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Sinodo, allarghiamo lo sguardo

Gilberto Borghi
www.vinonuovo.it

Sono tanti oggi i volti dell’«ospedale da campo» chiamato famiglia. Ma l’unica medicina è lasciare che tutti possano vedere e toccare il Medico vero

Allarghiamo lo sguardo, vi prego! Persino i giornali laici si sono appassionati a questa diatriba intra ecclesiale sulla comunione ai divorziati risposati. È un rischio terribile: che il sinodo ormai alle porte finisca per essere risucchiato da questa centralità e perda invece tutto il peso e l’importanza di una serie di questioni che il lavoro preparatorio ha messo in luce. Lavoro fatto anche attraverso le consultazioni libere all’interno della Chiesa, e che forse anche per questo, andrebbe non dimenticato.

Le coppie che continuano a restare insieme, ma hanno un cuore indurito, sono forse a posto? I giovani che vogliono sposarsi ma non capiscono come fare discernimento dentro di sé, trovano forse aiuto sufficiente nella Chiesa? Sulle famiglie che non hanno stabilità economica e per questo rischiano di perdere la loro dignità anche sul piano etico, dobbiamo tacere? Le brave coppie e famiglie che invece si sentono tranquille nella loro fede un po’ borghese, ma che non evangelizzano più, continueremo a portarle come esempio? E, non da ultimo, chi vuole davvero essere di Cristo come coppia, e declinare questo nella dimensione affettiva sessuale della loro relazione, li lasciamo da soli, quasi senza parole, se non quelle del rischio etico?

Tutte queste situazioni (e altre ancora) sono legate alla metafora, ripresa anche pochi giorni fa da papa Francesco, della Chiesa come ospedale da campo. Cioè della Chiesa come luogo per curare e non per giudicare, prima di tutto. Ma come si fa a curare in un ospedale da campo? Il ferito deve entrare in contatto con chi? Con gli infermieri? Con gli organizzatori del campo? O con il “Medico”? Fuori metafora. I bravi cristiani, i vescovi, i preti, sono il medico? A volte ho l’impressione che davvero pensiamo di essere noi il medico. E che pochi ricordano che il soggetto della frase iniziale di Lumen Gentium, nel Vaticano II, non è la Chiesa, ma Cristo. È Cristo la luce delle genti. È inutile negarlo, ce lo siamo persi questo! Centrati a guardarci l’ombelico ecclesiale (quale sarà poi?) abbiamo perso la centralità di Cristo nelle nostre comunità.

E allora? Che si può fare? Forse ci vuole una conversione pastorale che applichi un principio ormai ineludibile: fare un passo indietro.

Intendo con questo la possibilità della Chiesa di riconoscere e accettare che lo Spirito lavora anche prima e fuori dai suoi confini visibili e che quindi essa non ha l’esclusiva per far esistere la fede in Cristo sulla terra. Che il suo ruolo quindi è davvero quello di essere il sacramento universale di salvezza, cioè il segno efficace di Dio che salva in Cristo. Ma solo questo! Il sacramento infatti non esaurisce la realtà che significa e realizza, ma ne è solo la primizia garantita. La Chiesa non esaurisce la presenza dello Spirito nel mondo, ma ne è la primizia garantita.

Fare un passo indietro perciò significa smetterla con una Chiesa che “vela” Cristo, nascondendolo nel suo seno quasi a volerlo proteggere dal mondo, e lasciare che il mondo possa vedere e toccare direttamente il tesoro di grazia che essa contiene. Una Chiesa si apre e si lascia “derubare” del suo bene che la fonda e le da senso, senza la paura di perdere sé stessa, perché appoggiata alla sicurezza di Cristo.

Farsi da parte, insomma. Perché quando il mediatore diventa troppo “ingombrante” finisce per diventare un “isolante” e non permette più che le due parti riescano ad entrare in contatto. E questo su tutte e tre le dimensioni in cui tradizionalmente la pastorale si struttura. Perciò meno catechesi e più lettura diretta della bibbia; meno celebrazioni formali e più contatto diretto con Lui; meno organizzazione istituzionale della carità e più contatto diretto coi poveri.

Se si vuole che il ferito e Cristo si incontrino ci è chiesto di tornare pensare che il peccato non è una presenza di male, ma una assenza di bene. Anche l’azione peccaminosa, al di là del suo disordine che continua a permanere, porta comunque in sé le tracce dell’amore che lo ha creato. Perché nulla potrebbe esserci se Dio non lo facesse esistere. Per quanto sia turpe e indicibile, il peccato è sempre un amore impazzito, un amore che si è separato dalla radice fontale dell’amore, Dio, e che vuole diventare Dio a sé stesso.

Per recuperarlo allora, non serve allontanarlo da sé stessi. Dio non redime il peccatore tagliando via da lui il suo peccato. Ma fa un’azione contraria. Si carica del peccatore. E così ne assume il peccato e lo consuma in un atto d’amore totale che è in grado di recuperare persino l’effetto più radicale del peccato stesso, cioè la morte. Se fossimo davvero convinti di questo ci sarebbe da rifare un’intera antropologia e recuperare una spiritualità antica che abbiamo perso. Perché molti fedeli oggi, restano bloccati dentro il senso di colpa, proprio per non essere capaci di staccare via il peccato da sé, così come molte “guide” ecclesiali continuano ancora a chiedere. E così il ferito viene messo in attesa in barella e se la deve cavare da solo!

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