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Comunione ai divorziati risposati. I vescovi tedeschi con il Card. Kasper

Ludovica Eugenio
Adista Notizie, n°1/2015

La maggior parte dei 66 vescovi tedeschi appoggia la soluzione prospettata dal card. Walter Kasper per i divorziati risposati, in base alla quale, in certe circostanze, questi possono essere ammessi ai sacramenti. Lo dimostra un rapporto della Conferenza episcopale tedesca, dal titolo «Strade teologicamente responsabili e pastoralmente appropriate per l’accompagnamento dei divorziati risposati», elaborato da un gruppo di lavoro che ha studiato la questione per due anni, presentato il 22 dicembre scorso come documento preparatorio alle discussioni che avranno luogo in occasione del prossimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia, in programma nell’ottobre di quest’anno, benché originariamente fosse stato pensato nel quadro del Sinodo straordinario dello scorso ottobre. Approvato dal Consiglio permanente dei vescovi tedeschi lo scorso giugno, è stato pubblicato sul sito della Conferenza episcopale accanto ad altri materiali relativi al Sinodo.

«La ricerca di un accompagnamento teologicamente responsabile e pastoralmente appropriato per i cattolici i cui matrimoni si sono infranti e che si sono risposati civilmente è una sfida pressante per la Chiesa tutta, dal momento che il divorzio e le seconde nozze sono spesso l’inizio di un processo di allontanamento dalla Chiesa», ha detto, durante la presentazione del documento, il presidente della Conferenza episcopale tedesca card. Reinhard Marx. E non solo i divorziati risposati, ma anche i cattolici felicemente sposati ritengono le attuali norme pastorali «incomprensibili e non misericordiose», e persino diversi preti, che giudicano l’esclusione dai sacramenti “tutto tranne che di aiuto”. L’approccio alla questione, sostengono i vescovi, è un test importante per una Chiesa che voglia accogliere anche coloro i cui progetti di vita sono falliti. La possibilità di annullamento delle nozze precedenti poi non costituisce una soluzione per la maggior parte dei divorziati, che non possono accettare la semplice “non esistenza” del proprio vincolo.

Alla luce di tutto ciò, «l’assicurazione che i divorziati risposati continuano a far parte della comunità ecclesiale è in forte contrasto – scrivono i vescovi nel rapporto – con il divieto di ricevere i sacramenti, considerato come un’esclusione e un segno che la loro situazione è irreconciliabile». È normale, perciò, che l’invito a partecipare all’Eucaristia «in modo puramente spirituale» sia visto dai cattolici praticanti come una «imposizione». L’Eucaristia, viene detto, non è un premio per chi è perfetto ma un rimedio misericordioso e un nutrimento per chi è debole. Per i preti è una situazione complicata, dal momento che è difficile trovare una soluzione che possa essere accettata in coscienza e allo stesso tempo si adatti all’insegnamento della Chiesa. Una folta schiera di essi, dunque, ignora le istruzioni magisteriali, il che provoca tensioni intraecclesiali tra di essi e con i vescovi. E di fronte alla percezione di uno scandalo da parte dei cattolici impegnati nelle parrocchie, ci si deve chiedere seriamente, affermano i vescovi tedeschi, «se la Scrittura e la tradizione non rivelino altre strade».

E se è vero che nel 1981 papa Giovanni Paolo II scrisse la Familiaris consortio nel timore che l’accesso dei divorziati risposati ai sacramenti disorientasse i credenti sul valore dell’indissolubilità del matrimonio, quell’esortazione apostolica ha avuto un effetto boomerang: «Ora – spiegano i vescovi – non permettere la comunione ai divorziati risposati è visto come un oscuramento della proclamazione della misericordia». Non si può d’altronde, non tenere conto del fatto che sono molti i cattolici che si chiedono se siano state prese seriamente in considerazione proprio tutte le implicazioni e le conseguenze teologiche di un eventuale reinserimento a pieno titolo dei divorziati risposati nella vita sacramentale. Dal punto di vista dei vescovi tedeschi, non sarebbe opportuno concederlo a tutti, senza distinzione: in base alle proprie esperienze pastorali e alle riflessioni teologiche, la soluzione migliore sarebbe, affermano, individuare soluzioni differenziate che rendano giustizia ai singoli casi e che consentano di ricevere i sacramenti in certe circostanze.

I vescovi, in conclusione, in gran parte sposano la proposta avanzata dal card. Kasper lo scorso febbraio quando, in apertura del Concistoro, pose la questione dei divorziati risposati che si impegnano a vivere il secondo matrimonio sulla base della fede, chiedendosi se in quella situazione «dobbiamo rifiutare loro il sacramento della penitenza e la Comunione, dopo un periodo di riorientamento» (v. Adista Notizie nn. 9 e 11/14). E una pastorale orientata a questi principi, ha detto ora il card. Marx, «non può eludere la questione di una possibile ammissione dei divorziati risposati alla comunione sacramentale. Pertanto la Conferenza episcopale tedesca ha adottato a larga maggioranza queste considerazioni», dimostrando così continuità con la storia recente della Chiesa tedesca: si ricorderà, infatti, che nel 2013 l’arcidiocesi di Friburgo, guidata all’epoca da mons. Robert Zollitsch, fece una fuga in avanti emettendo un documento che concedeva la comunione ai divorziati risposati e la loro partecipazione ai consigli parrocchiali (v. Adista Notizie nn. 36, 38, 41 e 43/13). L’iniziativa fu poi rigettata dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’allora arcivescovo mons. Gerhard Müller, ai tempi non ancora cardinale.

Si sono fatti sentire i (pochi) vescovi dissenzienti rispetto a questa linea condivisa: ad esempio, il vescovo di Passau, mons. Stefan Oster, che ha affermato, in un’intervista al quotidiano Passauer Neue Presse, di non vedere «attualmente alcuna possibilità teologica» di dare la comunione ai divorziati risposati «senza compromettere allo stesso tempo l’insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio».

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