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Comunione ai risposati. Il sì “in pectore” di Francesco

Sandro Magister
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L’ultimo in ordine di tempo a reclamare un cambio radicale nella prassi e nella dottrina della Chiesa sul matrimonio è stato in Belgio il vescovo di Anversa, Johan Jozef Bonny. L’ha fatto ai primi di settembre con un memorandum di trenta pagine in più lingue, che ha inviato anche a papa Francesco. Perché è del presunto appoggio di Jorge Mario Bergoglio che immancabilmente si fanno forti i cardinali, i vescovi, i teologi che invocano il cambiamento e quindi la concessione della comunione eucaristica ai divorziati risposati: argomento clou del sinodo dei vescovi sulla famiglia convocato a Roma in prima sessione il prossimo ottobre.

Papa Francesco non ha mai detto esplicitamente qual è la sua posizione nella disputa – alla quale ha dato volutamente libero corso – tra i fautori e gli oppositori del cambiamento. Quando ad esempio ha difeso con parole forti l’enciclica di Paolo VI “Humanae vitae” ha deluso i novatori, che vedono proprio in quell’enciclica un emblema del disastroso distacco del magistero della Chiesa dallo spirito del tempo e dalla pratica degli stessi fedeli.

Ma viceversa, sono sempre più numerose le testimonianze su come Bergoglio, da arcivescovo, incoraggiava i suoi preti a dare la comunione anche a conviventi e a risposati. Lui stesso, da papa, lo scorso aprile avrebbe consigliato per telefono a una donna di Buenos Aires, sposata civilmente con un divorziato, di “andare a prendere la comunione in un’altra parrocchia se il suo parroco non gliela dava”. Questo stando al racconto della donna, non smentito.

In ogni caso, ad avvalorare l’idea che papa Francesco penda di più dalla parte dei novatori c’è il plauso che egli ha espresso più volte al cardinale Walter Kasper, il numero uno dei fautori del cambiamento, da lui incaricato di introdurre la discussione sul tema della famiglia nel concistoro dei cardinali dello scorso febbraio.

Quell’incarico dato a Kasper bastava da solo a segnare una svolta. Nei primi anni Novanta il cardinale tedesco, all’epoca vescovo di Rottenburg, assieme ai vescovi di Magonza Karl Lehmann e di Friburgo Oskar Saier, era stato protagonista di un memorabile scontro con l’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, proprio sulla questione della comunione ai divorziati risposati. Lo scontro ebbe fine con la vittoria di Ratzinger, che aveva il pieno appoggio di Giovanni Paolo II. E per un paio di decenni Kasper non intervenne più sull’argomento. Ma da quando Bergoglio è papa, l’ottantenne cardinale è tornato in prima linea a riproporre le sue tesi, questa volta con il manifesto sostegno del successore di Pietro.

Il vescovo Bonny, prima di essere assegnato nel 2009 alla diocesi belga di Anversa, era stato uno stretto collaboratore di Kasper nel pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, presieduto dal cardinale. E nel memorandum con cui egli ora reclama un cambiamento non solo nella prassi ma anche nella dottrina della Chiesa sul matrimonio, le citazioni di papa Francesco si sprecano. Tutte interpretate a favore del cambiamento.

Da qui la domanda: fino a che punto è fondata l’assegnazione di Francesco al campo dei novatori, sulla questione della comunione ai risposati? E questa convergenza, se c’è, è solo occasionale o di sostanza?

Risponde a questa domanda un teologo che è già intervenuto su questo sito a illustrare le novità di metodo del più rappresentativo documento di papa Bergoglio, la “Evangelii gaudium”: l’australiano Paul-Anthony McGavin (nella foto), 70 anni, sacerdote dell’arcidiocesi di Canberra e Goulburn e assistente ecclesiastico all’Università di Canberra. McGavin propende per un cambiamento e non nasconde la sua sintonia con le posizioni di Kasper. Ma non è di questo che scrive. Dedica piuttosto il suo saggio a mostrare l’affinità tra le proposte di innovazione e la “metodologia” di Francesco, insofferente a qualsiasi “sistema-chiuso”, sia pastorale che dottrinale.

Secondo McGavin, anche Ratzinger aveva una metodologia altrettanto “aperta”. E nella parte iniziale del suo saggio sviluppa molto questa affinità tra i due ultimi papi. Al punto che chi legge è indotto a pensare che Francesco si appresti a realizzare ciò che Benedetto XVI era anche lui predisposto a fare. Ma è sul papa regnante che si concentrano le attese. Perché alla fine, dopo i due sinodi, sarà lui a decidere la strada da percorrere, sul matrimonio in generale e sulla comunione ai risposati in particolare.

Una strada di innovazione pastorale, se non anche dottrinale, che – stando a quanto argomenta McGavin – sarebbe già nella mente di Francesco.

Di seguito, tradotto, un ampio estratto del saggio del teologo australiano:
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ANOMALIE DA RICONCILIARE: UN’ERMENEUTICA SU DIVORZIO E SECONDE NOZZE

Paul-Anthony McGavin

Ci sono state mosse e contromosse in vista del prossimo sinodo sulla famiglia, per un riesame della tradizione latina su divorzio e nuovo matrimonio. Entrambe le direzioni di movimento hanno avuto il sostegno di papa Francesco.

Il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Müller, ha pubblicato una nota su “L’Osservatore Romano” del 25 ottobre 2013 in cui confuta le tesi di chi vorrebbe consentire un secondo matrimonio mentre il primo coniuge è ancora in vita.

Il cardinale Kasper è stato invitato da papa Francesco a tenere il discorso inaugurale al concistoro sulla famiglia, nel quale ha sostenuto che non era sufficiente considerare il problema solo in una prospettiva sacramentaria.

Si può presumere che il documento di Müller abbia avuto il via libera del papa, e risulta che il papa ha elogiato il discorso di Kasper come teologia “profonda e serena”.

Queste posizioni, apparentemente su poli opposti, non sono facili da conciliare. La presente nota si basa sugli approcci metodologici di Joseph Ratzinger e di Jorge Bergoglio, per suggerire una strada verso la conciliazione di queste anomalie. […] Il papa emerito Benedetto XVI è uno studioso di un respiro e profondità che papa Francesco non possiede nella stessa misura. Ma ciascuno a suo modo dimostra una tensione verso una pratica della teologia che va oltre i limiti di un pensiero troppo ristretto nel suo modo filosofico o canonico di ragionare.

Le loro mentalità non sono del tipo sistema-chiuso. […] Né la metodologia di Ratzinger né quella di Bergoglio è semplicemente fenomenologica. […] Ratzinger coglie un senso della congruenza tra filosofia ed empiria nel suo saggio del 2004 “Verità e tolleranza”, quando sostiene la verità essenziale della Torah, citando l’apostolo Paolo

“Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi” (Rm 2, 14-15).

Questa è essenzialmente una riaffermazione del diritto naturale. Non è però la legge naturale come questa è intesa in termini filosofici sillogistici, né in termini di diritto positivo, ma la legge naturale intesa come una congruenza tra postulato (che può essere un’articolazione deontologica della legge come si trova nel Decalogo) e realtà empirica, che testimonia la coerenza e l’integrità di una testimonianza viva. Tale approccio integrale non è la “teologia da scrivania” che Bergoglio denuncia in “Evangelii gaudium” (n. 133). Le parole di papa Francesco non sono sempre calibrate nella loro espressione, ma visto metodologicamente il suo approccio è coerente con una prospettiva ratzingeriana.

È proprio questo tipo di accostamento della legge naturale alla teologia morale che è contestato da coloro che sono turbati dai propositi incoraggiati da Jorge Bergoglio per una riconsiderazione della questione divorzio e nuovo matrimonio.

Le contestazioni più forti si concentrano di solito su Walter Kasper, più che su papa Francesco.

Una delle prime contestazioni è venuta dal cardinale Burke, prefetto del supremo tribunale della segnatura apostolica, che ha dichiarato in un’intervista a EWTN del 20 marzo 2014: “Nel mio giudizio in quanto canonista, non penso che sia possibile… che l’approccio della Chiesa [in materia di divorzio e nuovo matrimonio] possa cambiare”, e: “Stiamo parlando proprio delle parole di Cristo stesso nel Vangelo in cui ha insegnato l’indissolubilità del matrimonio”.

I temi toccati in questo breve brano dell’intervista del cardinale Burke mettono in chiaro che la questione divorzio e nuovo matrimonio chiama in causa anche il diritto canonico, la teologia dogmatica, la teologia sacramentaria e la teologia biblica. Visto che i temi sono complessi e spaziano in un ampio orizzonte, questa breve intervista indica una certa ristrettezza nella risposta. Nel corso degli anni, il diritto canonico della Chiesa ha saputo dare varie risposte non convenzionali alle anomalie pastorali. Solo per citarne alcune: i voti religiosi solenni a Dio possono essere dispensati; quelli che hanno ricevuto gli ordini sacri possono essere “laicizzati” e contrarre matrimoni validi; cattolici che hanno contratto matrimoni non validi possono ottenerne la convalida retroattiva; e coloro che hanno contratto matrimoni civili con irregolarità canoniche dopo il divorzio civile possono contrarre un altro matrimonio con validità ecclesiale. Dire semplicemente “non penso che sia possibile” sembra indebitamente apodittico nell’escludere ulteriori sviluppi su tutta la gamma delle considerazioni implicate.

Anche il riferimento alle parole del Signore: “L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”, e: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio contro di lei” (Marco 10, 9.11), sono citati in una maniera deontica che sembra non coinvolgere nessuna ermeneutica. […] L’inclusione di “tranne per motivi di fornicazione [porneias]” nel primo testo di Matteo su questa materia (Matteo 5, 31-32) potrebbe riferirsi alla “indecenza” di Deuteronomio 24, 1 ma potrebbe anche riflettere qualcosa della giurisprudenza matrimoniale nella Chiesa primitiva. Certamente, il modo in cui ne tratta Paolo fa capire che la giurisprudenza matrimoniale non era semplicemente una questione risolta nell’epoca apostolica (1 Corinzi 7, 10-15). Lo scopo di queste mie osservazioni non è di sminuire l’insegnamento del Signore sulla natura del matrimonio. È piuttosto di chiarire che la ricezione di questo insegnamento comporta ancora atti di interpretazione e di ragionamento, richiede una “ermeneutica della continuità”. […]

Neanche una teologia sacramentaria o morale di tipo noetico chiude la questione, ed è improbabile che papa Francesco si lasci scoraggiare da tali pressioni alla chiusura o – nell’espressione di Joseph Ratzinger – all’accettazione di una visione della teologia ortodossa come “mera ripetizione delle dichiarazioni dottrinali del magistero e delle formule tradizionali”. […] Un esempio vistoso di tale argomentazione è il lungo saggio di John Corbett O.P. e di sette collaboratori pubblicato nel numero dell’estate 2014 di “Nova et Vetera” col titolo: “Recenti proposte per la pastorale dei divorziati e risposati”.

Trovo l’erudizione di questo saggio impressionante nella sua ampiezza e precisione. Ma mi sembra tipico di come Ratzinger ricorda la teologia nel seminario: “La logica cristallina mi sembrava troppo chiusa in se stessa, troppo impersonale e preconfezionata”. Attingendo nella teologia sacramentaria, in precisi momenti della storia della Chiesa e nei documenti magisteriali, gli autori impressionano nel presentare argomenti che sono sillogisticamente compatti ma meno sicuri in termini di solidità. […]

Anche se sembra duro dirlo, è come se Corbett e i suoi collaboratori non si siano mai seduti in un confessionale. […] Nel confessionale le storie strazianti del fallimento di un matrimonio in gran parte non si focalizzano su una qualsiasi “impurità”. I temi principali sono cose come mancanza di comunicazione, crudeltà ripetute, insensibilità profonda, umiliazione costante dell’altro, trattato come una merce o un fornitore di beni e servizi, e il morire di una convivenza che non è un matrimonio. […] La comprensione del confessore, espressa implicitamente o in poche parole, spesso porta il penitente alle lacrime. E non tanto lacrime di pentimento e dolore, ma piuttosto lacrime di sollievo per il fatto che qualcuno abbia ascoltato con un orecchio comprensivo e trasmesso un senso di misericordia come imparato da Gesù.

Quelli che costruiscono una posizione opposta a quella del cardinale Kasper sono preoccupati della “falsa misericordia”, ed è giusto preoccuparsi della misericordia che è praticata ingiustamente e concepita falsamente. Ma la misericordia deve comunque essere al centro di ogni azione della Chiesa e dei ministri della Chiesa. Un piccolo libro del cardinale Kasper porta il titolo: “Misericordia: essenza del Vangelo e chiave della vita cristiana”. Non farò qui una valutazione critica di questo lavoro. Ma il fatto è che papa Francesco ha esclamato: “Questo libro mi ha fatto tanto bene”. […]

Dobbiamo cercare il buono nelle proposte di Kasper e rispondere con profondità e con sapienza per scoprire come possiamo essere strumenti della misericordia autentica. […] La mia esperienza nel corso degli anni mi porta a osservare che coloro che continuano a praticare la fede dopo un divorzio civile e un nuovo matrimonio civile non sono di solito gente da “monogamia seriale”, ma sono persone che in termini fenomenologici hanno sperimentato la morte di un matrimonio. Il compagno del matrimonio può essere ancora in vita, ma il matrimonio non lo è più. […]

Chi guarda la questione solo in termini di diritto canonico e di tecnica della teologia sacramentaria non può ammettere la morte di un matrimonio. Viste dagli oppositori di Kasper, le narrazioni dei penitenti che ho raccontato sono semplicemente dichiarazioni fenomenologiche e non dichiarazioni di “realtà”. A giudizio degli oppositori, la celebrazione del contratto matrimoniale effettua un cambiamento ontologico, così come la valida celebrazione del battesimo effettua un cambiamento ontologico nella persona battezzata e come la valida celebrazione dei sacri misteri effettua un cambiamento ontologico che viene spiegato come transustanziazione.

Questo è un vero dilemma, perché la Chiesa non ha mai trattato le questioni solamente in termini fenomenologici. In termini fenomenologici, per esempio, Gesù era “figlio di Giuseppe”; e in termini fenomenologici Gesù ha sofferto una morte che ha frantumato tutte le speranze di coloro che egli aveva scelto come apostoli. Le verità della fede cristiana sanno altro. Così anche in termini fenomenologici si possono incontrare atti di un coniuge o di coniugi che sono in netta contraddizione con ciò che è professato dello stato matrimoniale. Gli oppositori di Kasper sostengono che lo stato matrimoniale resta, anche a fronte di tali violazioni e davanti alla morte fenomenologica.

Il giorno dopo aver scritto fin qui questa nota, ho notato le seguenti parole nel discorso di papa Francesco ai vescovi dell’Asia il 17 agosto 2014 in Corea:

“C’è poi un’altra tentazione, che è l’apparente sicurezza di nascondersi dietro risposte facili, frasi fatte, leggi e regolamenti. Gesù ha lottato tanto con questa gente che si nascondeva dietro le leggi, i regolamenti, le risposte facili… Li ha chiamati ipocriti. La fede per sua natura non è centrata su se stessa, la fede tende ad “andare fuori”. Cerca di farsi comprendere, fa nascere la testimonianza, genera la missione. In questo senso, la fede ci rende capaci di essere al tempo stesso coraggiosi e umili nella nostra testimonianza di speranza e di amore. San Pietro ci dice che dobbiamo essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15). La nostra identità di cristiani consiste in definitiva nell’impegno di adorare Dio solo e di amarci gli uni gli altri, di essere al servizio gli uni degli altri e di mostrare attraverso il nostro esempio non solo in che cosa crediamo, ma anche in che cosa speriamo e chi è Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1, 12)”. […]

Resta il fatto che proprio tali prospettive di sistema-chiuso sono state contestate in modo frontale quando il cardinale Kasper ha detto all’inizio del suo discorso al concistoro:

“Non è sufficiente considerare il problema solo dal punto di vista e dalla prospettiva della Chiesa come istituzione sacramentale. Abbiamo bisogno di un cambiamento di paradigma e dobbiamo… considerare la situazione anche dal punto di vista di coloro che soffrono e chiedono aiuto “.

In effetti, Kasper sta dicendo che un paradigma ricevuto dalla teologia sacramentaria non può essere il nostro unico paradigma per affrontare situazioni complesse che non possono essere trattate da questo punto di vista. E nella sua intervista pubblicata il 7 maggio 2014 su “Commonweal” ha detto: “Abbiamo le nostre risorse per trovare una soluzione”.

Non è il mio scopo qui “trovare una soluzione”, che, tra l’altro, è la sfida dei prossimi sinodi della Chiesa e del Santo Padre in comunione con la Chiesa intera. Ma voglio dire che è arrogante e pretestuoso parlare in modo sprezzante della pratica ortodossa dell’oikonomia, “economia”, la quale può consentire un secondo matrimonio non sacramentale, alla maniera del cardinale Müller: “Questa pratica [dell’oikonomia] non può conciliarsi con la volontà di Dio”; né alla maniera di Corbett e collaboratori. […]

Vorrei anche aggiungere che chi si contrappone a Kasper sbaglia quando implica una certa corrispondenza tra la prassi anglicana e quella ortodossa (Corbett). Il crollo della disciplina anglicana del matrimonio è dei nostri giorni e si è verificato durante la mia vita ministeriale. La giurisprudenza matrimoniale ortodossa viene da lontano e, sebbene il mondo dell’ortodossia sia molto più piccolo di quello del cattolicesimo latino, non bisogna spendersi in studi demografici sofisticati per osservare che nell’ortodossia il matrimonio ha mostrato e continua a mostrare una generale stabilità che si sta perdendo nel cattolicesimo latino. Non sto proponendo la prassi ortodossa come una panacea, ma mi pare evidente che una impegnata conversazione tra la prospettiva ortodossa e quella latina sarebbe molto utile nelle attuali circostanze di conflitto.

È una impegnata conversazione di cui si ha bisogno. Quello che il cardinale Kasper ha detto non è “l’ultima parola”. Il nostro attuale Santo Padre parla spesso “ad libitum”, e le sue parole sono “ultime parole” solo in circostanze limitate. Ma persone come il cardinale Burke e padre Corbett e i suoi associati hanno cercato di dare irrevocabilità a delle parole che sono polemiche, invece che di dialogo.

Ho cominciato questa nota parlando della coerenza tra le metodologie di Ratzinger e di Bergoglio. […] La seguente citazione di “Evangelii gaudium” è un esempio del modo di pensare di papa Francesco, che è olistico, concreto e pastorale:

“Esiste… una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un altro principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza.” (n. 231).

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