Home Chiese e Religioni Viri probati e “presbiteri di comunità”: nuove forme di sacerdozio secondo i vescovi brasiliani

Viri probati e “presbiteri di comunità”: nuove forme di sacerdozio secondo i vescovi brasiliani

Eletta Cucuzza
Adista Notizie n. 40 del 15/11/2014

Alla questione della scarsità di sacerdoti stanno dedicando specifica attenzione i vescovi brasiliani. Il problema è particolarmente acuto nella regione amazzonica, dove è praticamente impossibile assicurare la celebrazione dell’eucarestia domenicale alle comunità dei fedeli disperse in un territorio così vasto. Ne aveva parlato a papa Francesco il vescovo della diocesi di Xingu, mons. Erwin Kraütler, quando, il 5 aprile scorso, aveva incontrato il pontefice, prospettandogli la possibilità di ordinare sacerdoti dei viri probati – cioè uomini anche sposati di provata fede e rettitudine – per sopperire alle difficoltà che incontrano i suoi fedeli e trovando buon ascolto nel papa: «avanzate suggerimenti», gli aveva detto (v. Adista Notizie, n. 16/14). E i vescovi brasiliani si sono messi subito al lavoro nell’Assemblea generale della Conferenza episcopale svoltasi dal 30 aprile al 9 maggio di quest’anno. Con efficacia, sembra: stando a quanto riferisce Marco Tosatti sul suo blog (28/10), il card. Claudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, sta “dialogando” con la Congregazione per il Clero proprio sui viri probati.

Non dev’essere solo questo, però, all’attenzione dello scambio di idee con la Congregazione vaticana: a quanto ci ha segnalato una nostra fonte, in assemblea i vescovi sono andati più in là, valutando altre «forme di ministero presbiterale» (della cui possibilità è convinto il card. Hummes), per il cui studio alcuni hanno proposto l’istituzione di una commissione (tuttavia non istituita, ma forse non necessaria).

L’dea più gettonata in merito sarebbe stata quella dei «presbiteri di comunità», sposati o no, con la prospettiva inoltre di restituire alla “Chiesa popolo di Dio” per la missione di Cristo una scelta che è solo appannaggio del potere clericale. Non è un’idea nuova (peraltro, ci risulta, già sottoposta alle alte sfere vaticane): è stata formulata, ormai anni fa, dal vescovo emerito mons. Fritz Lobinger il quale ha dedicato ben due volumi all’assunto, Équipe di ministri ordinati e L’altare vuoto, pubblicati dall’editrice tedesca Herder (v. Adista Notizie nn. 17 e 37/11). Nel primo dei due è la prefazione a firma del vescovo di Jales (in Brasile), mons. Demetrio Valentini a riassumere l’intuizione di Lobinger, mettendo in risalto che essa non entra mai in contraddizione con il sacerdozio celibatario: «Una soluzione per il problema della scarsità di sacerdoti deve cominciare dalla valorizzazione dei sacerdoti che abbiamo ora. Essi sono chiamati ad essere i formatori e gli animatori dei “ministri ordinati nelle comunità” in modo che la Chiesa abbia la garanzia di non prescindere dall’importanza e dall’attuazione degli attuali “sacerdoti diocesani” celibatari»; ma, al contempo, non mancherebbero alle comunità ministri dell’eucarestia. Valentini ci tiene a precisare che già «esistono équipe di animatori di comunità, ben preparati, adatti ad esercitare i ministeri dei quali le comunità hanno bisogno! Perciò, potremmo dire: i ministri di comunità sono già pronti. Manca solo che la Chiesa decida la loro ordinazione presbiterale».

Nel libro, inoltre, l’idea che una tale forma di sacerdoti di comunità non metta in questione la prassi del sacerdozio solo celibatario è approfondita nel sostanzioso contributo biblico-teologico di p. Antonio José de Almeida, teologo e saggista brasiliano laureatosi alla Gregoriana, molto stimato dalla gerarchia ecclesiastica del suo Paese. Si ritrova nelle comunità paoline del Nuovo Testamento – sostiene – l’esperienza della formazione, nelle comunità, dei ministri anche per la celebrazione eucaristica, e ne individua un sostegno in documenti, conciliari e magisteriali. «Non si richiede – puntualizza il teologo – la possibilità di ordinare qualsiasi persona, ma di ordinare, nelle comunità oggettivamente meritevoli di questa definizione, persone sposate o no, accademicamente formate o no, a tempo pieno o parziale, che abbiano le qualità necessarie per un buon, efficace e fruttuoso ministero presbiterale».

Non c’è contraddizione fra i due tipi di ministri ordinati, quello che viene “alla comunità” e quello che viene “dalla comunità”. L’articolazione fra i due modelli di presbiteri è spiegata, ancora nel libro, dal gesuita Juan Antonio Estrada quando traccia il profilo dei ministri comunitari: «Sarebbero uguali ai laici per forma di vita, tranne che per quanto concerne l’ordinazione sacerdotale»; apparterrebbero «alle comunità locali» e offrirebbero un servizio «a tempo parziale e completo. Non è questa una novità assoluta, perché attualmente ci sono preti che dedicano alle funzioni pastorali comunitarie solo parte del loro tempo, essendo professori, o impegnati nelle relative comunità monastiche o religiose, o in incarichi curiali di amministrazione», ecc. Estrada sostiene che, comunque, il testo di Lobinger «insiste sempre sul carattere ecclesiale della proposta. Si offre a tutta la Chiesa e alla gerarchia di competenza, papale, episcopale e sacerdotale, come un’alternativa pienamente inquadrabile nel diritto e nella teologia attuali».

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