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Dove c’è religione non c’è libertà

José María Castillo
Adista Documenti n. 36 del 18/10/2014

Per presentare da subito il tema che cercherò di spiegare, voglio iniziare con una domanda: che autorità morale o credibilità può avere, dinanzi ai cittadini del nostro tempo, un’istituzione (la Chiesa) che, così come è pensata e organizzata, non può essere governata come una democrazia, né può rispettare e mettere in pratica i diritti umani? Tale domanda si fa più appassionante, e anche più scomoda, se pensiamo (almeno per un istante) che la Chiesa intende “evangelizzare”, cioè “trasmettere il Vangelo”. Ma come potrà trasmettere “quanto c’è di più sublime” (il Vangelo di Gesù), se non può osservare “quanto c’è di più elementare” (la democrazia e i diritti fondamentali)?

Ciò detto, il punto di partenza della mia riflessione è questo: la democrazia nel governo della Chiesa, come pure l’osservanza dei diritti umani al suo interno, sono questioni così vitali e urgenti che è dalla corretta soluzione di questi due problemi che dipende la possibilità per la Chiesa di essere o meno fedele alle sue origini (ossia, al Vangelo). Ed è ugualmente dalla fedeltà alla democrazia e ai diritti umani che dipende il fatto che la Chiesa possa recuperare la credibilità di cui ha tanto bisogno e compiere la missione che le è stata assegnata in questo mondo.

Penso, inoltre, che la Chiesa (nel suo insieme) non abbia ancora preso coscienza dell’importanza determinante di quanto ho appena indicato. E ancora un’osservazione, per me vitale: in questa conferenza dirò cose che risulteranno sgradevoli ad alcuni. Se parlo in questo modo, non è per risentimento o per una presa di distanza dalla Chiesa. Al contrario. Dico queste cose perché molto forti sono l’interesse e l’affetto che provo per la Chiesa. Per la Chiesa che abbiamo, non per quella che io possa avere in testa. Perché in questa Chiesa sono nato. In essa vivo. E in essa voglio morire. Devo alla Chiesa la conoscenza di Gesù e del suo Vangelo. Quello che succede è che spesso noto la distanza e finanche la contraddizione, che tanta gente tocca con mano, tra la Chiesa e il Vangelo. Dinanzi a questo non posso tacere. In ciò radica il contenuto e l’intenzione di quel che dirò.

1. PUNTO DI PARTENZA

Il grande problema, che qui affrontiamo, non è quello che consiste nel precisare se la Chiesa possa o meno essere democratica. Questo è scontato. C’è un problema preliminare che non abbiamo mai preso per le corna. Mi riferisco alla struttura stessa della religione. Se parliamo della relazione tra Chiesa e democrazia, tra Chiesa e diritti, ci infiliamo in un vicolo senza uscita, se prima non affrontiamo il problema del rapporto tra la Chiesa e la religione. Perché? Perché la religione – così come la conosciamo, escluse rare eccezioni – non consiste solo nella “relazione con Dio”: oltre a questo, è anche una “relazione mediata”. Vale a dire che la religione consiste in una relazione con Dio che si realizza per mezzo (relazione “mediata”) di mediatori associati a gerarchie legate a un sistema di riti, di cariche e di poteri sacri, i quali implicano dipendenza, obbedienza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili. Da qui deriva il fatto che il “sentimento religioso” specifico è il “sentimento di venerazione”, con conseguente “sottomissione”. Sottomissione non solo a Dio, ma anche ai mediatori, i quali operano da “ponte” (“pontefici”), tra gli esseri umani e il Trascendente. Tra l’“immanenza” e la “trascendenza”.

Ebbene, nella misura in cui la religione si accetta, si vive e si mantiene così, è semplicemente contraddittorio e pertanto impossibile stabilire una relazione, che si possa giustificare e tradurre nella pratica, tra religione e democrazia, tra religione e diritti umani. E per questo è impossibile una relazione normale tra Chiesa e democrazia o tra Chiesa e diritti umani. Questa contraddizione non suole essere “argomentata razionalmente” o discorsivamente. Ma viene, questo sì, “vissuta emotivamente” da importanti settori della popolazione, specialmente nei Paesi più sviluppati. Da qui la frequente conflittualità tra i cittadini e le gerarchie della religione. Spesso, tale conflittualità si spiega, nel caso degli esponenti della gerarchia, con il riferimento alla perdita della fede, al relativismo morale, alla degradazione dei costumi… E, nel caso dei cittadini, con un rifiuto nei confronti delle gerarchie basato su motivazioni culturali, sociali, politiche ed etiche. In tutto questo può esserci, senza dubbio, qualcosa o molto di vero. Ma non sta qui la vera ragione dell’eterno conflitto tra rappresentanti della gerarchia e fedeli, tra preti e laici.

Il fatto è che, se ci fermiamo qui, inevitabilmente finiamo per brancolare nel buio. In quanto, se ci limitiamo a tali discussioni e a tali scontri, restiamo sul serio ciechi, gli uni e gli altri. Perché, se si resta a un livello superficiale e non si va al fondo della questione, che si tratti di un vescovo, di un teologo o di un laico, si procede irrimediabilmente nella vita come dei ciechi. Perlomeno è proprio questo che a me è capitato troppe volte.

2. LIBERTÀ E UGUAGLIANZA

Per parlare con proprietà di democrazia e diritti umani, bisogna iniziare, come è logico, da dove inizia la Dichiarazione Universale: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti» (Art. 1). Pertanto, la libertà e l’uguaglianza sono i due fondamenti essenziali della democrazia e dei diritti basilari degli esseri umani. Di conseguenza, dove non c’è uguaglianza e non c’è libertà, non c’è – né ci può essere – democrazia. Perché la democrazia è precisamente il sistema di governo e di convivenza che mette fine alle disuguaglianze e a ogni sottomissione. Dove c’è disuguaglianza e sottomissione non può esserci democrazia.

Ebbene, all’estremo opposto, radicalmente opposto, rispetto ai due principi appena indicati (la libertà e l’uguaglianza), c’è la religione. Perché la religione è gerarchia e obbedienza. Naturalmente, gerarchia e obbedienza a Dio. Ma non solo a Dio. Gerarchia e obbedienza a Dio attraverso dei “mediatori”, che sono essenziali nella religione. E che sono quelli che rappresentano le gerarchie costitutive della religione. Ma gerarchia è lo stesso che disuguaglianza (di cariche, di dignità, di poteri, di categorie…). E gerarchia è lo stesso che sottomissione degli uni (quelli che obbediscono) agli altri (quelli che comandano). Sottomissione nei dogmi, nei riti, nelle norme, nelle tradizioni… Pertanto, dove c’è religione non può esserci libertà, né può esserci uguaglianza. Il che non vuol dire che dove c’è relazione con Dio non possa esserci libertà, né possa esserci uguaglianza. Una cosa è la relazione con Dio. Altra cosa è la relazione con la religione del sacro, con le sue gerarchie e le conseguenti disuguaglianze e sottomissioni. Ne parliamo poi. Ma prima è necessario chiarire un’altra importante questione.

3. UGUAGLIANZA E DIFFERENZA

Una cosa è la disuguaglianza e un’altra la differenza. La differenza è un fatto. L’uguaglianza è un diritto. È un fatto che gli uomini sono diversi dalle donne, i bianchi dai neri, ecc. Ma questo non vuol dire che gli uomini abbiano diritti che non possano avere le donne. O che i bianchi abbiano diritti che non possano avere i neri, ecc. La “differenza è un termine descrittivo”. Mentre l’“uguaglianza è termine normativo” (Luigi Ferrajoli, Dei diritti e delle garanzie). Le differenze non possono mai essere “fattori di disuguaglianza”. Perché quando le differenze si erigono in disuguaglianze, si passa dall’ambito dei “fatti” all’ambito dei “diritti”. E questo fa sì che, quando uno è differente (per qualsivoglia motivo), questo “fatto” si costituisca in un “diritto” o in una fonte di diritti che non sono alla portata degli altri.

Questo slittamento dai fatti ai diritti è molto più frequente di quanto si immagini. Avviene in politica, nel mondo imprenditoriale e lavorativo, nell’ambito della scienza e del sapere, nella società in generale. E in una maniera molto particolare si produce – e riproduce – nelle religioni, concretamente nella Chiesa: gli uomini hanno diritti che non hanno le donne, i chierici godono di diritti che non possono vedersi riconoscere i laici, ecc. Il che, per ampi settori della popolazione, risulta semplicemente irritante, specialmente in due ambiti della vita a cui quasi tutti siamo molto sensibili. Mi riferisco a tutto ciò che è relazionato con il denaro e con il sesso. Che la Chiesa sia vista come una religione, è un fatto. Che questo fatto si sia trasformato in una fonte di diritti, che di fatto sono privilegi, è qualcosa che è davanti agli occhi di tutti. E questo è già, di per sé, motivo di indignazione. Ma se a questo si aggiunge l’opacità di quello che si occulta, di quello di cui non si informa l’opinione pubblica, allora l’“indignazione” diventa “irritazione”. Nessuno sa esattamente quanto denaro entra nella Chiesa. Nessuno sa da dove proviene questo denaro. Nessuno sa in cosa si investe tanto denaro. Né come si investe. È vero che vi sono vescovi, preti, religiosi e religiose esemplari e anche eroici. Ma è anche vero che, per esempio, i privilegi fiscali della Chiesa sono importanti. Ma questo cosa rappresenta? Che conseguenze ha? Si sa che tali benefici erano, almeno negli anni del governo Zapatero, maggiori dei privilegi di cui la Chiesa godeva al tempo di Franco. E quanto all’ambito del sesso, basti dire che, fino al pontificato di Giovanni Paolo II, era il Vaticano a proibire severamente che si sapesse qualcosa in relazione agli abusi sui minori. Era dai tempi di Pio XII che sapevo di tali abusi. Come pure sapevo del severo divieto imposto da Roma al riguardo.

4. GESÙ E LA RELIGIONE

Per tutto questo, tanto più impressionano l’originalità, la genialità e l’attualità del Vangelo. Perché – lo dico già da ora – il Vangelo non è una religione (nel senso appena illustrato), né la Chiesa può essere un’istituzione che rappresenti una religione.

Mi spiego. Sappiamo che Gesù venne perseguitato, insultato, minacciato, processato, condannato e ucciso dai rappresentanti gerarchici e dai capi della religione del tempio, la religione del sacro, la religione della legge e dei riti, la religione che minaccia castighi e condanne. Gli uomini della religione, al tempo di Gesù, si erano resi conto che quello che essi rappresentavano e quello che rappresentava Gesù erano due cose incompatibili.

È tutto questo che spiega perché Gesù si pose dalla parte degli “ultimi”. E si scontrò con i “primi”. Come si pose dalla parte dei “piccoli” (i bambini) e si scontrò con i “grandi” (i sommi sacerdoti). Nello stesso modo in cui ebbe conflitti con “i potenti” e si fece amico dei “deboli” (cfr. Lc 1,51-53). In altre parole, Gesù si pose dalla parte delle vittime del sistema politico-religioso, che si basa e si mantiene sul sistema delle gerarchie sacre, dei poteri sacri, delle dignità che vengono dall’alto, dei privilegi che meritano i dignitari di “dio”… Qui stiamo toccando il punto essenziale. Perché, in definitiva, stiamo toccando l’unico fondamento che quadra con l’unica cosa ragionevole che può essere e denominarsi “Dio”, il Padre di bontà. Cioè, il Padre che è buono con tutti, tanto con i giusti quanto con i peccatori, tanto con chi si è “perduto” quanto con l’“osservante” (Lc 15,11-32), e che – se dà la precedenza a qualcuno – sceglie il samaritano, nel momento stesso in cui indica il sacerdote come esempio di quello che non si deve fare (Lc 10,30-35).

Ne deriva che, se parliamo della Chiesa cominciando dal principio, bisogna dire: Gesù non fondò la Chiesa. Sappiamo che la Chiesa ha la sua origine in Gesù (“… Ecclesiae… initium fecit”. Vat. II: LG 5). Nessuno pone in dubbio il fatto che Gesù fu un uomo profondamente religioso. Ma Gesù non fondò una religione. La sua relazione con il tempio, i sacerdoti, gli scribi e i farisei fu tale che le gerarchie religiose si resero conto che quello che esse rappresentavano e quello che rappresentava Gesù erano due cose incompatibili. Per questo i capi della religione lo condannarono a morte (cfr. Gv 11,47-53). Ebbene, la morte in croce di un delinquente condannato come sovversivo non era né poteva essere, a quel tempo, un rito religioso. Era un atto radicalmente opposto a tutto ciò che la religione rappresentava allora. Di più: secondo i vangeli, Gesù, al momento della morte, si sentì abbandonato persino da Dio (Mt 27,45; Mc 15,34; cfr. Sal 22,2). Naturalmente, la morte di Gesù fu un sacrificio. Ma non un sacrificio “rituale”. Fu un sacrificio “esistenziale”. Gesù in croce non offrì un “rito religioso” (Eb 9,12.25), ma offrì “se stesso” (Eb 7,27; 9,9-14), cioè offrì la propria esistenza.

Decisamente, Gesù non fondò una religione. Piuttosto, quello che si può affermare è che operò uno spostamento della religione: la tolse dal “sacro” e la pose nella “vita”, nelle corrette relazioni etiche tra gli uni e gli altri. Per questo, l’unica volta che il Nuovo Testamento utilizza la parola “religione” (threskeia) è per dire che la religione consiste nel “soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni” (Gc 1,27). Allo stesso modo, quando il Nuovo Testamento esorta i cristiani a mettere in pratica l’atto centrale della religione, il “sacrificio” (thysía), afferma che i sacrifici “graditi a Dio” sono “la solidarietà e fare il bene” (Eb 13,16). Il N.T. opera uno spostamento, in quanto trasferisce la religione dal “sacro” al “laico”, dai riti alle relazioni sociali.

5. LA CHIESA E LA RELIGIONE

È un fatto che, nella grande comunità dei credenti in Gesù, con il passare del tempo, si sono prodotti due fenomeni che, visti nel loro insieme, risultano assai preoccupanti. Perché sono realmente gravi. Si tratta di questi due fatti: 1) Il Vangelo, come forma di vita e principio organizzativo per la Chiesa, è stato spinto ai margini, fino al punto che si è arrivati a fare con tutta naturalezza esattamente il contrario di quanto dispone o vieta Gesù. 2) Nella stessa misura in cui si è andato emarginando il Vangelo, si è potenziata la Religione: il sacro, i riti, i templi, i sacerdoti, fino ad arrivare alla situazione in cui viviamo attualmente: la Chiesa è un’istituzione più religiosa che evangelica. Per questo la gente sa che, quando si parla del cristianesimo e della Chiesa, stiamo parlando della “religione”, non del “Vangelo”. Perché, per molti cittadini, la Chiesa è tanto nettamente religiosa quanto strettamente anti-evangelica.

Finché allora perdurerà questo stato di cose, la confusione attorno alla Chiesa, al Vangelo e alla religione sarà costante. D’altra parte, finché le cose continueranno così, la Chiesa si sentirà incapace di mantenere vivo il ricordo di Gesù. E quello che Gesù rappresenta per la storia dell’umanità.

Inoltre, essendo la Chiesa non solo una religione, ma anche uno Stato, le sue relazioni con gli altri Stati, e la conseguente presenza della Chiesa in ogni Paese, si vedranno soggette a incessanti complicazioni, situazioni ambigue, contraddizioni innumerevoli. Soprattutto la contraddizione legata al fatto che la Chiesa si presenta come portavoce del Vangelo dei poveri e dei deboli nel momento stesso in cui appare detentrice di un potere che è al di sopra di tutti i poteri di questo mondo. E si presenta come portatrice dei diritti umani pur avendo una teologia e un diritto che non osano neppure parlare di uguaglianza reale ed effettiva tra uomo e donna, tra chierici e laici, ecc.

Che si dica, con chiarezza e senza paura, che, se la Chiesa vuole vivere nel nostro tempo, e non nella pre-modernità, deve modificare la sua teologia e il suo diritto canonico. La Chiesa, se vuole predicare il Vangelo, deve modificare il diritto ecclesiastico. Così come deve modificare la teologia che supporta tale diritto.

6. PROPOSTE CONCLUSIVE

1. Considerare il papato come l’attuale vescovo di Roma, papa Francesco, sta cercando di fare: essere fondamentalmente il vescovo di Roma. E agire come istanza di appello per le questioni che non si possono risolvere in ambito locale.

2. Recuperare il governo sinodale vigente nella Chiesa del primo millennio. Di modo che siano i sinodi (nazionali o regionali) a definire gli incarichi di governo, a vigilare sulla fedeltà delle Chiese al Vangelo e ad assumere le decisioni per il miglior governo delle diocesi, delle parrocchie e delle comunità concrete.

3. Rinnovare e attualizzare la prassi dei sacramenti. È importante sapere che i canoni della Sessione VII del Concilio di Trento, quella sui sacramenti, non sono dogmi di fede. Pertanto, si possono, e si devono, modificare, per attualizzarli. E questo sarebbe un compito soprattutto dei sinodi locali, in cui devono avere voce attiva e capacità decisionale i laici e le laiche. Forse una delle cose più urgenti è “inculturare” i sacramenti, affinché i nostri “rituali religiosi” possano essere praticati e vissuti come “simboli della fede”.

4. Da ultimo: la Chiesa deve insistere non solo sui doveri dei fedeli, ma anche, e ugualmente, sui diritti di tutti i cittadini. Non solo per rispetto di questi cittadini, giacché rispettare qualcuno significa difenderne i diritti, ma anche perché, se calca di più sui doveri che sui diritti, questo genera “un sistema morale impoverito” (J. Feinberg, “The Social importance of Moral Rights”). La Chiesa ha insistito troppo, per esempio, sul dovere di sopportare, in silenzio e con pazienza, le intemperanze e persino gli abusi che spesso gli uomini commettono nei confronti delle donne. E questo, ripetuto per secoli, è stato un fattore determinante della rassegnazione e del timore con cui le donne hanno sopportato la violenza della società patriarcale e maschilista. Fino ai tanti omicidi commessi da uomini “rispettabili”, che, all’improvviso, uccidono la moglie prima di suicidarsi. La predicazione morale che hanno sopportato le donne, nella loro instancabile frequentazione delle chiese, ha alimentato la cultura del timore e del silenzio, con le conseguenze ben note.

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