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Coppie gay, non più tabù

Luca Kocci
il manifesto, 14 ottobre 2014

Qualche spiraglio sulla questione dei divorziati risposati, chiusura netta sulla contraccezione, alcune aperture di credito sulle relazioni di amore che legano le coppie conviventi o sposate solo civilmente e le coppie omosessuali, pur ribadendo in maniera ferma la dottrina sul matrimonio.

A metà dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia – cominciata in Vaticano lo scorso 5 ottobre – ieri l’intervento (Relatio post disceptationem) del cardinal Péter Erdő, relatore generale dell’assise, ha fatto la sintesi dei lavori della prima settimana e ha dato il via al confronto di questa seconda settimana, che si svolgerà non più in assemblea ma nei circoli minori per gruppi linguistici.

Sul tema che ha caratterizzato il dibattito pre-sinodale – soprattutto sui media –, quello dell’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati (al momento sono esclusi), sembra prevalere la linea riformista di cauta apertura del cardinal Kasper, attaccata duramente dalla minoranza conservatrice. Si parla della possibilità di «rendere più accessibili ed agili le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità» dei matrimoni, anche incrementando le responsabilità del vescovo diocesano – soluzione gradita ai settori tradizionalisti –, ma anche, come suggeriva Kasper, di prevedere la possibilità dell’accesso ai sacramenti, «preceduto da un cammino penitenziale», valutando caso per caso. Bocciata senza appello, invece, la proposta del cardinal Scola di limitarsi alla «comunione di desiderio». «Se è possibile la comunione spirituale – spiega Erdő, riportando l’opinione di molti padri sinodali –, perché non poter accedere a quella sacramentale?».

Confermata la chiusura sulla questione della contraccezione, come del resto risultava chiaro già dall’Instrumentum laboris (la traccia di lavoro del Sinodo), nonostante ai vescovi sia chiaro che i fedeli non seguono da tempo le indicazioni del magistero. È vero che spesso non si fanno figli perché le coppie sono senza lavoro e senza casa («i fattori di ordine economico esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità»), tuttavia si ribadisce che «l’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell’amore coniugale». Vanno bene i metodi naturali di controllo delle nascite, non quelli artificiali. Il punto di riferimento resta la Humanae Vitae di Paolo VI, che su questo argomento ha messo una pietra tombale.

Le aperture di credito più sorprendenti arrivano sul fronte dei matrimoni civili, delle convivenze e delle coppie omosessuali. Queste unioni ovviamente non vengono approvate – il matrimonio canonico resta l’unica forma pienamente accettata –, ma viene riconosciuto loro un certo valore. Bisogna cogliere «la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze», all’interno delle quali vi sono «elementi costruttivi», spiega Erdő. La convivenza «è spesso scelta a causa della mentalità generale, contraria alle istituzioni ed agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso)». «Anche in tali unioni – proseguono i vescovi – è possibile cogliere autentici valori familiari o almeno il desiderio di essi». E delle coppie omosessuali – dopo aver duramente attaccato l’«ideologia del gender» – si ricorda che «non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna», ma «si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner» e dei bambini. Poca cosa, in termini assoluti, ma un significativo cambio di marcia rispetto alla durezza espressa durante i pontificati di Wojtyla e di Ratzinger e tutt’ora contenuta nel Catechismo della Chiesa cattolica.

All’ordine del giorno non ci sono rivoluzioni copernicane, anche perché viene ribadito il metodo della «gradualità» e la necessità di unire «dottrina» e «misericordia». Ma ad oggi la linea intransigente pare ridimensionata. Sabato arriverà la relazione finale.

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La Chiesa apre alle coppie gay “un appoggio prezioso per la vita”

Andrea Tornielli
La Stampa, 14 ottobre 2014

La Chiesa cambia approccio, oltre che sui divorziati-risposati, anche sui gay. È senza dubbio nuovo il linguaggio che si ritrova nella relazione che riassume la prima settimana di discussione del Sinodo sulla famiglia.
Il documento, un testo di lavoro che ora sarà dibattuto dai vescovi nei circoli linguistici, è stato letto dal relatore, il cardinale ungherese Peter Erdo.

«Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?», si è chiesto.
«Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?».

La dottrina morale non cambia, nel testo si ribadisce che «le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna» e che non è accettabile che si vogliano esercitare pressioni per l’«introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender». Al contempo però, «senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali», si prende atto «che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners».

Nel briefing con i giornalisti il segretario speciale del Sinodo, l’arcivescovo Bruno Forte, autore del passaggio della relazione dedicato ai gay, ha ribadito che la Chiesa non vuole usare la parola «famiglia» per le unioni omosessuali. E ha aggiunto: «Mi sembra evidente che le persone umane coinvolte nelle diverse esperienze hanno dei diritti che devono essere tutelati», non escludendo dunque «la ricerca anche di una codificazione» di questi diritti.

Nella discussione a porte chiuse, seguita alla lettura della relazione, diversi interventi hanno avuto accenti critici con quella formulazione, e dunque è possibile che venga modificata o ampliata.

Il cardinale Gerhard Müller, Prefetto della dottrina della fede, a proposito dell’accoglienza delle persone omosessuali ha osservato: «È un atteggiamento cristiano di cui hanno sempre parlato già i documenti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI poiché si guarda alla persona creata da Dio».
Ma ha aggiunto che «la coppia come tale non può essere riconosciuta» dalla Chiesa.

Ampio spazio è stato dedicato nella relazione ai problemi delle famiglie che vivono situazioni di difficoltà, ai divorziati-risposati e ai conviventi. Erdo ha affermato che «nel Sinodo è risuonata chiara la necessità di scelte pastorali coraggiose. Riconfermando con forza la fedeltà al Vangelo della famiglia, i padri sinodali, hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, riconoscendo che esse, il più delle volte, sono più “subìte” che scelte in piena libertà».

Dalla relazione emerge il dibattito tra i favorevoli e i contrari all’ammissione ai sacramenti coppie in situazione «irregolare». Nessuno, in aula, ha proposto l’affermazione di un diritto per tutti o facili scorciatoie. «Non è saggio – si legge nella relazione – pensare a soluzioni uniche o ispirate alle logica del “tutto o niente”».

Le eventuali soluzioni andranno dunque cercate tenendo conto delle storie personali, con gradualità, attraverso un discernimento da parte dei pastori. Rispettando soprattutto «la sofferenza di coloro che hanno subìto ingiustamente la separazione e il divorzio». Significativo anche il riconoscimento degli «elementi positivi» riscontrabili nelle «forme imperfette» quali sono considerate il matrimonio civile o le convivenze.

E ieri mattina, nella messa a Santa Marta, commentando il Vangelo del giorno Papa Francesco ha parlato dei dottori della legge, che al tempo di Gesù «erano chiusi in se stessi e nei loro sistemi», avendo dimenticato che Dio «è il Dio della legge ma è anche il Dio delle sorprese».

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Nella relatio post disceptationem l’attenzione del Sinodo alle persone e alle coppie gay

Iacopo Scaramuzzi
Vatican Insider, 13 ottobre 2014

Cogliere gli “elementi positivi” presenti anche nelle “forme imperfette” di famiglia, comprese le convivenze pre-matrimoniali. Curare le “famiglie ferite” (separati, divorziati) con “scelte pastorali coraggiose”.
Riscoprire, nella enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, “il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità”.

Sono alcuni dei punti affrontati dalla “relatio post disceptationem”, la relazione intermedia pronunciata stamane dal cardinale relatore Peter Erdo in apertura della seconda settimana del sinodo straordinario sulla famiglia (5-19 ottobre) che vedrà i “circuli minores”, gruppi linguistici, a lavoro nell’emendare il testo in vista di una “relatio synodi” che sarà votata dai padri sinodali sabato 18 ottobre.

Sul nodo della comunione di divorziati riposati, l’arcivescovo di Budapest ha sottolineato che c’è un dibattito aperto tra quanti negano e quanti ammettono l’accesso alla comunione, che andrebbe comunque concessa in seguito ad un cammino penitenziale. Linguaggio molto aperto, infine, sugli omosessuali, che hanno “doti e qualità da offrire alla comunità cristiana” e danno un “appoggio prezioso” al partner quando sono legati in unione.

Nella prima parte della relatio, il presidente della conferenza episcopale ungherese ha elencato una serie di questioni che toccano la famiglia dal di dentro o dal di fuori: individualismo, solitudine, immaturità affettiva, poligamia, matrimoni misti, ragazze madri, calo demografico, aumento del numero dei divorzi, violenze domestiche sulle donne, fragilità dei bambini, migrazioni, guerre.

Nella seconda parte, Erdo ha ricordato che “Gesù stesso, riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna” ed ha poi tracciato un parallelo – suggerito nell’aula sinodale dall’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn – tra il documento del Concilio vaticano II sulla libertà religiosa Lumen Gentium, che riconosce che anche al di fuori della Chiesa cattolica si trovino “parecchi elementi di santificazione e di verità” (paragrafo 17) e la possibilità di “riconoscere elementi positivi anche nelle forme imperfette che si trovano al di fuori di tale realtà nuziale, ad essa comunque ordinate”.

Il cardinale ha sottolineato che la Chiesa “deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito”, come “la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente” (paragrafo 23).

La terza parte affronta le “istanze pastorali più urgenti” che il “dialogo sinodale” affida “alla concretizzazione nelle singole Chiese locali, nella comunione cum Petro e sub Petro”. Una “sensibilità nuova” della pastorale odierna, ha detto Erdo, “consiste nel cogliere la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze” (paragrafo 36).
L’arcivescovo di Budapest ha sottolineato, ad esempio, che in alcuni paesi “le unioni di fatto sono molto numerose, non per motivo del rigetto dei valori cristiani sulla famiglia e sul matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è un lusso, cosicché la miseria materiale spinge a vivere in unioni di fatto”.

Quando Erdo ha affrontato il tema di “curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati)” ha subito sottolineato che “nel Sinodo è risuonata chiara la necessità di scelte pastorali coraggiose”. Il porporato ungherese ha ribadito che “molti” padri sinodali hanno richiesto uno “snellimento della procedura” per le cause di nullità matrimoniale.

Quanto alla “possibilità di accedere ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia” da parte dei divorziati risposati, “alcuni – è l’attento wording utilizzato dal cardinale Erdo – hanno argomentato a favore della disciplina attuale in forza del suo fondamento teologico, altri si sono espressi per una maggiore apertura a condizioni ben precise quando si tratta di situazioni che non possono essere sciolte senza determinare nuove ingiustizie e sofferenze.

Per alcuni l’eventuale accesso ai sacramenti occorrerebbe fosse preceduto da un cammino penitenziale – sotto la responsabilità dal vescovo diocesano –, e con un impegno chiaro in favore dei figli.

Si tratterebbe di una possibilità non generalizzata, frutto di un discernimento attuato caso per caso, secondo una legge di gradualità, che tenga presente la distinzione tra stato di peccato, stato di grazia e circostanze attenuanti” (paragrafo 47). Ad ogni modo, “suggerire di limitarsi alla sola ‘comunione spirituale’ per non pochi Padri sinodali pone alcuni interrogativi: se è possibile la comunione spirituale, perché non poter accedere a quella sacramentale?”.

Le persone omosessuali, ha poi detto Erdo, “hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?” (paragrafo50). Inoltre, “senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli” (paragrafo 52).

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