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Unioni tra persone omosessuali: il Sinodo e la Corte costituzionale

Stefano Ceccanti*
Vatican Insider, 14 ottobre 2014

Le aperture emerse ieri dalla relazione dopo la discussione del Sinodo dei vescovi contribuiscono a deideologizzare ulteriormente la questione. Peraltro finiscono per convergere in modo abbastanza agevole con quanto indicato nel corso degli anni dalla nostra Corte costituzionale.

Prima delle due sentenze dedicate alle unioni omosessuali (138/2010 e 17/2014) vi era stato il riconoscimento delle convivenze stabili tra coppie eterosessuali su cui la Corte era intervenuta direttamente in qualche caso specifico, valutando appunto caso per caso la ragionevolezza dell’equiparazione alla famiglia sulla base delle funzioni effettivamente svolte da tale tipo di convivenze e invitando il legislatore a procedere in modo analogo. In altri termini dettando una disciplina leggera di diritti e doveri che tenesse conto per un verso della volontà della gran parte di tali coppie di non passare per la scelta del matrimonio (eccetto quelle necessitate per i tempi lunghi di separazione e divorzio), ma, per altro verso, dell’impostazione solidaristica della Costituzione che, da una circostanza di fatto della stabile convivenza, non può non far scaturire anche alcune conseguenze di diritto, specie a favore del partner più debole della coppia.

La 138/2010 legittima invece per la prima volta le unioni omosessuali come tali dentro le formazioni sociali di cui all’art. 2 della Costituzione e, pur escludendo l’accesso al matrimonio sulla base di una certa lettura dell’art. 29 della Carta spinge verso una regolazione specifica delle unioni omosessuali distinta da quella delle stabili convivenze perché, pur non assumendo il nomen di matrimonio (evitando quindi una ottura simbolica) le persone omosessuali solo così potrebbero assumere un tipo di impegno deliberatamente scelto e potrebbero anch’esse avere a disposizione la doppia scelta tra un impegno più forte (l’unione) ed uno più debole (la stabile convivenza).

Questa chiave di lettura è ancora più marcatamente affermata dalla più recente 17/2014, tanto che, se il Parlamento non si svegliasse, finirebbe col rischiare interventi di supplenza da parte della Corte, analogamente alla legge elettorale.

Al di là delle diversità di nomen, la distinzione ragionevole tra matrimonio e unione dovrebbe/potrebbe derivare dalla “naturale” mancanza – nell’unione omosessuale – di un progetto procreativo comune: quindi, impossibilità di ricorrere all’adozione come coppia, inapplicabilità dell’art. 31 della Costituzione («La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi»).

A ben vedere i giudici costituzionali distinguendo tra un bene massimo da tutelare (il matrimonio ex art. 29) e altri beni minori da riconoscere e valorizzare per una funzione sociale analoga anche se non identica (le convivenze e le unioni ex art. 2) hanno in fondo seguito un itinerario simile a quello seguito ieri dalla relazione Erdo (non a caso un brillante canonista) sulla distinzione nel paragrafo 18 tra la pienezza del matrimonio e la positività parziale delle forme imperfette distinte dal matrimonio.
Non è del resto la prima volta che i modi di ragionare si avvicinano e si contaminano: senza l’impostazione giuridico costituzionale di matrice anglosassone Padre Murray sarebbe stata impossibile al Concilio la stesura della Costituzione Dignitatis Humanae. Esempi di un buon uso del diritto per risolvere problemi anziché per erigere muri.

* docente di diritto pubblico comparato all’Università di Roma La Sapienza

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Monsignor Mogavero “Unioni civili fra gay? Nessun ostacolo”

Giacomo Galeazzi
La Stampa, 14 ottobre 2014

«I gay non sono malati da curare. Il Sinodo supera i pregiudizi ecclesiastici che riducevano l’omosessualità a perversione e pericolo pubblico. Al centro deve esserci sempre la persona».
Secondo il vescovo canonista di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, ex sottosegretario Cei, ora commissario per le migrazioni, il legislatore civile non può far finta che non esistano le unioni gay e le coppie di fatto.

E «non hanno alcun fondamento» le proteste dell’episcopato per le proposte di riconoscimento delle coppie gay: «Uno Stato laico non può fare scelte di tipo confessionale e la Chiesa non può interferire nella sfera delle leggi civili».

I gay sono una risorsa per la Chiesa?

«E’ indispensabile promuovere la cultura dell’umanesimo integrale. Gli omosessuali non sono né pervertiti che vanno guariti né individui da confinare ai margini della società e della Chiesa. La sensibilità pastorale deve esprimersi con l’accoglienza e la valorizzazione di ogni contributo.
Le unioni civili riguardano i diritti di persone che nella relazione di coppia e sociale chiedono garanzie per il loro vivere quotidiano. Se ciò non comporta omologazione, non vedo ostacoli alle unioni civili. Ed è stato intendimento di Francesco rifletterci al Sinodo sulla famiglia. La gran parte dei padri sinodali si riconoscono nella sensibilità del Papa verso tutti».

Condivide il no del ministro Alfano alle coppie omosessuali?

«Gli attuali modelli giuridici non riescono a imbrigliare la realtà. C’è una distanza tra l’essere che è la vita e il dover essere rappresentato dalle norme. Le leggi sono cristallizzate, fotografano condizioni generali che negli ultimi anni sono profondamente mutate. La politica deve pensare e regolamentare il nuovo nei termini del rispetto dell’altro».

Serve una legge sulle unioni di fatto?

«Si può trovare un’intesa riconoscendo la centralità della persona. Lo Stato deve rispettare e tutelare il patto che due conviventi hanno stretto tra loro. E la Chiesa deve accoglierle e accompagnarle pastoralmente senza emarginarle con l’etichetta di persone che vivono nel peccato.
Non può esserci alcuna giustificazione per nessuno alla chiusura del cuore. Nel piano di Dio tutto è grazia e, di conseguenza, dobbiamo guardare avanti e in alto. Liberiamoci da forme di pigrizia spirituale che ci rendono inerti».

Paolo VI beato è un segno al Sinodo?

«La lezione di Montini è ancora utile. Aprendo la seconda sessione assegnò al Concilio l’obiettivo di una più meditata definizione di Chiesa per il suo rinnovamento, lanciando un ponte verso il mondo contemporaneo.
Le sue parole sono un mandato anche per i padri sinodali nella discussione sulla famiglia. La chiesa guarda al mondo di oggi con profonda comprensione e con lo schietto proposito non di conquistarlo ma di valorizzarlo, non di condannarlo ma di confortarlo e di salvarlo».

È il completamento del Concilio?

«Sì. Le porte non sono chiuse per nessuno. Domenica Francesco ha ribadito che il Vangelo, respinto da qualcuno, trova un’accoglienza inaspettata in tanti altri cuori. Dio non discrimina nessuno e allarga il banchetto della salvezza oltre ogni limite. Nessuno può dire a un gay che è fuori dalle nostre comunità. O che la sua unione lo esclude dalla Chiesa».

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