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Il posto delle fragole di G.LoPorto

Giulia Lo Porto *
Adista Notizie n. 45 del 20/12/2014

In un tempo in cui tutto è in frantumi, separato, spezzato, schizofrenico, diviene difficile tenere insieme la forma delle cose con la loro sostanza. Di fatto stiamo imparando ad accontentarci, anzi ad esaltare una parte, quella che si possiede al presente, per evitare di sentire nostalgia del tutto, dell’intero. Il mondo della comunicazione, dell’informazione vive di questo. Basta un indizio, una traccia, una parola per fare una notizia. Così, se papa Francesco pronuncia la parola “donne” davanti alla Commissione Teologica Internazionale, sembra che una rivoluzione sia in atto («…all’interno della sempre più diversificata composizione della Commissione», ha detto il 5 dicembre, «vorrei notare la maggiore presenza delle donne – ancora non tanta… Sono le fragole della torta, ma ci vuole di più! – presenza che diventa invito a riflettere sul ruolo che le donne possono e devono avere nel campo della teologia»).

È un dato di fatto innegabile che papa Francesco stia rivoluzionando molte cose; molto è cambiato dalla sua elezione e certamente non tutto può trasformarsi sotto i nostri occhi, in tempo reale. Ci vuole tempo. Riguardo alla presenza e al ruolo delle donne nella Chiesa cattolica, però, mi pare, che davvero i passi siano occasionali e troppo lenti. Inutile polemizzare sull’infelice metafora delle “fragoline sulla torta” per indicare il numero sporadico di donne all’interno della Commissione Teologica Internazionale. Quello che, invece, a mio parere è importante è smascherare qualunque mistificazione, volontaria o involontaria, della donna. Credo sia un processo in atto non solo in contesto ecclesiale: il passaggio da una considerazione negativa, dispregiativa della donna (prima di ammettere le donne agli studi teologici, ammissione avvenuta solo nel 1965, si discuteva se le donne fossero dotate di sufficiente capacita cognitiva per accostarsi al “mistero”), all’esaltazione del suo “genio femminile”, senza che però vengano concesse reali pari opportunità. È strano: uomini e donne studiano teologia nelle stesse facoltà, ascoltano le stesse lezioni, superano gli stessi esami, pagano le stesse tasse accademiche, eppure, mentre agli uomini è dato mettere a frutto le competenze acquisite (ai ministri ordinati più che ai laici, ovviamente), le donne restano “prigioniere”, vengono declamate le loro virtù, purché esprimano la loro genialità fuori dal contesto del lavoro quotidiano, ordinario, reale, visibile.

Certo, a poco servirebbe dare più spazio alle donne teologhe se ancora troppo spesso i quesiti, le problematiche, le novità, i ribaltamenti suscitati e proposti dalla ricerca raggiungono con difficoltà le stanze nelle quali vengono prese le decisioni “importanti”. Perché le donne possano realmente diventare protagoniste della vita della Chiesa è necessario che radicali cambiamenti siano attuati a più livelli: deve trasformarsi l’assetto strutturale alla radice, lì dove è necessario, lì dove i frutti non possiedono il “buon sapore” del Vangelo. Forse si potrebbe cominciare facendo delle donne in questione, le teologhe, interlocutrici reali, dato che svolgono, ogni giorno, con serietà e competenza, fuori dalle luci della ribalta, la fatica della ricerca scientifica. Sì, non è più possibile che siano sempre uomini a parlare tra uomini, anche quando le questioni discusse riguardano noi donne, il nostro ruolo nella Chiesa, la vita familiare, la sessualità. E non solo, perché non esistono argomenti, problematiche, accadimenti o sfide che ci sono estranee. Così come non esiste un “vangelo della famiglia”, non esiste neppure un “vangelo della donna”. Il Vangelo è uno e ogni sua singola parola è questione di vita e di umanità, tutta intera, che tutti ci riguarda e che tutti coinvolge fin nelle fibre più intime dell’esistenza.

* biblista palermitana

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