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Dal Sinodo sulla famiglia un contributo alla laicità

Chiara Saraceno
www.micromega.net

Si può certo dire che il Sinodo straordinario sulla famiglia ha partorito un topolino dal punto di vista del contenuto sia dottrinale sia pastorale. A mio parere, tuttavia, non se ne devono sottovalutare gli effetti sull’immagine di sé che la Chiesa, volente o nolente, ha fornito su questi temi, a credenti e non credenti, cattolici e non cattolici.

Mostrando l’esistenza di posizioni diverse, anche fortemente conflittuali, entro la gerarchia, ai vertici stessi della Chiesa, ha radicalmente indebolito l’idea che esista una e una sola idea di famiglia, di normalità e legittimità dei rapporti di sesso e di generazione, sempre uguale attraverso la storia e la società, di cui la Chiesa è appunto garante e custode. Più che l’esistenza di una maggioranza e di una minoranza entro la Chiesa, è emerso un pluralismo di valutazioni e posizioni.

Certo, il linguaggio è cauto e fortemente impregnato di valutazioni asimmetriche. Non tutti i divorziati e i conviventi senza matrimonio si riconosceranno nell’immagine di “famiglie ferite”, o di “persone fragili”, o peggio ancora “peccatori” (le prostitute e i peccatori del discorso finale di papa Francesco). Sull’omosessualità, poi, il documento finale non va oltre l’affermazione della necessità del rispetto (e ci mancherebbe). Se messo a confronto con i documenti sulla famiglia approvati dalla Chiesa evangelica tedesca o dal Sinodo valdese italiano, il documento finale del Sinodo della Chiesa cattolica appare molto timido, sostanzialmente tradizionale nei contenuti.

Tuttavia, il dibattito che ha preceduto questo documento, la stessa richiesta avanzata dalla minoranza di rendere pubblici i dissensi, le tensioni esplicitate da dichiarazioni pubbliche di componenti del Sinodo, la violenza degli attacchi di alcuni blog ai padri sinodali più innovatori, hanno evidenziato, appunto, l’esistenza di una pluralità di posizioni non sempre conciliabili, se non nella forma di un temporaneo compromesso. Questo pluralismo emerge più nettamente proprio perché sui punti più sensibili non è stata raggiunta la maggioranza qualificata, mantenendo quindi visibile, aperto e necessario, il confronto e la riflessione.

Il fatto stesso che il documento finale sia stato messo in votazione punto per punto, dopo essere stato oggetto di emendamenti e limature, e prima ancora il processo, reso pubblico, per cui si è arrivati ad esso, partendo dal documento introduttivo del Cardinale Kasper, passando da quello intermedio del cardinale Erdö e dai lavori e votazioni nelle sottocommissioni, ha definitivamente incrinato l’immagine di una gerarchia compattamente schierata attorno ad una posizione omogenea.

Le tensioni, la difformità di posizioni, che erano presenti e note a livello locale, si sono esplicitate anche ai più alti livelli, cambiando radicalmente l’immagine della Chiesa proprio su uno dei temi per essa più sensibili, al di là del compromesso raggiunto e di quanto verrà deciso al termine del Sinodo del prossimo anno. La visibilità, e ammissione, di una non univocità di posizioni, unita alla necessità di confrontarsi con l’esperienza della vita delle persone (una pastorale accogliente e di ascolto, e non solo di prescrizione), non è solo una grande novità dentro la Chiesa Cattolica messa in moto coraggiosamente da papa Francesco. E’ anche un contributo alla cultura laica e indirettamente al dibattito politico, specie in Italia.

La Chiesa, o suoi esponenti, non potrà più imporre la propria posizione sui temi della famiglia anche in sede di regolazione civile con la forza di un’autoevidenza indiscutibile. La consapevolezza della storicità contestualizzata (di origine tridentina) della concezione cattolica della famiglia – una concezione incorporata di fatto anche in molte legislazioni civili – non è più patrimonio solo di pochi studiosi e teologi. Il dibattito del Sinodo è stato un esempio di questa storicità in atto, al di là delle cautele, del linguaggio utilizzato, delle conclusioni per nulla innovative.

Ma, cosa più importante, questa consapevolezza, la visibilità di un travaglio anche conflittuale ai vertici stessi della Chiesa, delegittimano di fatto ogni uso improprio del riferimento alla posizione della chiesa cattolica sulla famiglia come arma politica e di delegittimazione reciproca. Ciascuno dovrà prendersi la responsabilità delle proprie posizioni, cercandone il fondamento e la legittimazione non in riferimento – positivo o negativo – ad una verità data per scontata e ad un ipse dixit roccioso nella sua impermeabilità alla storia e alle vicende umane. Nella Chiesa vi sarà chi continuerà a pretendere che ci sia una posizione univoca; tra i laici devoti continuerà ad esserci chi pretende di essere più realista del re, più papa del papa. Ma le loro armi sono state spuntate.

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