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Lettera di Bergoglio al presidente Fuad Masum

Luca Kocci
il manifesto, 20 agosto 2014

Farà ritorno in Vaticano oggi il cardinale Filoni, inviato personale di papa Francesco in Iraq, che ieri, dopo essere stato nei giorni precedenti a Duhop ed Erbil, ha incontrato a Baghdad il presidente iracheno Fuad Masum a cui ha consegnato una lettera di Bergoglio. «Credo che il papa non abbia fatto altro che manifestare la richiesta di tutti i cristiani, di tutti gli yazidi, di tutti i rifugiati che hanno il desiderio di riprendere la loro vita, la loro dignità», ha spiegato Filoni alla Radio Vaticana, confermando quanto aveva già detto Bergoglio in aereo di ritorno dalla Corea del Sud. «Non possiamo mai essere a favore delle guerre, però ci sono delle conflittualità nelle quali i più poveri sono stati sottratti alle loro terre, violentati nella loro dignità, rubati dalle loro famiglie… Possiamo rimanere indifferenti? Si tratta di diritti che devono essere difesi da ogni persona di buona volontà, secondo le proprie capacità. Non si fa una guerra, ma il diritto dei popoli va salvaguardato», ha aggiunto il cardinale.

Parole che camminano su un filo sottile, come del resto quelle pronunciate da Bergoglio sull’aereo davanti a 70 giornalisti. Da un lato ha escluso nuove “guerre umanitarie” – tanto più unilaterali – e bombardamenti, sconfessando quindi quelli Usa di questi giorni: «È lecito fermare l’aggressore ingiusto», ha detto Bergoglio rispondendo alla domanda di un cronista proprio sulle bombe sganciate dalle Forze armate statunitensi. «Sottolineo il verbo: fermare. Non bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. Dobbiamo avere memoria. Quante volte, con la scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista». Ma dall’altro ha lasciato aperta la porta ad una qualche forma di intervento Onu: «Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la seconda guerra mondiale, sono nate le Nazioni Unite: là si deve discutere».

E tanto è bastato a diversi media e commentatori per arruolare Bergoglio fra gli interventisti senza se e senza ma per guerre umanitarie presenti e future. Come Gianni Riotta, che ha twittato «@Pontifex_it riconosce legittimo fermare Isis in Iraq. Speriamo ora Siria», dimenticando che proprio la giornata di digiuno e di preghiera per la Siria, promossa dal papa a settembre 2013, fu una delle più importanti azioni di pressione internazionale che fermarono i bombardieri Usa con i motori già accesi. O come Pierluigi Battista che sul Corriere della sera plaude alla «svolta di Francesco».

«Quelle di Bergoglio mi sembrano parole chiare e non interpretabili: ha detto “fermare, non bombardare”. Se poi qualcuno vuole fargli dire altro, faccia pure, non mi stupisco. Del resto i grandi media si spostano assai facilmente e velocemente dall’indifferenza all’interventismo. E poi, passata l’onda, tornano all’indifferenza», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, veterano dei viaggi in Iraq dove è stato decine di volte. «Mi pare paradossale – aggiunge – che debba essere proprio il papa a ricordare le regole che la comunità internazionale si è data, ovvero che c’è l’Onu e che nessuna nazione può decidere unilateralmente. E soprattutto che con la scusa delle guerre umanitarie abbiamo fatto danni gravissimi di cui ancora si vedono le conseguenze, soprattutto in Iraq. Per non dire delle armi ai curdi: è la soluzione più facile, ma anche la più pericolosa. Mi auguro che l’Italia dica no».

Intanto sull’eventualità di un viaggio del papa in Kurdistan, ventilata dallo stesso Bergoglio, è arrivato il sì di mons. Rabban Al-Qas, vescovo di Amadiyah, in prima linea nell’accoglienza dei profughi in fuga da Mosul: «Lo aspettiamo e ci speriamo», ha detto.

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