera richiede tempo, per aggiornare uno status basta un click. La preghiera è necessariamente contemplazione dell’ingiustizia di fronte alla quale siamo stati posti, del nostro profondo bisogno di Dio di fronte al male. Possiamo invece twittare l’hashtag con uno slogan senza nemmeno pensarci, o senza alcun nostro coinvolgimento esistenziale.

La preghiera è azione, un fare, qualcosa che non rinnega la nostra possibilità di agire anche in altre maniere, anzi l’incoraggia e l’ispira. Se avvertire la sofferenza di chi ci sta vicino ci rende responsabili verso di lui, quanto più lo diventiamo dopo aver pregato per lui con un’invocazione a quel Dio che ci comanda di amare il prossimo, un Dio che odia l’ipocrisia, un Dio nel quale io e il mio fratello che soffre siamo una cosa sola? Al contrario l’attivismo degli hashtag è un’espressione, non un fare, e pur non escludendo l’azione, può benissimo scansarla, sia passando la responsabilità alle “potenze superiori” sia accontentandosi dell’illusione di un’azione, come avvertire di aver fatto qualcosa.

Il bisogno di levare il capo verso l’alto, in un’invocazione comune, senza curarsi del risultato, è un meccanismo inscritto nel profondo di noi stessi come risposta alle tragedie. Il mio timore è che l’attivismo sui social media assomigli molto a una purificazione rituale di questo bisogno di pregare e che – come risultato – l’attivismo sociale cesserà di agire, di essere orientato davvero a risposte o risultati, e così le tragedie diventeranno semplici opportunità per beneficiare di una sorta di catarsi etica, occasione per mostrare solo i nostri muscoli indeboliti.

Ovviamente è possibile che nulla di tutto ciò stia accadendo e che i nostri movimenti su Facebook siano una nuova vetta della carità umana. Io però non la penso così.

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