Home Chiese e Religioni «La Chiesa diventi palestra di antimafia»

«La Chiesa diventi palestra di antimafia»

Intervista a don Cosimo Scordato

Valerio Gigante

Adista Notizie n. 25/2014

Nell’ambito del diritto canonico cattolico, la scomunica è la più grave delle pene che possa essere comminata a un battezzato: lo esclude dalla comunione dei fedeli e lo priva di tutti i diritti e i benefici che derivano dall’appartenere alla Chiesa, in particolare quello di amministrare e ricevere i sacramenti. Ovvio quindi che la scomunica pronunciata dal papa nei confronti dei mafiosi, durante la visita alla diocesi di Cassano allo Jonio, in Calabria, il 21 giugno scorso, abbia suscitato grande clamore. Un po’ per la netta presa di posizione contro il fenomeno mafioso (che il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, ancora negli anni ’60, si ostinava a negare); un po’ perché la scomunica è una sanzione finora applicata a casi che l’opinione pubblica non avverte come gravi e pericolosi (c’è quello, recentissimo, di Martha Heizer, presidente di We are church, e di suo marito, puniti con la scomunica per il solo fatto di per aver celebrato l’eucarestia senza la presenza di un prete), ma non a casi unanimemente considerati scandalosi ed inaccettabili, come quelli che vedono coinvolti i preti pedofili.

Bisognerà ora vedere quali conseguenze pratiche le parole di Francesco potranno avere sulla realtà concreta di diocesi dove i mafiosi continuano ad essere rispettati e onorati dalle istituzioni civili e religiose; dove i capi mafia hanno spesso cappellani che vengono a celebrare la messa nei loro covi; sposano figli e parenti nelle cattedrali; guidano le processioni religiose. Anche perché è vero che la scomunica del papa si intenderebbe applicata automaticamente a chiunque si sia macchiato di gravi delitti; ma è anche vero che il Codice di Diritto Canonico (cann. 1331 e 1364-1398) prevede la sanzione della scomunica per fattispecie come la profanazione delle specie sacre, la violenza fisica contro il papa, l’assoluzione in confessione del proprio complice nel peccato contro il sesto comandamento, la violazione del sigillo sacramentale della Confessione, l’aborto, l’apostasia, l’eresia e lo scisma, la simonia.

Ma non l’omicidio, o la partecipazione ad organizzazioni criminali. E nemmeno l’appartenenza alla mafia. A meno di non intendere le norme del Diritto Canonico nel senso estensivo con cui aveva fatto, in una lettera del 2006 ai parroci della sua diocesi, mons. Giancarlo Bregantini, allora vescovo di Locri-Gerace. «Quella stessa scomunica che la Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto, in applicazione estensiva del Canone 1398 è ora doveroso, purtroppo, lanciarla contro coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani uccidendo e sparando sulle nostre terre». O di fare un decreto ad hoc, come quello emanato da papa Pio XII nei confronti dei militanti comunisti, degli elettori, dei fiancheggiatori e dei sostenitori del comunismo e del marxismo, il 1° luglio 1949.

Su tutto questo abbiamo rivolto alcune domande a don Cosimo Scordato, animatore della Comunità di San Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo.

Che valutazione dai della portata delle parole di Francesco sulla mafia?

La presa di posizione del papa riveste una grande rilevanza sia ecclesiale che sociale, ovvero sia nei confronti dei credenti, sia nei confronti dell’opinione pubblica. L’affermazione che gli appartenenti alla mafia e alle organizzazioni criminali sono scomunicati si pone sulla linea delle altre prese di posizione prima dell’episcopato siciliano, quindi di Giovanni Paolo II, di gruppi di presbiteri e di singole comunità ecclesiali. Con la scomunica del papa viene ufficialmente affermato che il mafioso non può far parte della comunità ecclesiale e quindi non può accedere ai sacramenti della Chiesa; in questo modo vengono rifiutati tutti quegli atteggiamenti pseudo-religiosi con i quali spesso i mafiosi hanno cercato di legittimare la loro presenza all’interno della comunità cristiana (ricezione di sacramenti, padrinato, partecipazione a congregazioni religiose…). Risulta chiara l’incompatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa, chiamata a professare il vangelo di Gesù Cristo e l’appartenenza all’associazione mafiosa, caratterizzata dalla scelta del dominio, della violenza programmata, dell’accumulo del denaro, dell’inquinamento della vita politica, sociale e democratica…

Quella annunciata dal papa nei confronti dei mafiosi sembrerebbe una scomunica latae sententiae, cioè comminata per il fatto stesso che una persona appartenga ad una associazione mafiosa. Ma il diritto canonico non prevede questa fattispecie. C’è una necessità di rivedere anche le norme della Chiesa o la forza della condanna papale è sufficiente?

L’intervento del papa ha in primo luogo un forte impatto simbolico nel momento in cui invita la comunità cristiana a prendere le distanze, sul piano personale e comunitario, da ogni forma di contiguità o di accondiscendenza al fenomeno mafioso. Di conseguenza ciò dovrebbe mettere a disagio ogni mafioso a illudersi di appartenere alla Chiesa solo perché riesce a partecipare a gesti o momenti della vita ecclesiale; come dire che dovrebbe sentirsi fuori posto dentro la Chiesa fino a quando non è disposto a cambiare vita. Un po’ più difficile risulta precisare gli aspetti canonici.

Per voi preti siciliani, dopo le parole del papa, cosa cambia in concreto?

Da un lato dobbiamo continuare a lavorare resistendo alla mafia e a tutte le sue suggestioni; potremmo cominciare a includerla tra le rinunzie da fare in occasione del battesimo (“rinunzi alla mafia e a tutte le sue storture?”); dall’altro lato, dobbiamo lavorare alla prevenzione promuovendo nella comunità ecclesiale tutte quelle forme di vita che sono veramente alternative alla mafia: superamento di ogni espressione di dominio e di violenza (morale e psicologica soprattutto), partecipazione alla vita della comunità, coinvolgimento nelle scelte, spazi di libertà e di inserimento creativo, rispetto… Quanto più la comunità cristiana diventa palestra dove si esercitano queste forme di vita tanto più crescerà il gusto della libertà e della partecipazione togliendo, quindi, terreno al substrato culturale mafioso.

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