Home Chiese e Religioni “Non è la Chiesa di base a volere la rottura”. Dolore e sconcerto di fronte alle accuse di Pablo Richard

“Non è la Chiesa di base a volere la rottura”. Dolore e sconcerto di fronte alle accuse di Pablo Richard

Claudia Fanti
Adista Documenti n. 27 del 19/07/2014

Non è stata una bella sorpresa, per i membri del movimento internazionale We Are Church (Imwac) ancora scossi dalla scomunica di Martha Heizer, presidente della sezione austriaca Noi Siamo Chiesa, e di suo marito Gerd (v. documento precedente), leggere la lettera di Pablo Richard, teologo della liberazione cileno, ma residente a San José, in Costa Rica, membro dell’équipe interdisciplinare del Departamento Ecuménico de Investigaciones (Dei) e, come si definisce egli stesso, «impegnato da 40 anni in Centroamerica con il popolo e con la Chiesa dei poveri in America Latina». Il teologo esprime solidarietà nei confronti delle vittime della scomunica, ma il suo è principalmente un duro atto di accusa nei confronti di Noi Siamo Chiesa in Europa, colpevole, a suo giudizio, di assumere posizioni di rottura, di riflettere l’atteggiamento di una Chiesa dipendente dalle strutture ecclesiastiche, di avere un approccio eurocentrico e di non mostrarsi solidale con il popolo di Dio del Terzo Mondo («Qui in America Latina, e nel Terzo Mondo in generale, non ci stanno “scomunicando”, ci stanno “assassinando”», sottolinea il teologo).

Parole, queste di Richard, che, naturalmente, non potevano non provocare reazioni addolorate. «I tuoi commenti riflettono una posizione di estraneità e di scarsa comprensione nei confronti della fase attuale della nostra Chiesa e delle nostre sofferenze», lo rimprovera Stefan Herbst, teologo laico vicino alla sezione austriaca di Noi Siamo Chiesa e co-fondatore del Centro di diritti umani di Norimberga, attualmente residente a Budapest. Il gesto di Martha Heizer e di suo marito, gli spiega, era «una critica laicale alle strutture di potere ecclesiale e patriarcale» e un atto di protesta «contro la politica della Chiesa cattolica che, invece di aprire l’ordinazione tanto alle donne quanto alle persone sposate», preferisce negare ai credenti «il “diritto” all’eucarestia come centro della vita cristiana (comunitaria!)», optando implicitamente per la distruzione delle comunità. «La rottura con la Chiesa – replica Herbst – non viene da chi sta in basso, ma dalle persone ai vertici. Invece di affibbiarci un’etichetta (…), potresti cercare di comprenderci e di sostenere le nostre lotte per una Chiesa di servizio e non di potere, una Chiesa liberatrice capace di rinnovare se stessa secondo il Vangelo di Gesù Cristo».

Quanto alla denuncia di Pablo Richard rispetto a una presunta mancanza di solidarietà nei confronti dei popoli del Sud del mondo, se Herbst rivendica la vicinanza di Noi Siamo Chiesa alla Teologia della Liberazione, un gruppo di collaboratori dell’Istituto di teologia e Politica (Itp) di Münster (impegnato da oltre 20 anni a fianco dei movimenti di solidarietà internazionale, anticapitalisti e antimilitaristi), pur concordando con Richard sul peso eccessivo assunto dal tema della riforma delle strutture ecclesiastiche in una parte del cattolicesimo e ribadendo che «la solidarietà con quanti soffrono e patiscono la fame deve essere al centro della nostra esistenza cristiana», evidenzia come la globalizzazione capitalista non possa «venire descritta soltanto in termini di neocolonialismo da parte del Primo Mondo sui Paesi del Sud»: «In Grecia, in Portogallo e in Spagna – prosegue il gruppo – la disoccupazione giovanile sfiora il 50% e la fame e la mancanza di cure mediche sono cose di tutti i giorni». Senza contare che «non è solo il capitale nordamericano, canadese ed europeo quello che devasta il mondo», dovendosi perlomeno ricordare il ruolo esercitato da Paesi come Brasile, India o Cina. «Non sarà che la vera frontiera è tra chi accetta certe situazioni e chi le combatte? Come ridurre il problema a una questione di Nord contro Sud?».

E una risposta dettagliata alle considerazioni di Pablo Richard, fondate «su informazioni vecchie e piuttosto distorte», viene anche dall’Italia: a scriverla è Mauro Castagnaro, giornalista specializzato sulle Chiese dell’America Latina, membro del coordinamento nazionale di Noi Siamo Chiesa e uno dei due rappresentanti italiani nel coordinamento internazionale dell’Imwac. La riportiamo qui di seguito insieme ad ampi stralci del commento del teologo del Dei (amerindiaenlared.org).

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Ci arrecate danno

Pablo Richard

Ho saputo della scomunica di due rappresentanti del movimento Noi Siamo Chiesa in Europa. Non sono d’accordo con le azioni e gli atteggiamenti di questo movimento. Certamente non mi sembra adeguata la reazione della Congregazione per la Dottrina della Fede: avrebbe forse potuto agire in altra maniera. Però mi indigna la reazione di Noi Siamo Chiesa in Europa.

Qui in America Latina, e nel Terzo Mondo in generale, non ci stanno “scomunicando”, ci stanno “assassinando”. Qual è stata la solidarietà di Noi Siamo Chiesa con i poveri e con le comunità cristiane di base in America Latina? Per quanto alle vittime della scomunica del “Sant’Uffizio” vada la mia solidarietà, mi sento tuttavia infastidito e indignato, perché questo movimento sta deformando il nostro modo liberatore di essere Chiesa nel Terzo Mondo, “Chiesa di tutte e di tutti”.(…).

La nostra Chiesa, quella rinata a Medellín, nel “Movimento Biblico di Liberazione”, è Chiesa di tutti e di tutte in ogni momento: siamo sempre “Chiesa Popolo di Dio”, quale che sia la sua struttura ecclesiale. Quello che noto è che il movimento Noi Siamo Chiesa in Europa riflette l’atteggiamento di una Chiesa dipendente da strutture ecclesiastiche, astratte e personaliste.

Non va dimenticato (…) che anche noi nel Terzo Mondo siamo Chiesa, una Chiesa molto spesso martire e perseguitata, non dai poteri del Sant’Uffizio, ma dalle autorità politiche e militari oppressive e molte volte criminali.

Abbiamo contato sulla solidarietà di vescovi come Romero. Questa è la nostra forza e la nostra speranza. E abbiamo sofferto la delegittimazione, specialmente negli anni ’80, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Una delegittimazione responsabile di tante morti e di tanti martirii. Ma (…) abbiamo analizzato “dove stava la nostra forza” e a partire da qui abbiamo continuato a resistere senza rompere l’unità del Vangelo. Soprattutto in Centroamerica, abbiamo sempre riconosciuto che la nostra forza non era nello scontro, ma nel Vangelo e nel nostro impegno. Abbiamo cercato di tenere unite le due realtà: la “verità del Vangelo” e l’“unità della Chiesa”.

Per tutto questo esprimiamo la nostra solidarietà nei confronti del movimento Noi Siamo Chiesa, ma prendendo le distanze dalle sue posizioni di rottura e in fondo molto “ecclesiastiche” e assai poco solidali con il Popolo di Dio nel Terzo Mondo. Siete troppo eurocentrici e centrati sui vostri problemi e avete molto potere di comunicazione, ma assai poco spirito solidale con i poveri, gli invisibili, quelli che muoiono di fame ogni giorno. E intanto le multinazionali, attualmente quasi tutte europee, impongono megaprogetti che stanno annientando noi esseri umani, la Madre Terra e l’acqua.

Riponiamo speranza in papa Francesco, nelle dichiarazioni nette dell’Evangelii Gaudium contro il neoliberismo, l’economia di mercato, il feticismo del denaro. (…).

Con le vostre posizioni di rottura, con la vostra enfasi sulla dimensione istituzionale, ci state arrecando danno, perché deformate il nostro autentico rinnovamento a partire dai poveri e dal Terzo Mondo, sebbene riconosciamo l’esistenza di molte istituzioni europee solidali con la difesa dei diritti umani (…).

E riconosciamo i/le missionari/e europei/e che hanno dato la loro vita per i nostri popoli e per le nostre comunità cristiane, conservando anche la memoria del martirio di molti/e di loro. Esprimiamo solidarietà nei vostri confronti, ma ci attendiamo che anche voi siate solidali con la Chiesa del Terzo Mondo. Non siete Chiesa solo voi. (…).

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Per una chiesa più fraterna

Mauro Castagnaro

Carissimo Pablo,

(…). Ti scrivo perché ho letto con stupore e sconcerto il tuo commento alla scomunica di Martha Heizer, attuale portavoce del movimento internazionale We Are Church (Imwac), e di suo marito Gerd. Io sono membro della sezione italiana dell’Imwac, dalla sua nascita nel 1996 e, oltre a far parte del coordinamento nazionale di Noi Siamo Chiesa, sono da una decina di anni uno dei due rappresentanti italiani nel coordinamento internazionale dell’Imwac. Perciò conosco piuttosto bene il movimento. Su questa base mi sento di dire che il tuo giudizio, assai duro nei suoi confronti, mi pare fondato su informazioni vecchie e piuttosto distorte.

Provo quindi a offrirti qualche precisazione.

1. Prima di tutto va detto che Martha Heizer è fondatrice di Wir Sind Kirche ed è stata eletta lo scorso anno portavoce dell’Imwac (…), ma i motivi della scomunica – il celebrare l’eucaristia in casa insieme a un piccolo gruppo di persone in assenza di un prete nel pieno esercizio del ministero – non coinvolgono l’Imwac, che persegue una riforma della Chiesa cattolica consistente nei punti contenuti nel suo manifesto fondativo, l’Appello dal popolo di Dio, tra i quali non ci sono l’eliminazione dei ministeri ordinati o del presbiterato né la celebrazione dell’eucaristia senza prete. La stessa Martha Heizer lo ha spiegato chiaramente (…). La sua piccola comunità di base ha assunto la decisione di celebrare in questo modo qualche anno fa e, come è noto, il diritto canonico, che proibisce celebrazioni senza prete, impone al vescovo di trasmettere la questione alla Congregazione per la Dottrina della Fede. In questo caso, la procedura è iniziata nel settembre 2011, poi è rimasta ferma per tre anni fino all’improvvisa convocazione di Martha da parte del vescovo, che le ha spiegato di essersi autoscomunicata. È stata quindi un’iniziativa di Roma, il cui tempismo porta a domandarsi se non nasconda un attacco indiretto al nuovo corso di papa Francesco e alle indispensabili riforme della Chiesa che egli cerca di proporre.

2. In secondo luogo, la celebrazione dell’eucaristia in assenza di un prete è una prassi che accomuna un certo numero di gruppi, comunità e parrocchie in diversi Paesi d’Europa, soprattutto in Olanda, Belgio, Svizzera (dove a volte i vescovi fanno finta di non saper nulla). E avviene anche in vari gruppi dell’Imwac in diversi Paesi, ma non in tutti i gruppi né in tutti i Paesi. Qualche anno fa fece molto scalpore un rapporto della Provincia domenicana dei Paesi Bassi che rivelava la diffusione di questa pratica e la giustificava in determinate circostanze, sulla base del diritto/necessità della comunità di celebrare l’eucaristia e del primato di questo sacramento sugli altri (per es. l’ordine). Ovviamente, è una prassi opinabile, ma il suo diffondersi credo vada visto alla luce della storia di queste Chiese, della riflessione teologica condotta da alcuni settori della Chiesa europea, nonché da alcune condizioni pastorali (assenza di preti in comunità in cui la celebrazione dell’eucaristia era in passato frequente, presenza di laici con alti livelli di formazione e svolgimento di molti ministeri, ecc.). Si tratta di una situazione diversa da quella latinoamericana, ma questo non mi pare un motivo per non provare a comprenderne le ragioni.

3. Un terzo aspetto riguarda l’accusa di eurocentrismo che rivolgi all’Imwac. Non c’è dubbio che l’Imwac sia un movimento nato nel centro dell’Europa e all’inizio certamente più sensibile alla necessità di introdurre riforme nella Chiesa che all’approfondimento del suo impegno nel mondo. Non è un caso, però, che diverse sezioni nazionali (tra cui quella italiana), al momento della nascita sulla scia dell’iniziativa austriaca, avessero aggiunto, ai cinque punti del documento tedesco, un sesto, che recitava «“Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35). La fedeltà al Vangelo richiede un coerente impegno della Chiesa cattolica, a ogni livello, per lavorare – in fraternità ecumenica con tutte le Chiese – per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, dando in questi campi un contributo concreto come Chiesa umile, povera e pellegrina, a fianco degli emarginati, degli oppressi e di chi lotta per un mondo umano e solidale». Da allora, naturalmente con tutti i limiti, gli errori e le insufficienze di un movimento mondiale in cui coesistono storie e sensibilità assai diverse, fatto da persone che pagano di tasca propria ogni attività, questo aspetto è stato assunto pienamente dall’Imwac, tanto che, per fare qualche esempio,

– intenso è stato il nostro sforzo per creare sezioni nazionali del movimento in America Latina (oggi ne esistono in Cile e Brasile), in Africa e in Asia, naturalmente con risultati alterni, anche per i limiti di un movimento senza finanziatori che non fossero i suoi aderenti;

– grande è da sempre la simpatia con cui guardiamo alla Teologia della Liberazione e alle Comunità ecclesiali di Base in America Latina, che si è tradotta nella manifesta volontà di collaborare con Amerindia e con l’Articolazione continentale delle Cebs, per esempio proponendo loro di promuovere con noi e altri movimenti di tutti i continenti un incontro mondiale a Roma in occasione del 50° anniversario della chiusura del Vaticano II (2015), avendo come documento di riferimento il “Patto delle catacombe”;

– immediata è stata la nostra solidarietà, espressa in varie forme, a Jon Sobrino, quando nel 2006 ricevette la notifica della Congregazione per la Dottrina della Fede;

– costante e attiva è stata la nostra partecipazione ai Forum sociali mondiali (fin dal primo, svoltosi a Porto Alegre nel 2001) e poi ai Forum mondiali di Teologia e liberazione (Nairobi nel 2007, Belém nel 2009, Dakar nel 2011), in cui abbiamo sempre organizzato seminari e workshops, cercando un dialogo e una convergenza coi teologi e le teologhe della Liberazione, come possono testimoniare Agenor Brighenti, Pablo Bonavia, Luiz Carlos Susin, Socorro Martínez, ecc., nonché al Forum continentale di teologia di São Leopoldo del 2012.

A ciò si aggiunge che moltissimi aderenti (forse addirittura la maggioranza) delle sezioni nazionali dell’Imwac, tra cui diversi ex missionari in America latina e Africa, sono poi personalmente impegnati in attività e gruppi di solidarietà con le Chiese e con i popoli del Sud del mondo (ricordo per tutte una persona che hai ben conosciuto e che a questo ha dedicato gran parte della sua vita: Giulio Girardi). Il fatto che tu dica il contrario mi pare frutto di scarsa o cattiva informazione.

4. Infine, tu ci accusi di “posizioni rotturiste e molto istituzionaliste”. Posso assicurarti che in questi anni, a livello tanto nazionale quanto internazionale, il movimento ha cercato costantemente il dialogo con i vescovi e con altri gruppi di base, trovando in generale sordità nei primi, ma contribuendo con i secondi alla costruzione in molte nazioni di piattaforme di cattolici progressisti (per esempio, per stare alla Spagna, Redes Cristianas). E nell’ultimo anno abbiamo espresso un chiaro sostegno al nuovo corso ecclesiale impresso da Francesco, appoggiandone esplicitamente gesti e parole a favore di «una Chiesa poveri e per i poveri» (e con i poveri, aggiungiamo noi).

Ci tengo poi a sottolineare una mia convinzione profonda, quella che mi ha spinto ad aderire a Noi siamo Chiesa, un movimento che, almeno nei nostri Paesi, ha subìto l’ostracismo delle autorità ecclesiastiche assai più di altri impegnati solo in ambito sociale: la trasformazione della società in senso più libero, giusto e democratico va di pari passo col rinnovamento della Chiesa, affinché quest’ultima dia spazio al pluralismo, alla partecipazione consapevole e alla comunione. Anzi, l’una è condizione dell’altro e viceversa: l’opzione per i poveri esige una Chiesa più fraterna, comunitaria, sinodale, ministeriale e inclusiva, e, al contempo, solo una Chiesa in cui ciascuno e ciascuna sia soggetto parimenti libero e responsabile, in cui la diversità dei carismi possa manifestarsi pienamente e in cui le scelte siano compiute in modo condiviso può davvero operare per la liberazione degli oppressi.

Potrei andare oltre, ma non voglio abusare della tua pazienza, per cui mi fermo qui. Mi piacerebbe però che ci fosse l’occasione per un confronto e un dialogo diretto. Forse lo stesso Dei potrebbe farsene promotore. Certamente l’Imwac, e Martha in primis, sarebbe molto interessato.

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