Home Chiese e Religioni E se lo prendessimo alla lettera?

E se lo prendessimo alla lettera?

Paola Springhetti
www.vinonuovo.it

Sull’idea dell’arcivescovo Nunnari di una moratoria delle processioni là dove appaiono oggi irrecuperabili al valore della legalità Tre fatti, di cui si è avuto notizia tra il 6 e il 7 luglio hanno messo in scena, ancora una volta, il dramma della la commistione tra alcune realtà ecclesiali, criminalità organizzata, tradizioni popolari.

Scena prima, Palermo. Monica Maimone viene aggredita da due uomini che le hanno intimato di lasciare la città e il lavoro che sta facendo. Cioè organizzare il Festino di Santa Rosalia che si celebrerà il 14 luglio. L’imprenditrice, che è di Varese, ha fatto denuncia ed ora è sotto scorta.

Scena seconda, Larino (Campobasso). Il vescovo della diocesi, Gianfranco De Luca, fa sapere che alcuni detenuti per reati connessi alla ‘ndrangheta, hanno detto di non voler più partecipare alla Messa, dopo le parole di Papa Francesco («coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati»).

Terza scena, Oppido Mamertina (Reggio Calabria). La processione della Madonna delle Grazie si ferma per trenta secondi davanti alla casa di Giuseppe Mazzagatti, anziano boss condannato all’ergastolo ma ora ai domiciliari per motivi di salute. La sosta equivale a un reverente inchino. I carabinieri abbandonano platealmente la processione, i preti e i fedeli no.

Tre scene e tre domande. Prima: è rimasto qualcosa di religioso, qualche cosa che abbia a che fare con la fede, nella festa di Santa Rosalia a Palermo, tra derive spettacolari e radicamenti mafiosi?

Seconda: lo “sciopero della Messa” dei detenuti di Larino, che senso ha? Alcuni, nella Chiesa, lo hanno interpretato come un segnale positivo: il papa avrebbe colpito i loro cuori, con le sue parole. Ma Roberto Saviano non è per niente d’accordo: secondo lui quella scelta è piuttosto «una dichiarazione di obbedienza alla ‘ndrangheta, la riconferma del giuramento di fedeltà alla Santa… La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato» (“Repubblica”, 7 luglio).

Terza domanda: a cosa sono “fedeli” i fedeli (e i sacerdoti) che hanno sostato compunti davanti alla casa del boss della ‘ndrangheta? Pensavano di fare cosa gradita a quella Madonna delle Grazie che portavano in processione?

Le tre domande si riassumono in una: di quale fede sono espressione le tradizioni religiose popolari di questo tipo, così amorevolmente custodite dalle mafie, che infestano il nostro Paese e che sovvenzionano generosamente quelle stesse feste e processioni? È possibile un cammino di conversione per chi sta in carcere e per chi sta fuori e – dentro o fuori che sia – usa la religiosità popolare per avere consensi, prestigio, accreditamento tra la gente? Per far sì che la gente si inchini non al Signore, ma ai signori del male che controllano il territorio?

Ha detto Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi, che la mancanza «di giusta reazione, come quella avuta dal Comandante della locale stazione dei Carabinieri e dei suoi due uomini in servizio, sia da parte dei partecipanti alla processione, sia da parte del clero e di membri vicini alle attività della Chiesa o di più prossimi al fatto… esprime come anche in settori della vita ecclesiale vige ancora un inaccettabile atteggiamento». Monsignor Nunzio Galantino, segretario della Cei e vescovo di Cassano allo Jonio, ha puntualizzato che «ai malavitosi si sono inchinati coloro che portavano la statua e non certo la Madonna» e che «non c’è nessun margine e nessuna possibilità di commistione tra fede e malavita». Salvatore Nunnari, presidente dei vescovi della Calabria, ha detto che bisognerebbe «avere il coraggio di fermare le processioni. Se fossi vescovo di quella città per un po’ di anni non ne farei e credo che sarebbe cosa gradita alla Madonna».

E allora si pone la quarta domanda: ma davvero abbiamo bisogno di tutto questo, cioè delle processioni, delle feste, degli inchini? C’è una Chiesa che ogni giorno combatte contro le mafie: facendo crescere la coscienza civica, educando alla legalità, creando posti di lavoro per i giovani, tenendo i ragazzi lontani dalla strada, formando alla politica intesa come servizio e rispetto dei diritti. Una Chiesa i cui membri – preti e laici – sono stati uccisi, minacciati, costretti a vivere con la scorta. E c’è un’altra Chiesa che ancora porta la statua della Madonna a fare l’inchino davanti alla casa del boss mafioso, che accetta di essere usata dai criminali in cerca di consenso popolare, che finge di non sapere e non vedere.

Nel nome della prima Chiesa, non si potrebbe tagliare un po’ di terreno sotto i piedi alla seconda, prendendo alla lettera monsignor Nunnari e decidendo una moratoria di quelle espressioni della tradizione popolare che appaiono oggi irrecuperabili al valore della vita, della legalità, del rispetto dei diritti e del bene comune? Una moratoria di qualche anno, tanto per vedere che effetto che fa, per verificare se magari anche grazie a questo la testimonianza della fede non diventa più limpida, più forte, più vera.

Anche da tutto questo facciamo un bel “liberi tutti”, per riprendere l’espressione di Giorgio Bernardelli, per qualche anno e poi vedremo, se riprendere le processioni o magari inventare altre occasioni di preghiera, di pellegrinaggio, di celebrazione. Ad esempio come quelle di cui ha parlato, qui su Vino Nuovo, Maria Teresa Pontara Pederiva.

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