Home Chiese e Religioni Cardinale Ravasi: il mondo cambia? la chiesa è pronta

Cardinale Ravasi: il mondo cambia? la chiesa è pronta

Redazione online
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La chirurgia estetica è come un burqa di carne». La denuncia arrivata dal Pontificio consiglio della cultura, guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi, in occasione della recente assemblea plenaria, ha innescato polemiche e durissime reazioni, con il Vaticano accusato di neo oscurantismo. Il porporato ha creato per la prima volta in Vaticano una «consulta femminile» composta da donne leader nel campo della cultura, della comunicazione, dell’arte, della scienza, dell’economia e della politica. E anche il bisturi è stato annoverato tra «le forme di aggressione al corpo della donna». Panorama ha chiesto al cardinale Ravasi di fare il punto sul rapporto tra la Chiesa di Francesco e le nuove sfide della modernità.

Di fronte alle sfide poste dalle nuove frontiere della scienza e della medicina, come nel caso della chirurgia estetica, la Chiesa si arrocca in difesa della tradizione?

Direi proprio di no. La questione del «burqa di carne» è stata fortemente caricata anche dai mass media. In realtà è la manifestazione più evidente di un orientamento profondo che riguarda uomini e donne e apre campi nuovi di sperimentazione. Mi riferisco al postumanesimo e al transumanesimo. Detto in parole semplici, l’obiettivo è creare un nuovo modello di uomo. Mentre prima la scienza registrava o sanava le carenze, oggi si pone come obiettivo di intervenire e cambiare l’essere umano. Finché si tratta dell’estetica possiamo dire che il problema è relativamente marginale, anche se si afferma una vera e propria dittatura del bello. Ma la vera preoccupazione riguarda la genetica, le neuroscienze, le nanotecnologie, la robotica. In questi ambiti emergono questioni etiche gravi: pensiamo ad esempio al problema della coscienza messa in discussione dalle nuove frontiere scientifiche. Dobbiamo chiederci: sarà così perfetto il nuovo modello di uomo?

Modernità significa anche lotte per l’uguaglianza e per i diritti. Come si schiera la Chiesa su questo fronte?

Il discorso su uguaglianza, differenza e diversità è un discorso fondamentale che è costituito più da domande che da risposte. E deve conservare tale statuto. Altrimenti, se ognuno propone le sue risposte precostituite, il confronto si chiude su modelli superati: c’è la risposta della subordinazione della donna all’uomo, la risposta della parità tra i sessi che però è ancora in un certo senso «meccanica», la risposta della riconciliazione che è pur sempre riconoscere che i due erano belligeranti. È da scoprire invece «la reciprocità» tra i due sessi, anche se non piace molto come immagine al mondo anglosassone. Il modello della reciprocità spiega bene l’interazione necessaria fra un uomo e una donna. Tenendo conto, però, che anche se i due sessi hanno gli stessi diritti e la stessa cultura, conservano uno sguardo diverso sul mondo. In proposito ricordo una frase dello scrittore André Gide che dice «è più importante lo sguardo della realtà guardata» perché la realtà è neutra di per sé, è lo sguardo che la specifica. Nella Chiesa c’è piena consapevolezza di questa diversità.

Fra i temi più urgenti c’è anche quello del ruolo della donna. Il Papa ha raccomandato di intervenire decisamente per allargare gli spazi di presenza femminile nella Chiesa senza cedere però alle logiche del potere. Lo seguiranno?

Il paradosso che emerge dalle statistiche e dalle prese di posizione che arrivano da ogni parte del mondo è che l’aspirazione profonda delle donne non è affatto quella di diventare sacerdote. Questo è marginale nelle richieste delle donne, il problema è invece avere una configurazione parallela rispetto alla configurazione gerarchica sacerdotale. E ciò, evidentemente, dimostra che noi forse non abbiamo avuto fantasia. Abbiamo fermato tutta la Chiesa sul modello sacerdotale, che non è l’unico. Lo ha detto anche Papa Francesco quando ha ricordato che nella Chiesa primitiva erano in 12 apostoli, cioè 12 vescovi, mentre Maria non era vescovo ma era più importante di loro. Il che vuol dire che esistono dei ministeri, delle funzioni, dei modelli intraecclesiali per le donne che devono essere studiati e sui quali ci si interroga poco. Il punto non è semplicemente farle diventare cardinali o vescovi, ma piuttosto considerare il fatto che la donna nella Chiesa ha un ruolo tutto suo. Com’è accaduto in occasione del Concilio Vaticano II con la riscoperta del laicato che è diventato più importante ed è stata definita una sua configurazione ancora da realizzare del tutto. Ma non dimentichiamo infine anche il problema delle culture maschili. Perché non è vero che la cultura maschile è così definita, anzi, se è così definita vuole dire che è troppo definita. Pensiamo per esempio al tema della «morte del padre». Vorrei interessarmi anche di questo.

Quali sono, secondo lei, gli altri ambiti urgenti di confronto della Chiesa con la modernità?

Anzitutto il linguaggio: siamo nativi digitali e migranti digitali. Cambiano i caratteri antropologici: se suo figlio chatta per cinque ore davanti al computer parla diversamente da noi. E ha rapporti interpersonali diversi rispetto ai nostri. È un campo complicatissimo, ma affascinante. Il secondo ambito è quello della corporeità. E qui penso anzitutto allo sport. In questa prospettiva posso anticipare che stiamo preparando un evento importante con il Comitato olimpico internazionale. Il presidente, Thomas Bach, mi ha invitato a Ginevra a incontrare tutti i membri del Cio. Abbiamo ottimi rapporti anche con il Coni e abbiamo fatto un protocollo con il ministero della Difesa, per i loro nuclei sportivi. L’attenzione della Chiesa al mondo dello sport è essenziale perché nella modernità la corporeità è sottoposta ad adorazione idolatrica o a umiliazione: si passa dalla violenza più cieca alla cura esasperata del corpo. Tornano poi le questioni etiche a cui accennavamo prima: pure la medicina sportiva tende al post umanesimo, trasformando l’uomo e le sue prestazioni fisiche. Lo sport chiama in causa inoltre temi come il razzismo e la violenza negli stadi. Ma anche la corruzione e l’economia che impone le sue regole al mondo dello sport. Sono tutte questioni sulle quali la Chiesa è chiamata a misurarsi.

Lei ha indicato spesso anche l’arte come un crocevia ineludibile per il confronto della Chiesa con la modernità. È davvero così?

Certamente sì. E arte vuole dire interrogarsi sul tema del gratuito che investe anche l’economia. Come hanno dimostrato diversi studiosi, a cominciare dall’economista premio Nobel Amartya Sen, il gratuito è una componente fondamentale dell’economia, non solo dell’etica. Perciò si collega direttamente all’arte, cioè all’estetica intesa nella sua prospettiva di gratuità. Sono gli elementi fondamentali che costituiscono l’essenza dell’uomo. La cultura giapponese si domanda: quando si è passati dall’animale all’uomo? E risponde: quando il primate, l’ominide, ha regalato una corona di fiori alla sua donna, cioè ha compiuto un atto del tutto inutile che tuttavia ha trasformato la relazione. La modernità pretende invece di risolvere tutto in chiave finanziaria. Perciò l’arte e il gratuito sono dimensioni essenziali su cui riportare l’attenzione.

Ha accennato alle altre culture. Anche la convivenza di religioni e culture diverse è una sfida che la modernità pone alla Chiesa di oggi?

Sì. È la questione della «pluralità» che abbiamo messo alla base anche degli incontri promossi dal Pontificio consiglio della cultura con il cosiddetto «Cortile dei gentili». La pluralità etnica ci interroga e ci provoca, con tutte le reazioni localistiche e identitarie che produce. Il modello del multiculturalismo non è sufficiente perché non basta vivere uno accanto all’altro. Bisogna invece tentare di stabilire legami, comporre. È faticoso perché sono lingue e grammatiche diverse che si confrontano. Il fondamentalismo è una soluzione semplice, una scorciatoia per risolvere un problema complesso perché non suppone la fatica del dialogo e del confronto. All’estremo opposto c’è il sincretismo, cioè il non parlare nessuna lingua o considerarle tutte uguali, per cui alla fine non sappiamo neppure più interloquire gli uni con gli altri. Occorre invece parlarsi, credenti di diverse religioni e non credenti. Quando parli di verità, di vita, di morte, quando parli di amore, del male, del dolore puoi parlare con tutti perché tutti si sentono interpellati.

Con Papa Francesco il dialogo della Chiesa con la modernità ha fatto un salto di qualità?

Devo dire, per esperienza personale, che anche con Papa Benedetto sono stato sempre sostenuto in tutte le mie iniziative di confronto con la modernità, contrariamente a una certa vulgata che sosteneva che io fossi un cavallo pazzo, uno che faceva ciò che voleva. Invece lui chiedeva sempre informazioni, era profondamente interessato al dialogo della Chiesa con il mondo. Certamente ora con Francesco mi trovo in un orizzonte nel quale mi muovo direi quasi trascinato perché il Santo Padre ha una capacità automatica di interlocuzione. Naturalmente poi bisogna declinare i contenuti, misurarsi con i campi difficili, porre i necessari distinguo e questo penso che sia il compito di un dicastero come quello della Cultura.

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