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La pagliuzza nell’occhio del Papa

Luigi Alici
http://luigialici.blogspot.it

Il pezzo di Vittorio Messori appena apparso sul “Corriere della sera” è un insopportabile esercizio di giornalismo obliquo, che lascia trapelare un messaggio inequivocabile più per quello che non dice che per quello che dice.

Mettiamola così: immaginiamo che durante il pontificato di Benedetto XVI qualcuno avesse espresso su di lui “un giudizio mutevole a seconda dei momenti, delle occasioni, dei temi”, ritenendo che alcune sue scelte appaiono convincenti, mentre altre poco opportune, capaci “di ottenere un interesse tanto vasto quanto superficiale ed effimero”, e aggiungendo che questi aspetti “paiono – e forse sono davvero – contraddittori”.

A quel punto – ipotesi non inverosimile – Vittorio Messori avrebbe potuto scrivere un articolo di segno opposto a quello appena pubblicato: forse avrebbe detto che parlare di un papa solo in parte affidabile equivarrebbe a giudicarlo sostanzialmente inaffidabile (può forse un papa essere affidabile al 50%?); avrebbe inoltre potuto aggiungere che un “cristiano medio” non “deve pensare in proprio”, ma “seguire il papa” (questo l’ha proprio scritto), lasciandosi interpellare integralmente dal suo magistero, senza selezionare solo gli aspetti che piacciono di più; infine, avrebbe forse potuto concludere che il rimanere prigionieri delle proprie idee è l’ostacolo maggiore a una vera conversione; quello che impedisce a un cristiano di essere un vero cristiano…

Oggi, invece, Messori sembra parlare proprio quel linguaggio, che fino a qualche tempo fa condannava in modo inappellabile. Usare, poi, un linguaggio meno diretto e più obliquo non attenua, ma aggrava l’incoerenza. Segnalo solo qualche passaggio.

In primo luogo, il pezzo è presentato non come “un articolo”, ma come “una riflessione personale”. Questo vuol dire che l’autore ci dà non un’informazione su un evento esterno, ma un giudizio in cui impegna tutto se stesso, la sua storia, i suoi valori, i suoi criteri di valutazione. È forse un modo per minimizzare?

In secondo luogo, l’autore definisce la sua “una sorta di confessione che avrei volentieri rimandata, se non mi fosse stata richiesta”. Richiesta da chi? Dal direttore del giornale? Forse a lui non sarebbe stato difficile rispondere: Rimando volentieri.

Allora da chi? Dopo una riga, l’autore aggiunge: “la mia (e non solo mia) valutazione di questo papato…”. Sembrerebbe quindi che la valutazione gli sia stata chiesta da qualcuno che la pensa come lui… Mi sbaglierò, ma questo modo obliquo di parlare è proprio quello che il vangelo condanna in modo più fermo.

Al centro dell’articolo, poi, sta l’imprevedibilità (quasi un sinonimo di inaffidabilità…) di papa Francesco, sgradevolmente descritto come “l’uomo che è uscito vestito di bianco dal Conclave”: inaffidabile, perché abbraccia i suoi concorrenti che fanno proselitismo, rilascia interviste spericolate a Scalfari (e non ad altri?), augura “buon lavoro” a Pannella diventando complice involontario del suo impegno abortista (qui forse si tocca il fondo…).
Un giudizio, per fortuna, che resta sospeso, perché l’autore ricorda che i cardinali elettori sono “strumenti dello Spirito Santo”, aggiungendo subito dopo, però, l’approvazione di Benedetto XVI (aggiunta di pessimo gusto: e se Benedetto avesse disapprovato?).

Tuttavia, credo che il limite maggiore dell’articolo di Messori sia un altro: esso concorre ad alimentare uno sport fuorviante e irresponsabile, che riduce la grande questione dell’annuncio del vangelo oggi a una misera e personalistica battaglia di retroguardia tra opposte tifoserie.

Con Benedetto (soprattutto con la sua rinuncia, non dimentichiamolo) è iniziata un’opera provvidenziale di desacralizzazione della figura del papa, che Francesco sta continuando in modo straordinario.

Ben diverso, invece, è il tentativo sistematico di screditare la persona chiamata a guidare la Chiesa, messo in atto da scrittori e giornalisti, che ritengono di avere il copyright della fede come hanno il copyright dei propri articoli, pretendendo di vedere – nonostante qualche trave… – la pagliuzza nell’occhio del papa. Una cosa è la (giusta) desacralizzazione della figura del papa, una cosa del tutto diversa è la (illegittima) delegittimazione di un pontefice rispetto a un altro.

In questo modo, la grande questione del rapporto tra fede e storia, posta al centro del Concilio, è sistematicamente oscurata dalle chiacchiere salottiere di chi non sopporta di non essere più al centro dell’attenzione.

Non dimentichiamo che la Chiesa sta vivendo un momento decisivo di sinodalità: è questo il tempo della testimonianza e della corresponsabilità, non delle cortine fumogene e dei depistaggi più o meno interessati.

Su quest’ultimo aspetto, forse, sarà il caso di ritornare.

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