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Gli scout, la libertà e la sfida educativa

Luciano Coluccia *
Adista Segni Nuovi n. 33 del 27/09/2014

Route nazionale, “Carta del coraggio”: se queste parole vi dicono qualcosa allora vuol dire che siete scout oppure che siete genitori, amici, fidanzati, mogli o mariti di scout. Eppure in queste settimane queste parole circolano anche al di fuori della (non) tanto ristretta cerchia degli “addetti al servizio”, perché il documento preparato dai clan di tutta Italia lungo tutto un anno di attività e con un protagonismo straordinario fatto di civile democrazia durante la Route nazionale sta trovando una sua notorietà per alcune polemiche che sono poco limpide. Qualche sito e blog ha concentrato la sua attenzione sul paragrafo “Amore”: i ragazzi chiedono alla loro associazione di allargare i propri orizzonti, un confronto e un dialogo rispetto ad alcuni temi, tra cui l’omosessualità (v. Adista Notizie n. 30/14). Questo punto è stato preso come pretesto per polemiche con intenti poco leali.

Certe notizie nascono per diventare strumento interessato per condizionare e avvelenare un dibattito pubblico per finalità di parte. Il sito internet “Provita” posta un articolo che titola: «Scout, apertura all’omosessualità. Presa di distanza dei Capi Agesci». Titolo furbesco. Al tempo dei social network, significa non leggere la notizia, ma affrettarsi nel commentare il titolo. Nel post si legge che la «presa di distanza» è di «alcuni capi» e dopo le ripetute segnalazioni il sito corregge anche il titolo. L’appello si chiude con un semplice «Lettera Firmata», quindi non sappiamo quanti sono questi capi, che ruolo rivestono e che formazione hanno.

Il post circola nel gruppo informale dei ragazzi RYS (Rover e Scolte, ragazzi e ragazze dai 16 ai 21 anni che formano i clan) che hanno partecipato alla Route Nazionale, il risultato è un batti e ribatti che si polarizza sempre più. Questo non sfugge agli osservatori che iniziano a scriverne (Huffington post, Il Fatto quotidiano e qualche sito minore di cattolici preconciliari) evidenziando la polemica innescata ad arte, cogliendo questo unico aspetto della Carta, tralasciando tutto il resto: un lavoro ricco, preparato per tutto un anno dai 30mila partecipanti; la bella esperienza di democrazia partecipativa; dell’assunzione di responsabilità nei confronti delle istituzioni e dell’Agesci di cui fanno parte. Il loro è un chiedere su molti temi, se gli osservatori fossero davvero interessati troverebbero alla voce immigrazione, carceri, lavoro altrettanti punti forti.

Fare un pezzo di colore è facile, sfruttare una polemica creata ad arte è sleale. Chi lo fa non vuole informare, ma battagliare; non gli interessa conoscere, ma vuole tracciare una linea, “iscriverli” alla propria causa: non ascolta, ma pretende lo schieramento con la conservazione o con la rivendicazione. La relazione educativa è ben altro: scommesse, sfide, sostegno, comprensione, gioco, condivisione, regole, cambiamento.

Quello che mi infastidisce ad esempio è l’uso spudorato del lavoro fatto dai ragazzi. Ripeto: chi ha usato la polemica non vuole sapere chi sono questi ragazzi, come ci sono arrivati; di che stoffa e quanto ricca essa sia; della varietà e della bellezza del loro carattere. A nessuno, forse, è venuto in mente che una tale libertà condivisa – che trova la sintesi nella “Carta del coraggio” – è anche frutto del lavoro educativo di noi capi: educhiamo i ragazzi ad essere cittadini attivi, liberi, consapevoli, critici. Non li educhiamo ad un modello, cerchiamo di renderli protagonisti e di riconoscere il loro meglio e di tirarlo fuori. Ma chi preferisce creare contrapposizioni tutto questo non interessa e sfugge volutamente che ad ogni punto c’è un chiaro e indelebile: «Chiediamo», «Ci impegniamo». Quante altre realtà sono capaci di questo?

La nostra società bloccata da troppo tempo su posizioni irrigidite, fatica e si affanna a trovare una civile convivenza e un discorso pubblico da allargare, magari per curiosare o approfondire; registra e rilancia percezioni piuttosto che interrogarsi, conoscere, fare esperienza. Una società che blandisce e finge di ascoltare i giovani (che invece chiedono e s’impegnano), che li usa per i propri fini e che li strattona per le proprie convenienze e battaglie.

Ma la relazione educativa ha tempi, pensieri, evoluzioni fatti di sfumature, possibilità, contraddizioni non è una petizione da firmare, né si risolve con una condivisione su Facebook, un secchio di acqua gelata in testa. Quelli sono strumenti che arrivano dopo. È formazione, confronto, scambio e sedimentazione. E soprattutto l’Agesci ha tempi, luoghi, metodi per camminare nella direzione necessaria e utile.

I capi non abitano un pianeta diverso da quelli che s’affrettano in opinioni e polemiche, noi con i ragazzi ci stiamo e soprattutto educhiamo con responsabilità e a volte lo facciamo in contesti difficili. Siamo sulla frontiera e da qui abbiamo accettato e sfidato i problemi, ma con i tempi necessari alla piena comprensione. Su questa frontiera, ad esempio, da almeno 40 anni pratichiamo la parità di genere; mentre giornali, gruppi e opinionisti, discutono ancora sulla opportunità o meno delle quote rosa. Mentre denunciano le disparità tra uomo e donna, le nostre unità vengono garantite dalla compresenza maschile e femminile. Noi la parità la pratichiamo, non la sbandieramo, né ci perdiamo in polemiche. E sfido qualunque “militante” pro o contro a trovare una sola discriminazione verso capi o ragazzi che hanno manifestato un qualsiasi tipo di orientamento sessuale.

Tutte le relazioni affettive trovano sostegno attraverso una serena comprensione di sé e questo avviene non per una bandiera impugnata, ma grazie al dialogo tra adulto e giovane che diviene sempre più serrato, mai facile, ma coraggioso; fatto di fatica e di soddisfazioni.

Se qualcuno dei polemisti ha la fortuna di frequentare i ragazzi saprà vedere di quali fragilità sono portatori gli adulti, di quanto siano confusi. Ma vedrà pure la fiducia generosa concessa verso chi sa offrire una sponda solida e credibile. Non si tratta da quale parte stare, ma di fare il bene di ogni ragazzo e ragazza che ci viene affidato/a.

* Capo scout Agesci, è capo reparto con i ragazzi dai 12 ai 16 anni­

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